
Le piccole peschere di Paterno
Di Francesco Cristofaro
Racconto sesto classificato 4° edizione Amarcord.
Sono seduto sul mio paniere e mentre preparo un’ infinità di lenze, all’improvviso, mi torna alla mente un ricordo molto caro. Con un sorriso nostalgico ed un pacato senso di soddisfazione esclamo:<< Cavolo Francè! Ti ricordi che belle pescate alle piccole “peschere” di Paterno?>>.
Eh si, questi piccolissimi stagni, per lo più artificiali, destinati all’irrigazione dei campi e snobbati dalla stragrande maggioranza dei pescatori, sono i protagonisti di alcuni dei momenti più belli della mia vita.
Erano circa quattordici anni fa, avevo dodici anni e da due avevo scoperto quel bellissimo sport, hobby o filosofia di vita ( che dir si voglia) chiamato pesca.
Che bello, ricordo ancora come, piano piano, la mia vita cominciava a ruotare attorno a questo mondo che sarebbe diventato presto una delle mie ragioni di vita. Iniziavano infatti a comparire per casa le prime canne da pesca, la valigetta con l’attrezzatura, le riviste di settore e gli amici pescatori.
Avevo lo stesso entusiasmo di adesso, ma tutto ancora da imparare e scoprire.
Era giugno, precisamente l’ultimo giorno di scuola. I miei compagni, pianificando l’estate, parlavano di interminabili partite di calcio, di lunghe passeggiate in bicicletta e di ore passate davanti ai videogiochi.
I miei pensieri invece riguardavano tutti lo stesso argomento. Vi lascio immaginare quale fosse. Passai quindi tutte e cinque le ore di lezione parlando di pesca, pensando a come poter migliorare i miei lanci, le mie lenze e a come rendere più adescanti le esche. Immaginavo inoltre, intere giornate sulle rive dei laghi e fiumi in compagnia degli amici; arrostiti dal caldo sole estivo e rilassati dai variopinti colori riflessi dall’acqua che variavano con il variare del luogo, del tempo e dell’ora.
Finalmente suonò la campanella dell’ultima ora. Tornai di corsa a casa, mangiai frettolosamente, presi la bicicletta ed andai ad unirmi agli amici d’infanzia per fare una partita a calcio e per programmare qualche pescata. In quel periodo eravamo un gruppetto composto da una quindicina di ragazzi e pescavamo praticamente tutti. I motivi erano i più disparati. Infatti c’era chi pescava per vera passione, chi per gioco, chi per trascorrere una giornata all’aria aperta ed a contatto con la natura, chi per moda del momento, chi perché andava già con il padre e si sentiva l’esperto della situazione e chi perché semplicemente non aveva nient’altro da fare.
E’ anche questo il fascino ed il potere della pesca. Questo sport infatti,come ogni altro sport degno di tale nome, riusciva a tenerci uniti, a creare e rafforzare le amicizie, a farci passare ore e ore spensierate ed al riparo da cattive tentazioni ed abitudini e, nel caso specifico, a farci alzare alle cinque del mattino. Sento come se fosse adesso, l’aria fresca e rivitalizzante delle albe estive che mi accarezzava il viso, mentre con la bicicletta mi recavo nella piazzetta del paese; scelta all’unanimità come punto di riferimento delle nostre sessioni.
Piazza dei Caduti ci accoglieva deserta e silenziosa al levar del sole ed ascoltava i discorsi dei primi arrivati in attesa dei soliti ritardatari. Come in ogni gruppetto che si rispetti infatti, all’ora del ritrovo c’era chi era ancora sotto le coperte ( e chissà, forse stava sognando qualche bel carpone); chi non rinunciava ad una lauta colazione e chi stava ancora litigando con i genitori per cercare di convincerli che andare a pesca all’alba, a dodici anni e con la bicicletta fosse una cosa normale. Con crescente impazienza, aspettavamo comunque l’arrivo di tutti gli amici e partivamo dando vita ad una sorta di sfilata per le strade del paese. Mi piaceva molto questo momento perché mi sentivo sostenuto e rispettato da ciascuna delle persone che incontravamo lungo il cammino. Mi sentivo importante ed al centro dell’attenzione come se fossi un cavaliere che partiva per una battaglia. Tutti infatti si soffermavano qualche attimo e ci guardavano con tacito consenso e con simpatico stupore. Anche i cani a guardia delle varie stalle, che erano soliti rincorrerci ed abbaiarci quando andavamo da soli o con poche persone, rimanevano immobili e chinavano il muso come se fossero delusi perché, sentendosi in forte inferiorità numerica, dovevano rinunciare ad impaurirci. Durante questi giri in bicicletta, passavamo spesso davanti a delle piccole “peschere”.
Alcune di esse, le più grandicelle, erano già note a noi del gruppo ed ai pescatori locali per la buona presenza di pesce; per lo più carpe, lucci, tinche, scardole ed alborelle. Quelle più piccoline invece, con un’estensione media non superiore ai quaranta - cinquanta metri quadrati, erano snobbate da tutti. Nessun pescatore del posto ne aveva mai parlato e nessuna storia ne faceva mai riferimento. Sembravano essere invisibili anche agli occhi dei miei amici perché, quando passavamo davanti ad esse, non ci fù mai un commento a riguardo o la curiosità di avvicinarsi alla sponda e provare a lasciare l’esca. Proprio questi microstagni invece, mi incuriosivano molto. Suscitavano in me mille emozioni e pensieri. Vedendoli, non riuscivo a fare a meno di fissarli, come se ne fossi ipnotizzato, ed iniziavo a scrutare con attenzione ogni singolo centimetro di sponda e contemporaneamente a domandarmi se ci potesse essere qualche pesce. Di questa mia attrazione e curiosità verso le “peschere” non ne parlavo con nessuno e mi trattenevo dal farlo perché avevo paura di essere deriso e preso in giro. Poi, considerando anche che abito in un piccolo paese, gli amici avrebbero sicuramente sparso tale voce agli altri ragazzi ed ai pescatori del luogo.
Decisi quindi di tenermi tutto dentro finché, alcuni giorni dopo, si verificò la situazione ideale per soddisfare la mia curiosità e dare risposte alle mie domande. Era una torrida mattina estiva ed ero in compagnia di Pistone e Birretta (Davide e Mario all’anagrafe ma chiamati da tutti con il soprannome dei loro nonni). Eravamo solo noi tre ed ammazzavamo il tempo facendo qualche giro in bicicletta senza una meta precisa; sperando che qualcuno proponesse qualcosa di più interessante da fare. Così iniziai a pensare che a loro potevo dire ciò che pensavo delle “peschere” perché comunque, Pistone era un amico molto caro e Birretta aveva meno esperienza di me riguardo la pesca e quindi non mi avrebbero preso in giro. Non esitai oltre e con tono fiero e deciso esclamai:<< Ragazzi, vogliamo andare a vedere se nelle “peschere” più piccoline c’è qualche pesce?>> I miei due compagni mi fissarono in silenzio e dopo qualche istante diedero il loro consenso con un “OK, và bene” a cui non speravo quasi più. Ero molto contento del loro appoggio e molto impaziente di verificare i miei pensieri che non gli chiesi il motivo della loro risposta ed in particolare, non gli chiesi mai se anche loro ogni tanto pensavano alle piccole “peschere” inesplorate e se, come me, avevano paura di dirlo. Iniziammo così la perlustrazione dei microscopici stagni del mio caro paesino di nome Paterno. Conoscevamo la locazione e la conformazione delle sponde di quasi tutte le “peschere” esistenti, ma posso tranquillamente affermare che quel giorno fu come se le scoprimmo per la prima volta.
Molte di esse erano infatti, lontane dalle vie e ben nascoste dalle colture di cereali e da una fitta cortina di alberi e cespugli. Dalla strada era quindi difficile scorgere la superficie dell’acqua e tutto ciò che si nascondeva dietro quel sipario naturale costituito per lo più da pioppi, salici e rovi. Quella mattina esplorammo tre “peschere”. Arrivando sulle sponde, ci trovammo davanti a delle vere e proprie perle. Le prime due, più grandicelle, erano di forma rettangolare e con numerosi tronchi e rami semisommersi nel sottosponda; tanto da ricordare molto gli stagni del “nostro” amato cartone animato “Sampei”. In entrambe però non notammo nessuna attività o segnale riconducibile ai nostri amici pinnuti. La terza invece, era talmente piccola che era quasi completamente coperta dai folti rami dei pioppi circostanti e proprio per tale motivo l’acqua si presentava con un color nero pece che ci incuteva un po’ di timore. Scorgemmo però, da uno dei pochi spazi liberi da alberi e cespugli, delle timide bollicine che salivano in superficie. E’ difficile descrivere la gioia e la soddisfazione che provai in quel momento. Quasi certamente quelle bollicine erano dovute ad un pesce che grufolava sul fondo e ciò significava che le mie idee e supposizioni erano corrette. Il nostro entusiasmo era talmente alto che esultammo con un abbraccio e con delle pacche sulle spalle. In qualità di “scopritori” della “peschera” ( e per essere sinceri, anche perché non eravamo sicuri della presenza di pesce), decidemmo di riservare solo per noi tre la prima pescata che programmammo per il pomeriggio stesso.
Ricordo che alle 15:00 eravamo già davanti al negozio di pesca ed aspettavamo impazientemente che aprisse per comprare mille lire di bigattini. Una canna da 2,10 mt. ( ovviamente non in carbonio), un piccolo mulinello che credo non sapesse neanche cosa fossero i cuscinetti a sfere e la minuteria essenziale riposta nel marsupio della bicicletta erano la nostra attrezzatura. Preparammo quindi una semplice lenza costituita da galleggiante, qualche pallino di piombo ed amo e partimmo. Anche se a quel tempo non avevamo canne in carbonio e tutta la nostra attrezzatura non riempiva una modesta valigetta da pesca; decidemmo di pescare nella piccola “peschera” appena scoperta con la peggiore attrezzatura che avevamo. Ciò perché la maggior parte di questi piccolissimi stagni erano di proprietà privata e quindi dovevamo essere pronti a scappare qualora sarebbe arrivato il proprietario ed a non rischiare di perdere le canne ed i mulinelli migliori nel caso ci venissero sequestrati come punizione. A Tal proposito decidemmo anche di pescare a turno con una sola canna da pesca. In quel periodo eravamo comunque aiutati,oltre che dalla fitta vegetazione che isolava noi e lo specchio d’acqua dal mondo esterno, anche dal campo che separava la “peschera” dalla strada perché vi era seminato il grano che nascondeva benissimo le nostre biciclette.
Così, con circospezione e con una persona a turno a fare da “palo” iniziammo a pescare. Iiniziai io, dopo aver rivendicato la paternità dell’idea. A quel tempo non sondavamo il fondale e dopo aver alzato di una lunghezza casuale il galleggiante ed aver innescato qualche bigattino sull’amo, con un lancio a pendolo posai l’esca a qualche metro da me. Fissavamo tutti e tre (anche chi doveva fare il “palo”), l’astina del galleggiante e dopo qualche minuto, un timido sussulto ci fece sobbalzare vicino la canna da pesca. Avevo il cuore in gola e quelle fitte allo stomaco che ogni pescatore conosce bene e che attende con impazienza. Dopo qualche secondo il galleggiante si inabissò sotto la superficie di quell’acqua color nero pece e ferrai con decisione mentre il mio amico Pistone mi sussurrava un “Vai” da cui traspariva la sua approvazione che mi riempiva di fiducia e di cui oggi sento la mancanza. Così la canna si piegò disegnando il solito arco mentre all’altro capo un piccolo pesce opponeva tutta la sua resistenza. La curiosità di sapere quale specie fosse diventava quasi esasperante. Seguivamo a bocca aperta i movimenti del filo finché, dopo un breve ma emozionante combattimento, uscì dall’acqua una piccola ma elegantissima tinca.
Ero felicissimo e la ricorderò per sempre perché è stato un pesce cercato, trovato ed infine pescato grazie alla fiducia in me stesso ed al supporto dei miei due amici. Nel giro di cinque minuti anche Pistone e Birretta ne presero una ciascuno ed utilizzammo la scatola porta esche (preventivamente riempita d’acqua) per riportarne due per farle vedere. Io andai quindi di corsa a casa e le misi in una bagnarola di adeguata grandezza, mentre Pistone e Birretta andarono a chiamare gli altri ragazzi per mostrargli le prove della nostra scoperta anche se, delle persone chiamate, ne vennero poco più della metà, perché le altre pensavano che fosse uno scherzo. Rimanemmo comunque tutti in circolo intorno al recipiente ad ammirare quei bellissimi pesci dagli occhi rosso fuoco e dallo sguardo sornione, che riportammo nel loro piccolo stagno qualche ora più tardi. Il giorno seguente, nella piazzetta del paese, non si parlava d’altro che della “peschera” e delle due piccole tinche. Io, Pistone e Birretta avremmo raccontato l’avventura del giorno precedente per almeno una decina di volte e, tra complimenti, domande varie e polemiche, il pomeriggio stesso organizzammo un’altra sessione con gli altri ragazzi. Quel giorno i miei amici, con tacito rispetto, mi fecero stare in testa al gruppetto di biciclette e mi lasciarono il posto più comodo per pescare nella “peschera”. Apprezzai molto quell’atteggiamento sia perché sentivo mio quel piccolo stagno e sia perché fu un segno di maturità e lealtà nei confronti di un amico e della vita che, sono convinto, il nostro amato sport contribuisce ad insegnarci. Iniziammo così la seconda pescata.
Questa volta eravamo un po’ strettini a causa degli spazi ridotti, ma nessuno si lamentò e nessuno litigò. Regnava una rilassante armonia ed un insolito silenzio interrotto solo dal rumore rapido e deciso delle ferrate e dalle esclamazioni di gioia per le simpatiche tinche che cadevano nei nostri tranelli. Come accadde anche al continente americano dopo la scoperta di Cristoforo Colombo, la “piccola peschera delle tinche” (cosi battezzata perché si pescava solo tale specie) divenne meta costante di tutti i ragazzi pescatori del paese, tanto che nei giorni successivi ci fu un vero e proprio assalto. Anche se il numero di lenze in acqua aumentava di giorno in giorno, quel piccolo stagno riusciva sempre ad ospitarci tutti ed a regalarci un sorriso mostrandoci le splendide livree verde smeraldo ed il dorso nero pece (come il colore dell’ acqua) delle sue piccole abitanti.
Era sempre più frequente vedere ragazzi che si ritagliavano dei nuovi spazi lungo le sponde. Alcuni infatti, imitando Sampei, si sedevano sui tronchi curvi e protesi verso l’acqua, altri utilizzavano dei rami secchi a mò di falcetto per aprirsi dei varchi tra i cespugli ed altri addirittura, venivano con gli stivali a tutta coscia perché volevano entrare in acqua ma poi, per timore, non lo facevano mai inventando mille scuse. Nel frattempo anche il colore della superficie dell’acqua cambiò da nero pece a nero pece con pois gialli e rossi per il gran numero di galleggianti presenti. Ciascuno di noi cominciò inoltre, a personalizzare il proprio modo di pescare iniziando, ad esempio, ad utilizzare le pasture ed ad azzardare qualche lenza all’inglese ( che poi di inglese aveva solo il galleggiante). Relativamente alle esche invece, raggiungemmo l’avanguardia pura quando un nostro amico soprannominato “Motore” portò un sacchetto pieno di rosse ed invitanti ciliege del suo orto sostenendo di aver letto nel manuale di pesca che erano un’ottima esca (ma probabilmente non aveva letto per quali pesci).
Dopo averle provate con scarsissimi risultati e dopo aver riempito di sfottò il nostro compagno, finirono comunque tutte nella nostra pancia. In realtà però, non c’era un reale bisogno di tutte queste finezze ed accorgimenti. Le catture di tinche si susseguivano infatti copiose e regolari indifferentemente dal tipo di lenza ed attrezzatura utilizzata; tanto che ci stupimmo di tale abbondanza considerando anche l’esigua estensione dell’ omonima “peschera” che, proprio per questo motivo, durante una delle numerose pescate si guadagnò il secondo simpatico nome di “pozzo senza fondo”.
Spesso trascorrevamo intere giornate in quel microscopico stagno in compagnia del rumore delle foglie e dei rami mossi dalle brevi brezze estive. Ci piaceva terminare le pescate quando, appena dopo il tramonto, avevamo difficoltà a vedere l’astina del galleggiante e l’acqua stessa (già di per sé scura). Di tanto in tanto però, eravamo costretti ad interromperle bruscamente e scappare via a causa delle “visite” inaspettate del proprietario. Il suo arrivo era segnalato dal parcheggio della macchina davanti al campo di grano e dalle interminabili urla. In quei momenti, alla tranquillità ed all’ armonia che ci regalava la “piccola peschera delle tinche”, si sostituiva il panico generale. La maggior parte di noi cercava di scamparla correndo all’impazzata per i campi o tentando di fuggire con la bici, mentre alcuni cercavano invece riparo salendo come gatti sugli alberi circostanti. Anche in quei momenti tuttavia, vuoi per l’incoscienza giovanile, vuoi per l’adrenalina alle stelle, ci divertivamo come matti. Appena cessato il pericolo scoppiavamo in un’interminabile risata di cuore. Sfottevamo i compagni che erano stati presi e rimproverati dal proprietario ed esaltavamo le fughe più difficili o più comiche. Anche una delle mie divenne famosa per la risposta che dissi al padrone della “peschera”.
Quella volta infatti, ci accorgemmo in tempo del suo arrivo e riuscimmo a prendere le biciclette. Mentre sfrecciavamo verso la strada, passavamo a pochi metri dal proprietario che urlò:<< Chi siete?! Chi è andato a pescare nella peschera?! Chi ha pescato?!>>. Io, che ero il più vicino a lui, lo guardai e mentre pensavo a pedalare più forte, a non farmi raggiungere ed a non farmi acchiappare esclamai gridando:<< Io no! Io no!>>. Dato però che avevo la canna da pesca ed il contenitore delle esche in mano, sentii i compagni che in quel momento erano vicini a me e che avevano ascoltato la mia comica risposta, iniziare a ridere a più non posso. Mi continuarono a deridere per giorni e giorni ancora ed ogni tanto mi ricordavano quel momento esclamando:<< Francè, ma come ti è venuto in mente di dire che non avevi pescato se avevi la canna da pesca in mano e con la bicicletta correvi più veloce di una lepre!!>>.
Ed ancora oggi, quando ripenso a quell’ estate ed alle belle giornate che la “piccola peschera delle tinche” ci regalò, compare sul mio viso un allegro sorriso. “Sorriso” che mi piace considerarlo come la fotografia di tutti i momenti descritti e di cui non possiedo vere foto perché a quei tempi non c’ erano le comode fotocamere digitali o i cellulari e soprattutto perché ci interessava solo ed esclusivamente pescare e non pensavamo né ad immortalare i ricordi e né a tutto ciò che non riguardasse in senso stretto la nostra passione. L’ unico aspetto relativo a quell’ avventura di cui non vado fiero , ma di cui non mi pento, è che non chiesi il permesso di pescare in una proprietà privata.
Purtroppo quando si è ragazzini spesso la passione e l’istinto prevalgono sulla ragione e sulle leggi e di certo oggi, con quattordici anni di maturità in più, non mi permetterei mai di fare una cosa del genere. Non mi pento di come sono andate le cose perché ho dalla mia parte la consapevolezza di avere sempre rispettato quel piccolo stagno. Tutte le graziose tinche pescate infatti, sono tornate nella loro casa e mai un pezzo di carta, di plastica o qualsiasi altro tipo di rifiuto è stato lasciato sulla sponda. Non mi pento infine, perché “la piccola peschera delle tinche” rappresentò per noi molto di più di un semplice luogo per pescare. Fù uno spazio nostro, prima desiderato, poi cercato ed infine trovato. Una piccola oasi dove, parallelamente alla pesca, imparavamo a stare in gruppo, a giocare in gruppo, ad aiutare gli amici in caso di bisogno ed a vivere e rispettare la natura. Era per noi ciò che la segheria della via Pal era per i “Ragazzi della via Pal”.
E come i protagonisti del celebre racconto dello scrittore ungherese Ferenc Molnar, eravamo pronti a preservarla e difenderla da qualsiasi evento negativo. Intanto, seduto sul mio paniere ed invogliato dal buon umore che questo bellissimo ricordo mi ha lasciato, continuo a preparare un’infinità di lenze.
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