
Piccoli corsi d’acqua
di Sabino Civita
Il
fosso sotto casa
Tutti abbiamo un “fosso sotto casa”, non quel canale di scolo
pieno di immondizia e di pezzi di lavatrice, quell’altro: un torrentello
che attraversiamo sempre quando rientriamo dalla periferia, un canale
artificiale sulle cui sponde qualche volta c’è gente che
pesca, una roggia vicino alla quale passiamo tutti i giorni, e in cui,
da buoni pescatori, buttiamo un’occhiata per vedere cosa c’é.
E spesso qualcosa c’è in quei piccoli corsi d’acqua.
Ecco, andiamo a pescare in un posto del genere, non il solito “hot
spot” dalle sponde invase da pescatori seduti su panchetti all’ultima
moda – e naturalmente ci andiamo a ledgering.
Winkle Picker
Lasciamo per una volta a casa le solite canne
da 12-13 piedi, quelle catapulte da ledgering continentale che ci permettono
di gestire grossi pesi da lanciare e grossi pesci da domare in parecchi
metri d’acqua, con forti correnti a rendere il tutto più
complicato.
I piccoli corsi d’acqua sono il regno delle canne winkle-picker.
Se date un’occhiata a quei dieci, dodici cataloghi di attrezzatura
da pesca che tenete sul comodino – ma molto più probabilmente
in bagno - in mezzo alle canne da ledgering, molte marche ficcano un modello
spesso denominato winkle-picker, o quiver, in genere una canna lunga dagli
otto ai dieci piedi, sottile e leggerissima, dall’azione più
parabolica del consueto, con quiver tips capaci di segnalare le più
impercettibili abboccate, con una potenza di casting apparentemente modesta,
ma in realtà più che sufficiente alla bisogna.
Proprio
in virtù della loro azione e leggerezza, ci si ritrova in mano
canne divertentissime da usare, sia che dall’altra parte della lenza
si trovi una modesta scardoletta, sia qualora fossimo alle prese con un
irrequieto cavedanone – e occhio alle carpe; una bella carpa da
domare con una winkle-picker può far male alle coronarie.
Chiaramente il restante dell’attrezzatura va proporzionato: mulinelli
di classe 2500 –3000 vanno bene, imbobinandoci sopra monofili dallo
0.14 allo 0.20, a seconda del tipo e della taglia del pesce che incontreremo
e dei luoghi in cui pescheremo (avere con sé due bobine con diametri
alternativi può quindi tornare comodo).
Il terminale, di monofilo fluorocarbon dallo 0.12 allo 0.16, legherà
ami dal 20 al 16 – io uso spesso ami con occhiello – e sarà
lungo dai settanta ottanta cm fino a oltre il metro.
Si possono usare pasturatori leggeri, non oltre i venti grammi (ma spesso
molto meno), riempiti prevalentemente di bigattini, specialmente in inverno,
quando i pesci voglion della “ciccia” – oppure, fare
a meno del feeder, montare un piombo dai cinque ai quindici grammi, ed
affidarsi a sapienti fiondatine di bigattini a monte della nostra linea
di pesca: spesso le ridotte distanze di lancio ce lo consentono agevolmente.
Con l’approssimarsi della bella stagione, aumentando il valore attrattivo
degli sfarinati si useranno più facilmente dei cage feeder (quei
pasturatori aperti, fatti di rete metallica, per intenderci), senza tuttavia
far mancare qualche bel bigattino scodinzolante.
In pesca
Il
mio fosso sotto casa non è proprio … sotto casa, soprattutto
rispetto al Ticino
che scorre a poche centinaia di metri da dove abito, ma comunque in pochi
minuti di macchina lo raggiungo e posso mettermi a pescare: si tratta
del torrente Gravellone,
nel tratto che scorre tra S. Martino Siccomario
e Pavia, per poi sfociare nel Ticino
a valle del Borgo Basso,
un piccolo corso d’acqua bassa e pulita, ancora ricca di pesce per
chi sa pescarlo.
Nonostante siamo in gennaio è da qualche giorno che la temperatura
è mite e il sole splende; insomma, oggi è una di quelle
splendide giornate che ti fanno presagire quanto sarà bello pescare
in primavera.
Solo ieri, facendo due lanci a spinning con Uby
Barbarini, proprio qui abbiamo visto una carpa
saltare come se fossimo a maggio e non in pieno inverno.
È questo il segreto dei “piccoli posti” di pianura,
con bassi fondali e correnti poco veloci: così come ghiacciano
ai primi freddi, si scaldano ai primi occasionali tepori, facendo muovere
i ciprinidi che invece restano inattivi anche nei buconi di parecchi metri
dei grandi fiumi, che a hanno ormai ceduto tutto il calore accumulato
nelle stagioni più temperate.
Altro segreto è conoscere bene l’acqua in cui si sta pescando,
soprattutto le buche più profonde (per modo di dire: spesso non
si raggiunge il metro di fondale), onde evitare di lanciare la nostra
esca in quindici centimetri d’acqua.
In questi piccoli rivi un posto non vale l’altro ancor di più
che su un grande fiume.
Ma torniamo a pesca: scelto un pasturatore da 10 grammi e un terminale
da ottanta centimetri di 0.15 che lega un amo del 18, carico il mio feeder,
innesco l’amo con due bigattini e lancio.
In posti come questo l’azione di pesca cambia radicalmente rispetto
ai grandi fiumi di pianura: se in Ticino,
in Adda o in
Po i ripetuti
tonfi di pesanti pasturatori non rischiano di spaventare troppo il pesce,
qui le cose sono diverse: difficilmente vedremo il tip della nostra canna
vibrare non appena il feeder è affondato, come frequentemente accade
in quei fiumi nelle giornate di grazia.
Per quanto piccolo e leggero sia il pasturatore che abbiamo scelto, in
cosi d’acqua come questi, con meno di un metro di fondo a disposizione,
farà un fracasso del diavolo, e non invoglierà certo i pesci
più grossi e sospettosi a precipitarsi immediatamente sulla nostra
esca: bisogna aspettare un po’.
I primi clienti sono infatti gobioni e piccoli gardon, prede facili e
poco guardinghe, e a dirla tutta anche loro hanno atteso (è il
caso di dirlo) che le acque si calmassero per abboccare.
Poi un bel cavedano e infine suo fratello maggiore – decisamente
un bel pesce.
In stagione da cappotto come questa, un’ora e mezza di pesca ha
dato quel po’ di divertimento che cercavamo: provate anche voi a
fare qualche lancio nel fosso sotto casa, potrebbe sorprendervi.
Rispetto
Bisogna
aver rispetto di tutti i posti in cui si pesca, grandi fiumi, laghi e
campi di gara compresi, ma alcuni di questi piccoli rivi, i più
selvaggi e meno frequentati, possono essere un po’ più delicati
e assorbire meno le ingiurie che noi pescatori, spesso solo per distrazione,
gli arrechiamo solo per procurarci qualche ora di relax.
Cerchiamo quindi di non lasciare buste vuote di pastura, cartacce, scatoline
e scatolette vuote in giro, di non buttare in acqua tre chili di pastura
avanzata alla fine della pesca e di non disboscare venti metri di sponda
per sentirci più comodi.
Oltretutto, così facendo, non segnaleremo a nessun altro pescatore
“io sono stato qui”: potrebbe venirgli voglia di provarci
anche lui, e di fregarci il “posto buono” del nostro magico
piccolo corso d’acqua.
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