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Pesca della trota col galleggiante
di Fausto Buccella (prima parte)

Il galleggiante, insieme all’amo, è un po’ il simbolo della pesca. Anche coloro che non hanno mai pescato una sola volta in vita loro quando devono crearsi un’immagine di pesca pensano subito a un bel “tappo” fatto a pera, dipinto di colori vivaci che, sull’acqua, forma cerchietti concentrici e, immediatamente dopo, all’amo sul quale di dimena un simpatico lombrico.

Non a caso metà dei sistemi di pesca, e certo i più diffusi, sono praticati con l’impiego del galleggiante e, sempre non a caso, il galleggiante è lo strumento che più riceve attenzioni da parte dei pescatori.

Le lenze e le azioni di pesca ad esso legate sono infinite e, malgrado sembrino complesse, nell’essenza sono semplicissime.
E’ per questa ragione che, d’acchito, sono scelte da tutti coloro che per la prima volta vogliono tentare la cattura di un pesce.
La stessa però che, per molti anni, ha portato i patiti dello striscio a rifiutarle.

Oggi, non è più così perché il pescatore di trotalago ha, finalmente, capito che nella pesca nulla va sottovalutato perché mille e mille sono le sfumature che segnano la strada del successo.
Sfumature che talvolta possono apparire insignificanti, magari inspiegabili, ma che nell’insieme e al momento giusto, possono fare la differenza.
In chili di pesce, s’intende!

Ma, voi dite: come si fa a pensare alla pesca col galleggiante quando tutti sappiamo che i sistemi a striscio sono, praticamente, formidabili in ogni situazione?
Beh, non è facile ma, non è neanche difficile.
Ci vuole soltanto un po’ d’esperienza per individuare i periodi migliori e le condizioni di lago più favorevoli.
L’inverno è sicuramente la stagione ideale perché le trote sono in frega vicino a riva.
Sono indolenti, poco aggressive, senza appetito e quindi, senza troppa voglia di correre dietro ad un’esca vivace.

Fateci caso quando ve le vedete passare sotto riva: nuotano tranquille, senza paura e, quando abboccano, lo fanno con una lentezza tale da far pensare più all’azione del bere che del mordere.
Ecco, queste sono le condizioni ideali per utilizzare la lenza col galleggiante perché la sintonia con l’umore della trota è perfetta.
Certo, anche con lo striscio si può arrivare alle prestazioni del galleggiante ma, solo quando è possibile aggiungere all’esca uno zuccherino o un paio di palline di polistirolo che servono a tenere il boccone distaccato dal fondo e a dargli un movimento spontaneo durante le interruzioni del recupero.

Tuttavia, non sarà mai la stessa cosa: con il galleggiante si ha una maggiore sensibilità e, soprattutto, si ha la possibilità di far giocare l’esca sul posto in saliscendi verticale.
Cosa che con lo striscio non è possibile perché alla base dell’azione c’è il sistematico recupero della lenza orizzontalmente al fondo e, conseguentemente, un allontanamento dal posto di pesca.
Un altro indicatore di preferenza è l’acqua “sporca” dei laghetti con poco fondale (2-3 metri al massimo).
Non è una regola assoluta ma, in questi laghetti, sempre più spesso accade di vedere i patiti dello striscio portare con sé canne montate con il galleggiante.

Perché in certi laghi sì ed in altri no, non saprei proprio dire e nessuno, io credo, è in grado di dare una spiegazione.
Di fatto, è quel che succede.
C’è infine, una situazione, solitamente di gara, in cui il galleggiante mostra d’essere più efficace del “piombino”.
E’ quella della pesca in velocità su tante trote.
Sembra incredibile ma, “Jo”
Busato, noto agonista biellese, lo ha dimostrato.
Non c’è, infatti, pescatore di trotalago che, a parità di condizioni, riesca col “piombino” a batterlo.
A parte il discorso tecnico sulla lenza, sulla canna e sul gesto, ricordo un dettaglio che egli mi suggerì in una gara in cui il galleggiante era da tutti considerato vincente.

Stava alle mie spalle e vedendomi indugiare sull’abboccata mi disse:
“Devi far conto di pescare i cavedani.
Non appena vedi muoversi l’antenna del galleggiante, ferra deciso, di polso.
Soltanto se perdi quest’attimo devi aspettare, cioè lasciar mangiare la trota come si fa solitamente.
E poi la prossima volta, portati una canna più lunga, di cinque - sei metri almeno, magari teleregolabile, che ti farà guadagnare secondi preziosi sia nel salpaggio del pesce e sia nel lancio.
Vedrai che a fine turno, con questi due soli accorgimenti ti ritroverai con qualche trota in più del tuo diretto avversario.” “Ovviamente – aggiunse – per essere veloci col galleggiante non basta ferrare prontamente ed avere una canna più lunga, ci vuole anche una buona confidenza con la lenza e con tutte le altre manovre di contorno. Dunque, tanto allenamento. Sappiti regolare.”


Una bella lezione, non vi pare? Ma, torniamo a noi.
Abbiamo visto i momenti, i luoghi e le condizioni di pesca in cui il galleggiante dimostra il massimo della sua efficacia.
Vediamo ora, quali suoi modelli meglio si adattano alle varie situazioni.


I MODELLI

Considerando che l’azione di pesca col galleggiante è, sostanzialmente uno striscio, la linea filiforme nel galleggiante, è fondamentale.
Specialmente nei modelli di una certa portata (4 – 10 grammi) utilizzati col lancio forzato.
La ragione è nella sua capacità di fendere l’acqua meglio delle forme tozze e quindi, di non opporre resistenza alle sollecitazioni di canna, destinate all’esca.

La “penna di pavone” è il galleggiante che, per questa funzione, ha tutte le carte in regola: ha un peso specifico quasi nullo, una discreta robustezza, un’eccellente portata ed è diritta.
Meno efficiente è la “penna di plastica” perché ha una portata minore ed un peso specifico maggiore che durante il lancio, la fa sfarfallare.

Meglio ancora della penna di pavone è il galleggiante “Turbo trout” che ha un corpo sottile ma corto, quindi, è più robusto e, soprattutto, è meno resistente all’acqua durante il recupero.
Ma la caratteristica che lo fa preferire alla penna, è l’entrata del filo in centro testa che, in azione di pesca, permette una comunicazione più diretta con l’innesco ed impedisce alla lenza piombata di accavallarlo durante il lancio.
Per una pesca inferiore ai tre grammi vanno benissimo tutti i galleggiantini della pesca al colpo.
Sempre fra quelli di questa specialità, infatti, si è scelto fino a poco tempo fa.
E sempre hanno funzionato a dovere.
L'unico loro inconveniente è che per la pesca alla trota, sono troppo fragili.
Anellino, deriva o corpo, si rompono solo a guardarli.
D’altro canto nella pesca alla trota, la continuità dei lanci e recuperi, le ferrate al fulmicotone e l’estirpazione al volo della cattura sono stress inevitabili cui è difficile resistere.

Allo scopo, è stato quindi inventato il galleggiantino “In Line” che, oltre ad avere un corpo reversibile per dare al pescatore la possibilità di scegliere fra due sensibilità d’affondamento, ha anche il filo che passa dentro il corpo garantendo così una presa più sicura col filo ed un contatto più diretto con l’esca.
Per la trotalago non occorre altro tipo di galleggiante.
Quelli descritti sono il meglio in circolazione ma, ciò non significa che quelli fino ad ora, utilizzati non possano funzionare altrettanto bene.


LA CANNA
Fissa o con anelli? Entrambe.
Fissa, per chi vuol vivere, godere del combattimento con la trota allamata e per chi, in gara, ha tanti pesci a tiro di canna e vuol essere più veloce degli avversari.
Con anelli (“Bolognese”), praticamente sempre.
Ma se per la canna fissa la lunghezza e l’azione sono, tutto sommato, qualità discrezionali perché è un tipo di canna che è scelto più per provare emozione che per reale necessità, per quella con gli anelli (bolognese), invece, queste qualità sono fondamentali.
La lunghezza serve per meglio lanciare la spesso lunghissima lenza, per arrivare senza lancio dove con una più corta il lancio sarebbe necessario e per estirpare al volo la cattura senza dover ricorrere al mulinello; l’azione di punta, invece, per avere la sensibilità sotto abboccata e la prontezza di risposta sulla ferrata.
A riguardo della lunghezza infine, va fatta un’ulteriore precisazione.
Precisazione peraltro legata al tipo di galleggiante adoperato e quindi alle condizioni di pesca in cui questo si dimostra ideale.
Mi riferisco ai momenti in cui un galleggiantino “In line” per esempio, è meglio della penna e viceversa.
Montare in canna un galleggiantino “In line” significa pensare ad un’azione di pesca non troppo attiva e, prevalentemente, vicino a riva.
Quindi ad una pesca fatta di sottili attenzioni visive in cui la canna gioca un ruolo fondamentale per la prontezza di risposta del pescatore e per il lancetto sottomano.

LA PIOMBATURA
La piombatura della lenza è importante ma, non così come molti pescatori credono.
I suggerimenti che in proposito ci arrivano dalla pesca al colpo, sono più che validi ma, non devono essere presi alla lettera perché, a sua differenza, la “trotalago” pesca sempre una sola specie ittica in acqua ferma.
Senza considerare poi, che la pesca al colpo utilizza la pasturazione e noi no e che la trota è un pesce predatore che maggiormente gradisce vedere la sua preda scappare.
Per decidere dunque, come piombare la nostra lenza con il galleggiante, bisogna sapere prima come intenderemo utilizzarla: se per un recupero strisciato brillante di mezz’acqua o di fondo, se per uno striscio lento di superficie o se per una pesca morbida a sfruttare la calata.
Nel primo caso basta una piombatura raggruppata.
Una torpille od un piombino da striscio sono ideali, tuttavia anche una catenella di grossi pallini di piombo raggruppati, può ugualmente bene svolgere la funzione.
Nel secondo e terzo caso invece, occorre distribuire su un metro e mezzo circa di lenza, una decina di pallini di piombo aumentandone o diminuendone la distanza, la misura e la quantità in relazione alla portata del galleggiante.
E’ tutto qua.
Non serve altro e neppure serve costruire lenze speciali cercando di imitare quelle della pesca al colpo.
Nei disegni qui accanto troverete tutti i particolari costruttivi.
A questo punto però, viene spontanea una domanda: “Qual è la ragione per cui si sceglie una portata di galleggiante piuttosto che un’altra?”
Due sono le ragioni: la distanza di lancio e il portamento che, in acqua, si vuol far tenere all’esca.
A riguardo della distanza di lancio, una sola raccomandazione: limitare la portata del galleggiante al minimo indispensabile.
Voglio dire: dove bastano 5 grammi, montare 5 grammi e non 8 o 10.
Chiaro? A riguardo del portamento invece, gli obiettivi da raggiungere possono essere diversi e infinite le soluzioni praticabili giocando sull’abbinamento piombatura / portata del galleggiante.
Ma su tutte prevalgono un portamento “allegro” quindi, portate di tre, quattro grammi con piombatura raggruppata e, un portamento naturale che vuole una portata di galleggiante minima (1 – 1,5 gr.) e una piombatura in sintonia con la velocità (lentezza) di calata al fondo dell’esca.
Altro in proposito non ho da dirvi se non di privilegiare, abitualmente, il leggero al pesante e di pescare pesanti (4 – 5 … gr.) solamente quando la trota di dimostra aggressiva o se, trovandovi di fronte a tanto pesce, volete essere veloci.
Credetemi, tra una lenza di due grammi ed un’altra di un grammo la differenza in termini d’abboccate, è enorme.
Il perché non lo so ma, i fatti lo dicono.

AMI ED ESCHE
A riguardo degli ami e delle esche, nulla di diverso da quelli e da quelle che solitamente usiamo strisciando.
L’unica variante riguarda l’amo da uova di salmone che ha un disegno ed una lunghezza di gambo, completamente diversi da quelli che solitamente usiamo con le esche animali.
Si tratta di un amo speciale che si caratterizza per le fattezze spigolose, il gambo corto, la sottigliezza del filo e la punta rientrante che è così penetrante che, in molte occasioni, aggancia da sé il pesce.
Si chiama: Gamakatsu serie 2210 B e le misure da preferire sono la n° 6 e la n° 8.

L’AZIONE DI PESCA
Con i galleggiantini “In line” l’azione di pesca è piuttosto statica ma, non passiva.
Significa lasciar calare l’esca alla profondità stabilita e poi, costantemente e ad intermittenza, sollecitarla con tre o quattro colpetti di canna senza però, mai troppo allontanarla dal posto.
Di tanto in tanto è anche utile interrompere questa sequenza di manovre, con un sollevamento del galleggiante per circa mezzo metro fuori dell’acqua.
La sua ricaduta, decisa o accompagnata, sortirà l’effetto di muovere l’esca dal basso verso l’alto e viceversa che è un movimento che tanto piace alla trota.
Con la penna e con il turbo trout invece, l’azione di pesca è più varia e solitamente molto attiva.
Si può condurre la passata intervallando tratti di tremarella a soste oppure, sollecitando il galleggiante con colpetti di canna molto leggeri e corti, oppure, recuperare linearmente con il mulinello e, di tanto in tanto, fermarsi per far scendere l’esca oppure ancora, miscelando tutte queste manovre a piacere e, soprattutto, come vi suggerisce il vostro sesto senso.
Quello dell’acqua, s’intende.
In sostanza, fate come più vi sentite ispirati purché alla base dell’azione ci sia una costante lentezza nel recupero orizzontale e molte delicate sollecitazioni verticali.

Terminali corti o lunghi?
Di regola è meglio corto (25-30 cm.) perché così ogni minimo movimento che andremo a trasmettere al galleggiantino si ripercuoterà sull’esca.
Questo indipendentemente dalla pesantezza della lenza.
Lungo invece (40-60 cm.), soltanto quando con il galleggiante, intenderemo condurre una strisciata di mezz’acqua o di superficie su trote indolenti. Misure intermedie o misure esagerate non servono a nulla. Serve invece, variare gli spessori del nylon.
Si potranno tranquillamente usare nylon grossi (0,20 – 0,22) quando le trote sono aggressive e, un po’ meno tranquillamente ma, con più emozioni, i sottilissimi 0,10 e 0,12, non appena avremo un calo d’abboccate o ci troveremo di fronte a pesce indolente.
Per tali situazioni è ormai provato che i monofili al “fluocarbon” sono micidiali.

La taratura del galleggiante
Nelle “penne” e nei “turbo trout” la taratura può essere fatta sulla linea di demarcazione tra i diversi colori della testa e del corpo mentre, nei galleggiantini “In line”, un paio di millimetri circa sotto il nero del corpo.
E’ una taratura scarsa, è vero, ma che si aggiusterà nel momento in cui andremo a comporre sull’amo l’innesco.
Non scordiamoci che le nostre esche sono voluminose ed hanno un peso che varia a secondo la loro natura; quindi, se non vogliamo correre il rischio di vedere il galleggiante affogare, dovremo tenerne conto.

Un posto per non perdere la sonda
Io non so voi, ma credo d’avere più sonde io di un pescatore della pesca al colpo.
Con una differenza però, che io non ne trovo mai una.
La ragione?
Perché non essendo per me, d’uso quotidiano come lo è ad esempio un piombino od una girella, ne trascuro la custodia.
Mi sono convinto a trovarle un posto tutto suo, dopo che un mio amico pescatore, forse esasperato dalle mie continue richieste di prestito, disse: “Te la regalo.” Un modo elegante di dirmi: “M’hai rotto le scatole.”
Dove? Nel calcio della stessa canna montata col galleggiante.

 

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