
Ricciole
di Andrea Lia
www.andrealia.it
Una ricciola di 37 chili, la storia di un record d'Europa sulle secche delle Bocche di Bonifacio e qualche accorgimento tecnico per trainare a fondo con gps, ecoscandaglio e affondatore. Di ricciole, su tutte le secche che incoronano il nord est della Sardegna, ce ne sono tantissime.
E l'estate del 97, quella appena passata, avevo programmato due settimane da quelle parti, una all'inizio di luglio e l'altra a metà agosto.
Quattordici giorni completamente dedicati alla traina di fondo, in quel periodo e in quei posti, sono un sogno che vale la pena di attendere per undici mesi.
A saperci fare appena un po', e ponente permettendo, l'azione è continua e i bei pesci possono venir fuori quasi tutti i giorni.
Di solito sono ricciole fra i quattro e i dieci chili, ma il dentice non è raro e nemmeno qualcosa di ben più impegnativo. Ma niente è dato gratis, e così la prima delle due settimane se ne va quasi in bianco, un po' per il vento, un po' perchè sulla barca non tutto è ancora a punto, e un po' perchè i pesci, prima di prenderli, bisogna trovarli.
E ci vuole il suo tempo. Proprio l'ultimo dei giorni di pesca la situazione si sblocca insieme alla pinzetta dell'affondatore. E' il primo vero pesce della stagione e non è nemmeno di quelli piccoli.
Lo stimo ben sopra i dieci chili e lo perdo da idiota un attimo prima della raffiata, col terminale già dentro agli anelli. Così, invece di qualche magnifica foto e un bel trancio da mettere al forno, mi ritrovo a condividere col mio amico di pesca soltanto una bella delusione.
Lui, da parte sua, ha strappato un pesce sulla trenta libbre, quasi incredibile. Doveva essere almeno il doppio del mio, ma probabilmente molto di più. Monto in aereo con l'ansia di cancellare dal calendario il più in fretta possibile tutti i giorni che mancano alla mia seconda settimana in Sardegna.
Ricciole è un record!
Ci siamo, niente scuse questa volta. Le ricciole sono lì, fra La Maddalena e la Corsica, ne sono certo per essere rimasto in contatto telefonico con chi è andato a pesca tutto il mese. Ne hanno prese parecchie, e le voci di alcune sopra i venti chili sono assolutamente attendibili. In particolare un mostro da ventisette è più che certo, l'ha preso il primo dei miei compagni di pesca, lo skipper della mia stessa barca nonchè, per l'anagrafe, mio padre. Ora sta anche a me.
Salto in barca e abbasso la manetta verso il posto delle aguglie. Fortuna. Ne metto tre nella vasca del vivo in meno di mezz'ora, e quindi subito verso quella che conosco come “la secca dei pesci grossi”. Una montagna che da un fondale di più di sessanta metri si alza fino a venti. Per esperienza passate so comunque che quasi tutte le migliori abboccate si hanno vicino a un suo sperone che la limita a sud, sui cinquanta metri di fondo. Per pescarci con una certa precisione bisogna calare con l'affondatore una palla di almeno sei chili. E' un posto difficile, vale due o tre passaggi per cercare quello davvero grosso, ma poi è meglio cambiare aria.
Dove c'è un po' meno acqua, venti o trenta metri, le ricciole medie si prendono meglio, ce ne sono di più ed è più facile arrivare a segno. Perchè un paio di aguglie, una calata vicino al fondo e l'altra a mezz'acqua coprono bene tutta la profondità e possono essere individuate e attaccate da un pesce che si trovi a qualsiasi altezza. Quindi ok, ultimo passaggio per il gigante dopodichè, se stasera non vogliamo mangiare aguglie, sarà meglio ripiegare su un'altra secca. Invece snap, la molletta, giù a quarantotto metri, si è aperta, e la lenza comincia a stendersi dietro la poppa.
Ho la canna in mano ancora prima che il cicalino possa dire la sua, e appena ferro mi accorgo che avrò filo da torcere. Tutta l'attrezzatura è ben bilanciata sulle 30 libbre, non certo roba leggera, eppure quel pesce non riesco a muoverlo di un millimetro. 30 libbre, cioè più o meno una lenza dello 0,50, è tanto in acque libere, ma fra quelle guglie di roccia che salgono e scendono di dieci o quindici metri c'è poco da star tranquilli. Il pesce andrebbe tirato fuori da lì quasi di forza e quindi il freno è già regolato di proposito vicino al limite. Di più non posso proprio chiuderlo, romperebbe in un attimo, ma così non riesco a farlo salire. Non di un solo metro.
A quest'aguglia si è attaccato un vero gigante, e non può che essere una ricciola. Di questo sono certo, ma non riesco proprio a immaginarne le dimensioni. Sicuramente ben oltre il più erotico dei miei sogni. Quando finalmente riusciamo a spostare barca e combattimento fuori dal margine della secca, e leggo sull'ecoscandaglio che siamo a meno settanta, il bestione laggiù comincia a cedere e io, nonostante le braccia che tremano per la fatica, a sperare di farcela.
Ancora qualche minuto e intravedo affiorare i lampi di un animale grosso quanto me, poi il raffio va a segno ed entra in barca una ricciola grande come non ne avevo mai viste da vicino, almeno in Mediterraneo. La stimo a occhio intorno ai 40 chili. Sbaglio di poco, sono 37 giusti, e vuol dire record d'Europa, non c'è dubbio. La scocciatura di riempire i moduli per l'omologazione serve ad aggiungere anche un briciolo d'orgoglio a una soddisfazione che sarebbe già enorme anche senza bisogno di un primato.
Ricciole un occhio al satellite, un occhio alla boa
Per prendere ricciole a traina, per prenderne con una certa costanza intendo dire, oltre a un minimo di abilità e a un po' di fortuna, ci vuole la disponibilità ad attrezzarsi in modo completo, a partire dall'elettronica. Fermo restando che anche fissando a occhio le mire a terra e trainando con una lenza a mano i pesci si possono prendere, è comunque innegabile che ecoscandaglio, gps e affondatori aumentano enormemente le possibilità. Ecco come procedere. Per prima cosa bisogna individuare su una carta nautica le secche rocciose nella zone in cui intendiamo pescare. Quindi si riportano le coordinate sul gps e si parte alla ricerca. Quando arriviamo in prossimità del punto segnalato dal gps bisogna affidarsi all'ecoscandaglio, perchè il segnale proveniente dal satellite fornisce indicazioni approssimate a un raggio di circa un centinaio di metri.
Sarà quindi l'indicazione della profondità, con precisione assoluta, a indicarci quando siamo esattamente sulla secca. Lì sopra dovremo trainare, sia sul cappello che sulle scalumate. Ogni agglomerato roccioso ha una storia a sè, ed è difficile dire a priori se sia meglio incrociargli sopra o aggirarne il perimetro, insistere sul suo lato sopravento o su quello sottovento.
Dovremo cercare di volta in volta la risposta sull'ecoscandaglio.
E' fin troppo ovvio che converrebbe insistere dove si nota la maggiore concentrazione di pesci; ma è altrettanto vero che soprattutto in presenza di vento e corrente sostenuti non è facile azzeccare con precisione sempre lo stesso passaggio. Un espediente che agevola un po' l'operazione è quello di calare un pedagno proprio sul cappello della secca, in modo da individuare a colpo d'occhio il riferimento reale, decisamente più attendibile, per piccoli spostamenti, di quello satellitare.
Allora, una volta filata a mare la nostra boetta, e individuata una volta per tutte la posizione preferita dai pesci, sarà molto più semplice ripassarci sopra a ripetizione.
A questo punto, in mancanza di chiarissime indicazioni dell'ecoscandaglio, il meglio è calare due lenze, una collegata a un'affondatore e portata proprio in prossimità del fondo, l'altra zavorrata con una piombatura a sgancio rapido fra il mezzo chilo e il chilo, per farla viaggiare a mezz'acqua. La velocità a cui procedere è strettamente determinata dall'esca che abbiamo in fondo al terminale. La prima scelta, lo sanno tutti, è l'aguglia viva. Sia perchè funziona benissimo, sia perchè è relativamente facile procurarsela. In questo caso bisogna andare pianissimo, un nodo e mezzo, massimo due.
Solo così l'aguglia riesce a nuotare liberamente senza lasciarsi trascinare come uno straccio e, se innescata con cura, rimane perfettamente viva anche qualche ora. La bassissima velocità ha l'ulteriore vantaggio di far pescare il cavetto dell'affondatore praticamente a picco, in modo tale che la quota letta sul contametri corrisponda quasi esattamente all'effettiva profondità di lavoro della palla. Se invece non riusciamo a procurarci del vivo, possiamo tentare lo stesso con buone possibilità innescando un calamaro morto. E in questo caso la velocità dev'essere superiore, direi tre nodi.
Dettagli di un record
Ecco, dall'attrezzatura al terminale, tutto quanto ha contribuito a rendere possibile questo record d'Europa:
Affondatore elettrico Krystal Fishing XL95, con palla di piombo da 6 chili.
Canna Italcanna Stand up 20/50, mulinello Gladiator 6/0, filo Ande 30 libbre.
Terminale da 50 libbre, lungo un metro e venti, montato a due ami in serie: 2/0 il trainante e 6/0 il pescante.
Tante aguglie tutte vive
Il primo problema da affrontare per prendere una bella ricciola è quello di procurarsi le aguglie. Il secondo è quello di mantenerle vive.
Il sistema più efficace per catturarne tante senza danneggiarle è l'innesco combinato di coreano e meciuda.
Il verme infatti è solitamente l'esca più attirante, ma ha il difetto di venire spesso ingoiato.
In questo caso, cioè con un amo nello stomaco, l'aguglia difficilmente riesce a vivere a lungo.
Ecco allora come fare. Si prepara un calamento di nylon dello 0,20, che termina con una treccina meciuda e si lega, 3 centimetri sopra, un piccolo amo del 10.
Si appunta quindi la testa del verme coreano sull'amo, e lo si lascia penzolare lungo il meciuda. Questo è molto più catturante del semplice meciuda, perchè al richiamo visivo dell'artificiale aggiunge quello succulento del verme. Ma soprattutto consente di catturare le aguglie come con la sola treccina, cioè senza assolutamente danneggiarle.
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