
Sulle secche rocciose
di Andrea Lia
Per prendere ricciole e dentici a traina, per prendere quelli grossi intendo
dire, oltre a un minimo di abilità e a un po’ di fortuna,
ci vuole la disponibilità ad attrezzarsi in modo completo, a partire
dall’elettronica.
Fermo restando che anche fissando a occhio le mire a terra e trainando
con una lenza a mano i pesci si possono prendere, è comunque innegabile
che ecoscandaglio, gps e affondatori aumentino enormemente le possibilità.
Ecco come procedere.
Per prima cosa bisogna individuare su una carta nautica le secche rocciose
nella zone in cui intendiamo pescare.
Quindi si riportano le coordinate sul gps e si parte alla ricerca.
Quando arriviamo in prossimità del punto segnalato dal gps bisogna
affidarsi all’ecoscandaglio, perchè il segnale proveniente
dal satellite fornisce indicazioni approssimate a un raggio di circa un
centinaio di metri.
Sarà quindi l’indicazione della profondità, con precisione
assoluta, a indicarci quando siamo esattamente sulla secca.
Lì
sopra dovremo trainare, sia sulla sommità che intorno ai margini.
Ogni agglomerato roccioso ha una storia a sè, ed è difficile
dire a priori se sia meglio incrociargli sopra o aggirarne il perimetro,
insistere sul suo lato sopravento o su quello sottovento.
Dovremo cercare di volta in volta la risposta sull’ecoscandaglio.
E’ fin troppo ovvio che converrebbe insistere dove si nota la maggiore
concentrazione di pesci.
Ma è altrettanto vero che soprattutto in presenza di vento e corrente
sostenuti non è facile azzeccare con precisione sempre lo stesso
passaggio.
La velocità a cui procedere è strettamente determinata dall’esca
che abbiamo in fondo al terminale.
La prima scelta, lo sanno tutti, è l’aguglia viva.
Sia perchè funziona benissimo, sia perchè è relativamente
facile procurarsela.
In questo caso bisogna andare pianissimo, un nodo e mezzo, massimo due.
Solo così l’aguglia riesce a nuotare liberamente senza lasciarsi
trascinare come uno straccio e, se innescata con cura, rimane perfettamente
viva anche qualche ora.
Il
calamento per l’innesco dell'aguglia può essere costruito
con buon nylon da 0,70, dev’essere lungo circa un metro e mezzo
e deve portare due ami.
Quello terminale dev'essere compreso fra il 2/0 e il 6/0, dipende dalla
grandezza dell'aguglia.
Conviene avere calamenti con ami diversi già preparati, in modo
da scegliere quello opportuno in base all'esca che riusciamo a procurarci.
L'amo superiore, non più grande del 2/0, deve avere l'occhiello
incurvato all'indietro.
Perchè va montato scorrevole, col terminale che passa nell'occhiello,
e fissato con un nodo uni a sette otto spire di filo del cinquanta, in
modo che possa scorrere solo sotto forte trazione.
Poi sul suo gambo va fissato, semplicemente con un paio di spire, uno
spezzoncino di cinque centimetri di fil di ferro plastificato.
L'amo terminale va fatto passare sottopelle su un fianco dell'aguglia,
in prossimità del foro anale, mentre quello scorrevole, dopo averne
regolato esattamente la posizione, si infila nel rostro, da sotto in su.
Quindi, per finire, il becco dell'aguglia va chiuso con tre avvolgimenti
di fil di ferro plastificato.
Tutta
l'operazione andrebbe fatta preferibilmente mantenendo l'aguglia in acqua,
o almeno maneggiandola con un panno di daino bagnato e morbidissimo.
La scelta dell’attrezzatura per questa tecnica di pesca va fatta
considerando soprattutto l’ambiente nel quale è obbligatorio
pescare.
Le secche rocciose molto frastagliate non consigliano di avventurarsi
in sistemi troppo leggeri.
Bilanciare canna, mulinello e nylon intorno alle trenta libbre non è
esagerato.
I dentici e soprattutto le grandi ricciole durante il combattimento cercano
costantemente il fondo, quindi bisogna lavorarli con il freno chiuso vicino
al limite massimo.
E una lenza al di sotto delle trenta libbre, al massimo della tensione,
costretta a strofinarsi contro sassi taglienti, ha poche probabilità
di restare intera a lungo.
Il sistema migliore per portare sul fondo un'esca viva è quello
del piombo guardiano.
Sostanzialmente si tratta di collegare un piombo da circa un chilo alla
lenza madre, una ventina di metri prima del terminale con l'esca.
Il piombo va attaccato alla lenza tramite uno spezzone di un metro e mezzo
di filo sottile, al massimo 0,35, ma comunque molto più debole
della lenza in bobina.
In
questo modo la zavorra viene trainata un po' più a fondo dell'esca,
e durante il recupero può essere staccata appena arriva in barca
recidendo il bracciolo che la collega.
E' importante che il bracciolo di collegamento sia sottile perchè,
se il piombo dovesse incagliarsi sul fondo, può essere strappato
senza perdere tutto il resto.
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