
Fario: sempre più in alto
di Roberto Cazzola
La nostra Penisola è traboccante di riali ricchissimi di trotelle.
E, a volte, anche di trote di una certa mole.
Molti affrontano tali splendidi ambienti con la canna fissa e, visti i
risultati, non si può dar loro torto! Anche a spinning, ovviamente
dopo aver acquisito una certa tecnica specifica, le soddisfazioni non
si fanno attendere.
Due parole sull’attrezzatura.
La canna dovrà aggirarsi attorno ai 6 piedi di lunghezza, a volte
anche 5 - 5 e mezzo. La monopezzo è quanto di meglio si possa utilizzare.
Vanno comunque bene anche le due pezzi e, in condizioni particolari anche
le mini-telescopiche che, quando sono chiuse, si possono tranquillamente
inserire nella tasca posteriore del gilet.
Quella che una volta veniva chiamata “carniere”.
La scelta delle telescopiche è dettata dalla praticità d’uso
in ambienti difficili, quando non decisamente pericolosi.
La necessità di risalire pareti molto ripide, magari scivolose,
si impone molto spesso.
Ecco perché si può sentire il bisogno di avere libere ambedue
le mani, proprio per avere un valido aiuto nella risalita.
Se ci riferiamo alle piccole telescopiche, è un po’ ridicolo
soffermarci sulla tale azione o sulla tal altra.
Nessuna telescopica va presa troppo sul serio in tal senso! Non conviene
addentrarsi troppo in faccende tecniche.
Si
tenga presente che può servire per la sua comodità, punto
e a capo! Se invece la conformazione del riale che stiamo affrontando
ce lo permette, propenderemo per cannette monopezzo molto rapide dall’azione
parabolica, l’unica che non tradisce mai.
Stiamo attenti ad un particolare: le cannette corte hanno spesso il manico
molto corto.
Il fatto è che spesso è talmente corto da non permettere
una bilanciatura degna di questo nome.
Consiglio importante, dunque: cerchiamo di non esagerare acquistando canne
con l’impugnatura talmente “mini” da metterci in difficoltà
nell’uso pratico… Mulinello piccolo, montato con monofilo
di diametro attorno allo 0,20.
Anche i trecciatini potrebbero tornare utili, ma se da un lato aiutano
nella ferrata, davvero istantanea, dall’altro non ci sostengono
nella precisione.
E, com’è facilmente comprensibile, la precisione in buchette
di pochi metri quadri è irrinunciabile! L’azione di pesca
l’hanno imparata anche all’asilo: chi non sa che se si pescano
trotelle bisogna risalire senza farsi scorgere ecc. ecc.? In tali spot,
comunque, si è favoriti dalla conformazione stessa dei corsi d’acqua,
a volte talmente ripidi da far sì che non sia affatto necessario
lanciare in ginocchio o porre particolare attenzione alla propria ombra
e cose simili.
Sempre al fine di battere le trotelle sul tempo, sfruttando il fattore
sorpresa, nella fattispecie davvero determinante, sarà buona cosa
ricorrere al cosiddetto lancio a catapulta.
Se ne è parlato tanto, lo so, ma i lanciatori che lo eseguono con
regolarità sono pochissimi.
Questo perché ci vuole un bel po’ di allenamento per raggiungere
una certa dimestichezza.
Ed invece, proprio nella ricerca delle trote di riale, a fare la differenza
può essere proprio il modo di lanciare.
Il segreto per arrivare al punto di perlustrare letteralmente dove si
vuole, senza sbracciamenti vari che in tali ambienti sono alquanto deleteri,
è quello di allenarci con tale tipo di lancio anche quando…
non serve.
Stiamo tirando a boccalarga od a lucci, anche in acque aperte? Eseguiamo
ogni tanto qualche lancio a catapulta.
Se attendiamo di usufruirne soltanto quando decidiamo di andare nei riali,
sarà troppo tardi.
Come sempre, non lo utilizzeremo (con le conseguenze del caso) proprio
perché non essendo allenati lo eseguiamo troppo approssimativamente.
Una volta tanto non dobbiamo scervellarci nella scelta dell’artificiale
giusto.
Nove volte su dieci, a rendere veramente, è il rotante di dimensioni
ridotte, tanto per capirci del n. 1 o del n. 2.
I modelli migliori sono quelli che permettono una rotazione immediata
una volta caduti in acqua.
Già
ci sono pochi… centimetri disponibili, se se ne perdono di ulteriori
per colpa del rotantino che non inizia subito a ruotare, allora vuol dire
che si è masochisti… Io ho sempre avuto un debole per i Mepps
Comet e gli Ilba tondo: sono ambedue artificiali che funzionano alla perfezione
e che non tradiscono mai.
Un discorso a parte merita la “reginetta di fondale”, che
non è la miss del torrentino ma il pesce che a volte può
anche avvicinare, ed in certi casi superare, i 50 cm.
di lunghezza.
La suddetta si sarà certamente scelto una tana nella posizione
più vantaggiosa… per essa.
Ecco perché è arrivata a tali cospicue dimensioni! Prima
regola, sarà dunque quella di porre la massima attenzione durante
i lanci nel fondaletto “critico”.
Voglio dire di non pensare come al solito “Lancio da qui perché
sono più comodo…”.
No: bisogna lanciare dai punti più impensati, di più, inventarci
postazioni magari scomodissime ma che si possono le uniche che ci aiutano
a non mettere sul chi vive la reginetta.
Sempre col fine di attaccare veramente qualcosa di bello, si possono anche
alternare ai rotanti i minnows di circa 7 centimetri, senza trascurare
i modelli floating che, a volte, danno risultati migliori rispetto ai
coutdown.
Prima di tutto sono più plastici, per cui funzionano benissimo
anche in spazi molto ristretti.
E poi… l’attacco a galla è il massimo.
Sì, anche se si parla di trote! Non resta che parlare di due gruppi
di artificiali che considereremo gli outsiders della situazione: i mini-crank
ed i grubs.
I primi richiamano i minnows e suppergiù vanno usati come quelli,
con la differenza che ci permetteranno di sondare ancora meglio gli angoli
nascosti del fondale.
Se si trova il modello giusto, anche se è di piccolissime dimensioni,
non ci pentiremo di averlo preferito allo stesso minnow! Quanto ai grubs,
di resa ormai consolidata un po’ dappertutto, nei riali rendono
al massimo anch’essi nei fondali.
Provate a recuperarli lentissimamente, ovviamente a strappetti al fine
di mantenerli “vivi” come si conviene, di modo che riescano
a radere il fondo.
Non ve ne pentirete… Vanno scelti di 2 pollici (5 cm. circa od anche
di tre se si presume che ci sia la possibilità di incontrare qualche
bel pezzo.
Io starei su due colori, il bianco ed il nero.
Precisato che non sono juventino (ma ahimè interista) il consiglio
deriva da una casistica piuttosto articolata.
Per cui fidatevi…
Bene, abbiamo detto con che canna, con che filo, con quali artificiali
è meglio pescare.
Già, ma manca un tassello per completare il mosaico.
Qual è? Ma è ovvio, è sempre quello: in quale riale
andare? Basterebbe un solo nome…
Il fatto è che, cari amici di POL, che se vi dicessi il nome di
un solo torrentello di quelli buoni, rischierei davvero grosso…
Prima di tutto devo rendere conto anch’io a chi me l’ha insegnato.
Magari anni fa, è vero.
Ma chi me l’ha spifferato ha preteso la mia solenne promessa di
non divulgare quanto dettomi.
Ed io sono un uomo di parola! In tutti i casi, statemi a sentire, anzi,
a leggere.
L’Italia è strapiena di ottimi riali.
Lungo la dorsale appenninica ce ne sono di stupendi.
Parlo di centinaia di corsi buoni.
Lo ripeto: centinaia! Ci vuole poco, solo un pizzico di volontà
e di passionaccia, per andare a scoprirne qualcuno davvero bello.
Eccovi un augurio ed un consiglio.
L’augurio è quello di trovarne uno tutto vostro, da difendere
gelosamente.
Il consiglio è di non dirlo a nessuno.
Neanche a me.
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