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Nonno Mauro e la sua carpa più grande

di Marco De Biase

Racconto settimo classificato 4 edizione Amarcord

E' notte e sta piovendo. Domani ho il turno pomeridiano, quindi posso far tardi, visitare qualche sito web e, magari, rivedere le foto del fiume che rievocano quella bellissima mattinata. Ecco, decido con la mente di tornare a quei momenti fantastici, quasi come se stessi già sognando. Anziché nel letto, sono con le dita sulla tastiera e lo sguardo puntato allo schermo del portatile. Ho voglia di scrivere, di raccontare, quindi chiudo un attimo il notebook e mi sistemo al caldo sotto le coperte, mentre la pioggia continua a cadere ed accompagna questa notte di poesia. Mi lascio trasportare dalle parole nella mia mente, dai ricordi, dai suoni, dalle voci, dal ricordo ancora fresco di quella pescata realizzata pochi giorni fa...

Vi parlo di una mattina che resterà ben impressa nella mia mente. E' il 7 gennaio 2009, quando, alle sei del mattino, papà viene a svegliarmi in camera e mi dice che dobbiamo sbrigarci, nonno ci aspetta. Mi vesto, ancora un po' assonnato, mangio la classica brioche accompagnata da un succo d'arancia, poi indosso il jeans per le giornate fredde, il maglioncino in lana, il pile, la giacca e la salopette, con il cappellino di contorno. "Sembro Babbo Natale", penso per un attimo, poi mi ricordo che ormai il Natale sta per finire tra pochi minuti, quando arriverà l'alba del giorno dopo l'epifania. Prima di scendere in cantina dove ci sono le attrezzature, do' un piccolo sguardo alla finestra e scorgo una città che dorme ancora, è buio pesto e l'unica luce che illumina la mia casa è quella del presepe, della grotta di Gesù Bambino. Mi avvicino e lo spengo, ormai queste feste sono terminate, è ora di farlo. Mi prende un attimo di tristezza, poi non ci faccio più caso e mi dirigo con papà in cantina, dove mi aspettano le canne da ledgering, le sedie, le borse e la pastura, preparata il giorno prima con tanta dedizione. Fa freddo, si sente nell'aria, c'è bisogno di coprirsi. Il gelo è pungente, ma spero che non arrivi a tal punto da far desistere nonno dal venire con noi. Dieci minuti dopo, "carichiamo" mio nonno Mauro in macchina e spieghiamo il nostro itinerario. E' già un bel risultato riuscire a portarlo con noi, ormai con i suoi 82 anni è un po' impedito, ha perso quella carica che aveva alcuni anni fa, ma riusciamo a convincerlo, anche perché ciò che ci aspetta è qualcosa di unico, dal sapore vero, più concentrato dell' Amaro Montenegro.

In auto i discorsi vanno alle mie pescate del 2008 appena concluso, alle speranze riposte in quest' hobby da parte di nonno Mauro quando, circa diciassette anni fa, mi portò a pesca per la prima volta presso il Molo Pennello di Molfetta. Abbiamo anche modo di mostrargli il panorama che si nota dall'autostrada, mentre ci dirigiamo in direzione Canosa di Puglia. Sembra piuttosto interessato, nonostante un po' di sonno ci avvolga entrambi. La notte sta per terminare, si sente ancora nell'aria quel profumo di feste, di vacanze, che si rinnova ad ogni passaggio dinanzi a qualche edificio illuminato con decorazioni natalizie. Il mio pensiero è anche a Liz, che sicuramente starà ancora dormendo e tra pochi minuti si sveglierà per tornare alla vita di tutti i giorni. Ci fermiamo un attimo in Autogrill, mio nonno deve prendere la sua pillola per la pressione, poi, già che ci siamo, facciamo scorta di cornetti e latte caldo. Infine, ripartiamo per Canosa. Nel viaggio di circa venticinque minuti in autostrada, siamo ancora in una condizione di luce notturna, appare qualche timido raggio alle nostre spalle e l’impressione che ci da’ il paesaggio è quello di una Puglia pronta a ricominciare dopo il lungo ponte natalizio. Lascia un po’ di tristezza in bocca, come prima quando ho spento il presepe, ma sono solo attimi, che danno spazio però a momenti migliori per questa nuova giornata.

Appena arrivati al casello, ci dirigiamo verso il Ponte Romano, un luogo a cui sono molto affezionato, dove ho sempre desiderato portare mio nonno, proprio perché avrebbe rievocato in lui tanti ricordi. Le luci del giorno non tardano ad arrivare, l'alba è alle porte. Da lontano, a circa un chilometro dal fiume, intravvediamo quell'aria spumeggiante che si eleva sui suoi alberi. Uno "spumone" di colore rosa, davvero caratteristico, che appare solo nei periodi più freddi, quando il calore dell'acqua del fiume evapora e crea questo spettacolare effetto. Gli alberi, così fitti, senza foglie e spogli, mi ricordano i viaggi che eravamo soliti fare una decina di anni fa, quando a Natale e Capodanno passavamo la settimana bianca nei resorts alpini. Macinavamo migliaia di chilometri ed, a ogni visione di un fiume sulla A14, mi immaginavo lì, con la mia bolognese, ad immergere le lenze per la passata. Sono le 7.15, costeggiamo il Ponte Romano e sistemiamo l'auto. Lascio un attimo le attrezzature e mi dirigo con babbo e nonno sul ponte, così da fare da Cicerone per quest'inizio di giornata. Gli occhi di nonno Mauro sono colmi di felicità, è stato il più bel regalo di Natale che io abbia potuto fargli. Lo sento felice, contento e spensierato, anzi, sono io la persona davvero felice di potervi raccontare tutto questo, mentre mi scappa qualche piccola lacrima di nostalgia.

In una cornice parzialmente annebbiata e con le luci rosee dell'alba, l'Ofanto assume colori e caratteristiche sensazionali. Il volo degli uccelli, lo scorrere delle acqua, il silenzio della natura, la brina dei campi, il verde scuro delle piante, i canneti... Tutti elementi che non sono tralasciati dalla nostra mente, che si lascia trasportare in un sogno mistico al di sopra di qualsiasi teoria e pratica umana. Prendo nonno per mano, lo porto con me sul fiume, tra la vegetazione, mentre mio padre si diverte ad osservare col binocolo i particolari di quei momenti fugaci. Tra un sasso e l'altro, la nostra camminata arriva ai miei "hot spots" primaverili, dove è sempre frequente la cattura di simpatici ciprinidi. Nonno Mauro mi racconta di quando, trent'anni fa, conobbe per la prima volta questo fiume ed il Ponte Romano, durante una gita a Pasquetta nell'agro di Canne della Battaglia, a pochi chilometri da Canosa di Puglia. Mentre racconta tutto ciò, sono vivi nella sua mente tali ricordi, e riesce a trasmettermeli con un'intensità unica che, anche se non ho mai vissuto tali momenti, adesso mi sembra di essere con lui, negli anni settanta, quando i miei genitori neppure si conoscevano e mia madre si divertiva a giocare in riva al fiume col nostro cane Frizzy. Vedo che sta quasi per piangere, mi avvicino a lui e lo abbraccio. "Mio nonno è davvero fiero di avere un nipote così", penso, mentre lo stringo e mi auguro di poter passare ancora un po' di tempo con lui, nonostante la sua vecchiaia e le condizioni di salute non troppo rosee.

"Marcoooo......!!" esclama papà! Ed io rispondo: "Cosa c'è??" . Mi dice che ha appena visto muoversi qualcosa a valle del ponte. Corro subito verso l'auto e prendo il fodero, le sedie per i miei due accompagnatori, la borsa con i feeders, la pastura e tutto l'occorrente per posizionarci a valle del Ponte Romano, prima della cascatella sotto il ponte della Sp231. Ho anche con me la tenda per due persone, quindi invito i miei familiari a seguirmi e scegliere il punto dove accamparsi. Il freddo c'è ed è ancora pungente, quindi decidiamo di rifocillarci con quei cornetti ancora caldi, mentre tento di accendere la piccola stufetta a gas da carp fishing che posizionerò accanto al tendaggio. Terminata la consumazione delle vettovaglie, siamo in pieno mattino, quindi inizio a pescare a ledgering. La corrente non è molto forte, anzi, sembra che le dighe sul corso del fiume stiano trattenendo un po' d'acqua in quanto l'Ofanto è leggermente basso per essere ai primi di Gennaio. Scorgo qualche movimento anch'io, scelgo di montare le due canne da feeder sul rod pod, così da guadagnare sensibilità. Intanto babbo mi avvisa che va a fare due passi assieme a nonno Mauro sul ponte e sui sentieri circostanti. "Se prendi qualcosa, fammi uno squillo..." sono le sue ultime parole prima di allontanarsi.

Arrivano le otto e mezza, Liz ormai è al lavoro e la vita monotona di ogni giorno è appena cominciata. Le feste di Natale sono quindi terminate e questa notte, mentre partivamo, la Befana portava via con se tutta l'allegria vissuta nei giorni di Capodanno. Torniamo alla pesca... Sono steso sulla mia sedia in stile lettino da carp fishing, ho ben a vista gli avvisatori, ma non noto tocche. Sento solo il gracchiare di alcune rane a pochi passi da me. Sembrano felici, penso, ma credo che abbiano parecchio freddo. Con gli occhi ammiro ciò che mi circonda, i canneti grigiastri, un colore tipicamente invernale, lo scorrere delle acque, qualche uccellino che si culla sui rami degli alberi spogli. Poi, a tratti, si sente qualche sparo, sicuramente di cacciatori in attività, intervallato dal ruggito dei motori dei trattori appartenenti agli agricoltori che coltivano le terre circostanti. Starnutisco, poi qualche colpo di tosse. Maledetto raffreddore di Natale, doveva proprio beccarmi? Poi, quasi per magia, vedo muoversi qualcosa sulla canna destra, la cimetta sembra segnalare una timida abboccata. Penso che sia ora di fare uno squillo ai due "alpinisti ripariali"... Strike! L'ho preso!!!

Tira con forza, ma non sembra qualcosa di grosso. Ha abboccato all'amo dove avevo innescato un lombrico di terra, fatto proprio tra i canneti. Si dimena, va a destra, sinistra, sembra che voglia incastrarsi nel canneto. E' simpaticissimo, nonostante col gelo che c'è dovrebbe essere congelato e tramortito. Nel mezzo di questo combattimento rallentato, quasi per godermi la prima cattura dopo un mese di carestia, arrivano i due spettatori, un pubblico partecipe d'estrazione familiare che si appassiona più di me nel recupero. Papà pensa che si tratti di una carpa e mentre il pesce è a pochi centimetri dal guadino, capisco che è un infreddolito cavedano. Lo recupero e lo slamo con attenzione, poi lo mostro a nonno, il quale è gioioso per aver rivisto dopo tanti anni un pesce d'acqua dolce. Mi dice che è simile alla spigola, ha una bocca larga ed un colore giallo oro che lo differenzia dal serranide ma, in tutta sostanza, sembrano cugini. Lo rilascio attentamente, ed oltre al ringraziamento della natura, ne ho uno affettuoso, scandito dalle parole "Bravo Marco...".

Arrivano le undici. Il tempo è passato, ma non ho avuto altre tocche. Apriamo un banchetto, con qualche panino portato da casa e fette di salsiccia alla cacciatora comprate dal supermercato sotto casa. La mia compagnia è tutta nel tendaggio, accovacciati così da poter vedere se i pesci abboccano oppure no. Io continuo a stare sulla mia sedia-lettino. I discorsi più disparati avvolgono quei momenti, a partire dalla nostra vicina di casa, per arrivare alla politica, attraversando anche filosofie ed etiche di una pesca diverse da quella praticata negli anni settanta da nonno Mauro. Mentre teorie di progresso Marxiste si fondono con gustosi assaggi di salame, la canna a sinistra segna un'attacco. E' qualcosa di grosso, me ne accorgo da come il filo inizia a fuoriuscire dalla bobina, che avevo leggermente mollato non chiudendo totalmente la frizione. Penso sicuramente ad un'anguilla, perchè la forza che sprigiona nei primi attimi è davvero inusuale. Poi, con uno guizzare da guinness, nonno capisce che è una carpa, dato che ha mostrato una pinna arancione. E' felicissimo, lo vedo quasi in lacrime, partecipe, emozionato, con lo sguardo di un bambino alle prese con la sua prima cattura! Una carpa, la "sua" carpa. Si avvicina a me mentre papà sorride e si gusta le fasi del recupero. Ho voglia di fargli provare l'emozione della cattura del ciprinide, quindi gli passo la canna e, con movimenti a due mani, completiamo il recupero. "Guarda come tira!", esclama nella sua felicità. "E' lei, è lei, nonno!" rispondo. Poi, col guadino sotto il braccio, la recuperiamo. E' una splendida regina di quasi due chili, dal colorito splendido ed in ottima salute. Nonno Mauro la prende in mano, quasi in braccio come se fosse un bambino, promettendoci che questi momenti rimarranno sempre indelebili nelle nostre menti e negli annali della pesca sportiva. La rilasciamo, con calma e delicatezza, dandole un bacio sulle labbra e ringraziandola per averci regalato questi momenti di felicità che ora posso raccontare a tutti voi.

Concludiamo così la nostra battuta di pesca invernale, smontando le attrezzature e concedendoci un'altra piccola passeggiata presso il Ponte Romano. Ritornano nella mia mente le giornate frizzantine di inizio primavera, quando i canneti sono verde pieno, le piante e gli arbusti sgrondano di vitalità. Momenti in cui, mentre sei in riva al fiume, noti lo spettacolo dell'amore tra i ciprinidi, che intrecciano le loro traiettorie disegnando perfette sintonie sulle acque. Attimi di felicità che ti ricaricano dopo una settimana passata in ufficio, tra pratiche legali e faccende da sbrigare. L'importante è che il tuo più grande amico, l'Ofanto, a circa sessanta chilometri da casa tua, sarà sempre lì, ad ospitarti, sicuro di poterti offrire ciò che hai sempre desiderato: pace e tranquillità.

Vorrei ringraziarti Nonno, questa giornata rimarrà sempre nella mia mente con lo spendido ricordo di "Nonno Mauro e la sua carpa più grande".

 

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