
Dentici a Traina
Testo e foto di Andrea Lia
Ecco
alcune regole di base e qualche nuova idea per affrontare la difficile tecnica
della traina di fondo con esca viva. Un’attrezzatura adeguata, molte
esche in perfetta forma, e uno scrupoloso dei fondali sono i segreti per
avere successo alle prese col mitico dentice. La traina al dentice è un sistema difficile. Per cominciare bisogna
pescarsi l’esca viva, cosa non sempre facile e veloce. Poi bisogna
conoscere con grande precisione il fondale delle zone dove si intende
calare le lenze. L’attrezzatura non può essere approssimativa
e la tecnica richiede mano sensibile e occhio attento ,
sia per non sbagliare la ferrata che per evitare incagli sul fondo. In
più siamo alle prese con un pesce che non sempre ha voglia di mangiare,
e spesso lo fa così male che è quasi impossibile farlo restare
allamato.
Il prezzo di qualche successo è un lungo tirocinio e un alto numero
di cappotti.
Ma si sa, le cose difficili sono le più ambite. E poi la bellezza
di un denticione che arriva sotto la barca, rosso e blu, coi suoi colori
accesi e il suo sguardo agguerrito, è davvero un’emozione
impagabile. Ecco perché è diventato un mito che popola i
sogni di ogni pescatore. Mi auguro che le pagine che seguono possano aiutare
qualcuno di voi a trasformare un sogno proibito in una fantastica realtà
da mettere al forno.
L’importanza dello
scouting
Il dentice si può pescare tutto l’anno, ma non tutte le stagioni
con le stesse probabilità. Senza dubbio il periodo migliore è
maggio-giugno, soprattutto perché in questi mesi i pesci si trovano
più facilmente imbrancati e in caccia, quindi è più
semplice reperirli e trovarli ben disposti e meno selettivi nei confronti
delle nostre esche, anche perché le coste non sono ancora battute
da un numero eccessivo di barche che costituiscono una certa azione di
disturbo. Comunque anche per tutta l’estate compreso agosto, e l’autunno
fino a ottobre-novembre, le possibilità si mantengono alte.
Per diminuire, pur senza annullarsi del tutto, durante i mesi più
freddi. Per scegliere le zone di pesca è praticamente indispensabile
avere qualche indicazione a priori, anche solo approssimativa.
Infatti non tutte le secche, le cigliate o le scogliere sono ugualmente
frequentate dai dentici: ce ne sono di eccellenti e di completamente disertate,
ce ne sono alcune valide tutto l’anno e altre solo a inizio stagione
(maggio-giugno). Poi, una volta avuta la notizia di una secca potenzialmente
valida, siamo a metà, anzi meno, e dell’opera di reperimento
dei punti dove pescare. 
Non è assolutamente sufficiente arrivare sulla secca e cominciare
a trainare un’esca su e giù sperando di incrociare un pesce.
Bisogna prima prendersi il tempo necessario per studiare con cura il fondale.
Quindi, prima di calare la lenza, si deve sondare tutta la zona con l’ecoscandaglio,
attraversandola più volte in tutti i sensi e tutte le direzioni,
per trovare i punti notevoli come gli scalini più marcati del fondo,
rocce sporgenti, imponenti agglomerati di posidonia, che andranno accuratamente
marcati sul gps.
Una volta reperiti e fissati i mark interessanti saremo pronti a far passare
la nostra esca proprio lì sopra, con precisione, e non approssimativamente
tutto intorno con una navigazione più o meno casuale. Questo scouting
preliminare richiede certamente un bel po’ di tempo, soprattutto
se bisogna esplorare un certo numero di secche, ma aumenta vertiginosamente
il successivo rapporto fra numero di passate e numero di catture. Per
quanto riguarda l’attrezzatura da scegliere per la pesca al dentice,
direi di orientarsi intorno alle venti libbre sia per la canna (io preferisco
una stand-up ma è questione di gusti) che per il mulinello (decisamente
meglio se con freno a leva), ma di caricare quest’ultimo con lenza
da trenta libbre, di gran lunga più sicura negli ambienti a fondale
roccioso molto accidentato che siamo obbligati a frequentare.
Alla fine del trenta libbre imbobinato io infilo cinque centimetri di
dacron vuoto a calzetta, che mi servono da supporto per legare lo spezzone
del piombo guardiano.
Poi con un nodo di sangue collego un terminale da almeno venticinque metri
di florocarbon da cinquanta centesimi di millimetro e alla fine una piccolissima
girella, come una Sampo da trenta libbre, senza moschettone.
A questa collego il terminale vero e proprio fatto di altri due metri
di fluorocarbon dello stesso diametro, oppure un po’ più
grosso se prevedo pesci oltre i sette chili, ma soprattutto se noto che
non sono particolarmente sospettosi.
Prima di scegliere gli ami bisogna ovviamente considerare quale tipo e
dimensione di esca viva abbiamo nella vasca.
Esche vive
Benchè la popolarissima aguglia sia di certo un’esca valida,
ha un certo numero di difetti che per il dentice non me la fanno considerare
la migliore. E’ troppo selettiva, nel senso che attira e soprattutto
riesce a ferrare efficacemente quasi solo pesci superiori ai cinque chili;
Non è facile e soprattutto non è veloce procurarsene una
certa quantità, e siccome si può incorrere in diverse ferrate
a vuoto si rischia di restare senza esca prima della fine della giornata
di pesca; è un pesce molto delicato e non è facile mantenerne
diverse in buona salute in una normale vasca del vivo per lungo tempo.
Considerate queste controindicazioni, io preferisco scegliere un vivo
diverso, prevalentemente sugarelli, che vivono senza problemi e in molti
posti si catturano numerosi in poco tempo. Il sistema di cattura dei sugarelli
è quello del Sabiky,
cioè quelle lenzette a sei ami montati con piccolissime esche artificiali.
Una volta nota una zona in cui vivono questi pesci, se ne cerca un branco
sull’ecoscandaglio, procedendo a velocità ridottissima. Appena
il branco appare sullo schermo si mette in folle, si ingrana un paio di
secondi la retromarcia e quindi si cala alla profondità a cui il
branco ci è comparso sullo strumento.
Anche questo è un sistema che richiede un po’ di pratica,
ma se tutto va bene si possono salpare diversi pesci ogni lancio, che
vivranno tutta la giornata senza problemi in una qualsiasi vasca ossigenata.
In mancanza di sugarelli, nei mesi di maggio e giugno rende bene quasi
ogni piccolo pesce, in particolare la perchia, che peraltro è il
più facile in assoluto da catturare.
L’unico avvertimento supplementare è che la perchia non sopporta
lunghi periodi di nuoto, quindi bisogna alternare qualche pausa all’andatura
più lenta possibile.
Una volta scelta l’esca possiamo passare a montare gli ami sul terminale.
Se abbiamo dei sugarelli di almeno 15 centimetri possiamo metter un 2/0
come trainante, cioè l’amo che fisseremo nelle narici o nella
bocca del sugarello, e un 5/0 come pescante da passare sottopelle fra
la dorsale e la caudale.
Se invece le esche sono più piccole, è meglio usare due
ami uguali di misura 3/0 per lasciare ai pascetti una migliore libertà
di movimento. In tutti i casi è opportuno scegliere ami a gambo
corto, molto leggeri ed estremamente affilati.
E mentre si fila l’esca in mare è buona regola assicurarsi
del fatto che nuoti ben dritta e vivace. Inoltre, a prescindere da quello
che abbiamo visto o sentito sulla punta della canna, l’esca deve
essere recuperata e verificata al massimo ogni mezz’ora, e sostituita
al minimo segno di affaticamento. Perché trainare un pesce morto
o morente è quasi completamente inutile.
L’azione di pesca deve svolgersi a velocità ridottissima,
fra uno e due nodi, magari intervallata da qualche pausa a motore in folle.
Il vivo deve pescare vicinissimo al fondo e quindi bisogna potersi costantemente
accorgere sia del piombo che tocca sulle rocce si di un predatore che
colpisce l’esca.
Quindi la canna va tenuta in mano o comunque costantemente sott’occhio,
perché l’abboccata del dentice potrebbe essere delicatissima
e darci una sola, brevissima possibilità di ferrata, senza prova
d’appello.
Se finalmente il dentice abbocca deciso, e riusciamo a recuperalo fin
sottobordo, per salparlo è sconsigliabile tentare un rischioso
colpo di raffio, molto più sicuro affidarsi a un largo guadino.
Meglio
il disco della palla
Oltre al sistema di affondamento del piombo guardiano, è molto
efficace anche quello con l’affondatore.
Se in effetti con l’affondatore si è meno sensibili alle
abboccate e meno pronti sulle ferrate, si riesce per contro ad essere
molto più precisi e costanti sul fondo, soprattutto a profondità
elevate, anche durante gli inevitabili cambi di velocità e di direzione.
La tecnica dell’affondatore classica, cioè quella che prevede
un pesante piombo a palla, può essere oggi sensibilmente migliorata
grazie al nuovo piombo discoidale prodotto da Servimec. Si tratta sostanzialmente
di una zavorra a forma molto schiacciata, di disco appunto, dotata posteriormente
di un’ala stabilizzatrice.
La forma di gran lunga più aerodinamica permette di pescare con
molto meno attrito sul cavetto, e quindi col cavetto che rimane sempre
praticamene a picco sotto la barca, con un notevole miglioramento della
precisione e una migliore tenuta del fondo.
Eco
e gps
Per un sistema di pesca come la traina di fondo, in cui è di prima
importanza far passare ripetutamente le esche in punti ristrette e ben
determinate, e conoscere profondità e conformazione del fondo è
essenziale,, un’efficace strumentazione elettronica è basilare.
L’ecoscandaglio tuttavia non è necessario che sia troppo
costoso in quanto non è richiesta una grande potenza. Si può
tranquillamente scegliere un modello da trecento watt, purchè fornisca
una buona definizione sullo schermo.
Quanto al gps, piuttosto di un piccolo palmare è di gran lunga
preferibile averne uno dotato di plotter con cartografia, che rende il
reperimento delle secche e dei nostri punti un’operazione semplicissima.
Inoltre è vantaggioso poter disporre di due strumenti separati,
invece di uno solo con doppia funzione, in modo da avere sempre sott’occhio
a pieno schermo, sia il fondo che la posizione.
Per acquistare due strumenti di questo tipo, semplici ma di buona qualità
bisogna preventivare una spesa globale intorno ai millecinquecento euro.
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