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Gravissima moria di pesci al confine tra Lazio e Campania
E i politici danno la colpa al Garigliano
Di Stefano Montone – presidente ONLUS Fiume Volturno
Un fantasioso quanto destituito dispaccio d’agenzia recitava “Formia: Il responsabile della moria dei pesci che attanaglia le acque del Golfo di Gaeta ha ora un nome: fiume Garigliano”.
Una grave moria di cefali e spigole stà colpendo oramai da tempo la zona di Foce Garigliano.
La situazione era stata tenuta occultata per circa una settimana ma la speranza di salvare la stagione turistica sembra ridotta oramai ad un lumicino.
Si fanno le più strampalate congetture e supposizioni. Le amministrazioni comunali di Formia e Minturno si accusano a vicenda ma in realtà nessuno ha ancora capito di cosa si tratta veramente.
Ed ecco che allora le amministrazioni comunali effettuando il classico “scaricabarile” all’italiana cercano di far ricadere tutte le colpe sul Fiume Garigliano e di conseguenza sulle province di Latina e Caserta.
I soci della ONLUS Fiume Volturno sono stati tra i primi ad accorrere sul posto e a documentare la moria per il tramite delle fotografie che vi mostriamo.
In effetti la concentrazione di pesci presso la foce, sembra più che altro giustificata dal fatto che i pesci cercassero di salvarsi risalendo il fiume.
Le analisi dell'istituto di zooprofilassi avrebbero evidenziato la presenza di batteri nei pesci presi a campione, In particolare sui cefali che rappresentano un anello sensibile dell'ecosistema marino. Una sorta di sentinella sullo stato di salute delle acque.
Molti pescatori raccontano di pesci che giungono nelle reti già debilitati. Il fenomeno della moria - che si è manifestato proprio quando le acque sembravano destinate ad un miglioramento microbiologico (vedi la bandiera Blu attribuita al Comune di Sperlonga), secondo alcuni troverebbe spiegazione nella combinazione di fattori di natura "macroambientale" e di natura strettamente locale.
Dunque da una parte ce chi sostiene che nelle fogne sia stato gettato un agente chimico poi finito in mare e dall’altra chi sostiene che l'innalzamento dei valori termici ha causato in molte parti del mediterraneo l'arrivo di micromeduse. In altre parti la formazione di mucillagini. Da questo punto di vista anche le nostre zone data l'elevata temperatura - intorno agli attuali 28 gradi - rischiano il fenomeno delle alghe, come a Fregene. In presenza di questi valori è chiaro che anche i batteri possano svilupparsi con maggiore facilità.
Ma nel 2003 la temperatura dell’acqua raggiunse i 30 gradi e nessuna moria ne mucillagine si verificò.
Ma c’è anche una terza ipotesi, piu’ che altro “una voce di popolo” (vox populi vox dei). Infatti a molti non è sfuggita la circostanza che i pesci morti siano tutti di uguale e millimetrica misura. Cio’ lascerebbe presagire la “manina” dell’uomo, ovvero di uno sfortunato allevatore che colpito dalla “moria della vacche” abbia preferito aprire le gabbie e riversarne il contenuto in mare.
In effetti in passato si sono verificati fenomeni simili. Gli esperti sanno bene che il sapore delle carni viene dato dal tipo di alimentazione che si da ai pesci. Logicamente alcune volte si sbagliano i mix alimentari e il pesce diventa immangiabile. In passato qualcuno accortosi del “guaio” pensò di ricucire il portafogli sostenendo la fuga dei pesci dalle gabbie causata dalla collisione di un natante contro una rete.
Nell’occasione i più contenti furono i pescatori che tornavano a casa con cestini pieni di spigole.
Questa volta però la situazione deve essere andata diversamente dato che i pesci sono stati letteralmente avvelenati.
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