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Il nonno di Arquata Scrivia
Di Marco Fortunati, Assago (MI)

Se non mi ricordo male era il 1977 e andavo in terza su-periore all'ITIS G.Giorgi, in viale Liguria, scuola per Elet-trotecnici e Meccanici, infatti sono Perito Elettrotecnico, passato all'esame di maturità con un mitico 37/60, sono Perito Elettrotecnico, nel senso che per l'elettrotecnica… sono proprio morto. In classe con me, mio vicino di banco, c'era Gaio Giulio, e già il nome è tutto un programma, era sempre allegro… biondo, piccolo e magro da far paura ma… un pescatore.

Durante alcune lezioni di quelle stratosfericamente pallo-se, ci distraevamo e parlavamo di pesca. Non è un comportamento da prendere da esempio, ma da che mondo è mondo ditemi voi chi non lo ha fatto. Ci scambiavamo idee e ci raccontavamo le nostre battute di pesca, poi verso la fine dell'anno scolastico abbiamo deciso di bigiare e di andare a pescare insieme. Era quasi di nuovo estate e a quel punto a scuola i giochi erano fatti. Non avevamo la macchina, non c'erano i telefonini, insomma eravamo solo due ragazzi con la voglia di fare tante cose tra cui pescare. Deciso il giorno e il posto non ci restava altro che andare.

Il piano di battaglia era pronto, saremmo andati ad Arquata Scrivia, un paese al confine tra Piemonte e Liguria, dove scorre chiaramente lo Scrivia, un fiume fantastico ma anche difficile, protetto dalla Federazione Pesca Sportiva (F.I.P.S.) con diverse leggi (misure sulle catture dei pesci, esche da usare, divieto di pasturazione e via dicen-do). Come fare ad andare?… In treno! E sì, in treno, era l'uni-co modo.

Sveglia prestissimo, lo zainetto con panini, acqua e l'oc-corrente di riserva per pescare, la canna, una sola, senza quella di riserva: non potevamo caricarci troppo e dove-vamo solo pregare che non succedesse niente, altrimenti avremmo finito di pescare. Avevamo anche uno scatolino di cagnotti (larva di mosca carnaria) quelli belli da amo e non quelli da pastura, uno di camole del miele, e io non avevo potuto fare a meno di portare un biove per provare anche a pane. Eravamo dei disgraziati, perché nonostante il divieto ci e-ravamo portati ugualmente i cagnotti, giusto in uno sca-tolino in modo da non essere visti dai guardapesca che su questi fiumi ti controllano eccome!

Stivaloni già indossati e via. L'appuntamento era in Sta-zione Centrale e da lì il treno direzione Genova. Era anco-ra buio quando siamo partiti e, una volta in carrozza, un po' rintronati dopo qualche parola ci siamo addormenta-ti, ma in questi casi è come avere una sveglia incorporata perché, visto che il viaggio non era poi così lungo, poco prima dell'arrivo eravamo pronti e svegli come due segu-gi. Scesi alla stazione di Arquata come prima cosa un caffè e una brioche bella calda, e via a piedi verso il fiume.

Si stava facendo chiaro e si preannunciava una bella gior-nata soleggiata, arrivati sulla prima piana ci siamo messi a guardare dove potevamo iniziare, abbiamo praticamente "letto", come si dice in questi casi, l'acqua, era mattina presto di un giorno qualsiasi della settimana e pratica-mente a pescare c'eravamo solo noi. Lo Scrivia scorreva lento e liscio come l'olio, e al pelo del-l'acqua si poteva vedere chiaramente lo svolazzare di pa-recchi insetti e le bollate erano numerose, segno buono, perché il pesce era in movimento; la prima luce del matti-no e i primi deboli raggi del sole che stava nascendo crea-vano sull'acqua che scorreva riflessi d'argento, era vera-mente tutto perfetto.

Abbiamo scelto una lama molto lunga e larga, il fondo e-ra circa un metro e mezzo, due al massimo, l'acqua corre-va liscia e uniforme e, sulla riva opposta, in fondo alla corsa che avremmo battuto, c'era una grossa pianta pie-gata verso il fiume con i rami e le foglie che toccavano appena l'acqua in superficie.

In prossimità di quel punto i pesci erano molto allegri e indaffarati! Come prima esca ho usato una camola del miele, vera prelibatezza per le trote (sullo Scrivia è facile trovarne) ma non disdegnata da barbi e cavedani. Probabilmente però in quel tratto erano presenti in ma-niera massiccia cavedani di tutte le misure, visto il tipo di movimento. Mi ricordo infatti che dopo un paio di passa-te a vuoto, ho agganciato il primo pesce, devo dire anche di buon peso, circa mezzo chilo, ed era proprio un cave-dano.

Avevo una montatura leggerissima, con un finale dello 008, causa di forza maggiore, perché l'acqua è trasparente e pulitissima e i pesci presenti in questo fiume sono tut-t'altro che stupidi, e anche se hanno fame sono sempre diffidenti, per cui attenzione al massimo. Il sole era ormai alto e le catture continuavano abbon-danti, si parlava poco, concentrati come eravamo, e si stava bene, in pace col mondo intero.

Dopo circa un paio d'ore ci siamo fermati un attimo a ri-focillarci con un panino, avevamo usato come esche per quel tratto di fiume camole del miele e cagnotti, questi ultimi si sono rivelati come da copione veramente mici-diali, non sbagliavano un colpo (ecco perché non si può pescare con questa esca). Dopo il panino e uno scambio di idee su quelle prime ore eravamo di nuovo pronti a ricominciare. Però avevamo deciso di andare ognuno dove voleva, ci saremmo ritrovati più tardi prima di partire per il ritor-no, l'orologio, almeno quello, l'avevamo anche allora.

Per prima cosa ho rilasciato tutti i pesci presi fino a quel momento, sarebbero stati un peso e sarebbero morti per niente, questa è un'abitudine o meglio una regola che tut-ti dovrebbero rispettare per poter salvaguardare la fauna ittica dei nostri fiumi; in genere i pesci li tengo solo se so che poi chi me li chiede li mangia, altrimenti li libero quando cambio posto, faccio così perché se dovessi la-sciarli andare subito rovinerebbero l'ambiente, come si dice in gergo, insomma farebbero casino e non si prende-rebbe più niente.

Mi sono incamminato sul ghiareto avendo visto in lonta-nanza una lama del fiume curvare a destra per poi prose-guire di nuovo diritta, in quel tratto lo Scrivia poggiava su una sponda molto alta che faceva da protezione al fiu-me che andava. Arrivato sul posto mi sono guardato in giro, ero da solo, gli unici rumori erano quelli dell'acqua che correva e il si-lenzio! Mi sono avvicinato alla sponda alta perché mi era ritor-nato in mente un articolo che avevo letto.

Sul pelo dell'acqua avevo visto fare sci nautico quegli e-normi zanzaroni dalle zampe lunghe e finissime che gli permettono di appoggiarsi sull'acqua… per venire man-giati dai cavedani e dalle trote. Questa zanzarona innocua si chiama Tipula e la sua larva, ottima per pescare, è chia-mata "Gatoss" dai pescatori. Se giravano loro per forza ci dovevano essere anche le larve.

Mi sono messo a scavare nella terra morbida dell'inizio collina e difatti poco dopo le ho trovate, sono belle pa-cioccone come le camole del miele, ma di colore grigio scuro, unico inconveniente, bisogna fare estrema atten-zione nell'infilare questa esca sull'amo, se si sbaglia e si buca male diventa inservibile perché si sgonfia completa-mente. Va messa generalmente su un amo bronzato e bu-cata sopra la testa dove ha una piccola cresta, una volta inserita va lasciata penzolare con l'amo completamente scoperto… ai cavedani credetemi non interessa!

Ne ho recuperate un po' e mi sono posizionato alla fine della curva dove poi iniziava la lunga lama di lenta cor-rente, ho messo un bel gatoss sull'amo e ho lanciato; se-guivo attentamente la corsa del galleggiante e ogni tanto trattenevo leggermente, questo perché a volte il pesce ab-bocca in trattenuta (la lenza a corsa libera viaggia diritta rasente il fondo, mentre quando trattieni la fermi un atti-mo in modo da farle superare il galleggiante che in quel momento rimane non più diritto, ma piegato in diagona-le e appoggiandosi al pelo dell'acqua facilita ulteriormen-te un'eventuale abboccata).

In effetti così è successo, alla mia prima trattenuta il gal-leggiante è sparito e io ho ferrato con un movimento morbido ma deciso, anche stavolta il pesce era in canna, ancora un cavedano di circa sette etti che mi ha dato del filo da torcere ma che alla fine ha dovuto arrendersi. Dopo questa cattura mi sono dovuto fermare per cambia-re il terminale della mia montatura che, essendo molto fi-ne, dopo un recupero prolungato con un pesce di buona stazza era praticamente diventato come un cavatappi.

Ogni tanto, a parte i soliti cavedani, si facevano vivi an-che dei bei barbi e il divertimento aumentava perché il barbo, se di buone dimensioni, durante il recupero ti fa veramente soffrire. La giornata proseguiva molto lentamente e io me la stavo assaporando in ogni suo momento, e visto che di altri pe-scatori neanche l'ombra si potevano battere più posti in santa pace.

Così dopo il curvone ho deciso di cercare un altro posto e mi sono incamminato sempre più a monte, non guardavo l'orologio, di tempo ne avevo, il sole era alto, una palla di fuoco in un cielo azzurrissimo, e in riva al fiume sparsi qua e là coppie di aironi si rinfrescavano sulla riva vicino all'acqua. Camminando sono arrivato ad un punto dove lo Scrivia diventava più piccolo e sempre più a monte, risalendo, creava delle piccole cascate con al di sotto delle grandi pozze profonde, classiche tane delle trote.

Ho risalito un paio di queste scalinate senza guardare sotto di me, poi mi sono fermato e guardando in basso ho visto un enorme fondone di colore verde azzurro e le om-bre che vedevo muoversi all'interno erano veramente no-tevoli. Non ho pensato a quale tipo di pesce appartenes-sero, francamente non mi interessava, sapevo solo che e-rano enormi!

Mi sono seduto un attimo e, mentre bevevo un po' d'ac-qua, continuavo a guardare i pesci in movimento, un mo-vimento calmo, possente, sicuro, un movimento da pesce grosso vecchio e furbo. Era arrivato il momento di provare con il pane, mi sono messo con il sole in faccia per non avere ombre sul-l'acqua e ho iniziato a pescare, dopo quasi un'ora non a-vevo visto un'abboccata, solo qualche piccolo tocco di cu-riosità e basta! Qualcosa non stava funzionando, ma non riuscivo a capi-re cosa. È difficile smuovermi quando sono a pescare, sono te-stardo, capisco quando ormai non c'è niente da fare e al-lora mollo e accetto il cappotto, ma quando qualcosa non mi quadra finché non ci metto il naso continuo.

Ho provato con le camole del miele, coi gatoss, coi ca-gnotti, niente, a quel punto non sapevo più… che pesci prendere! Poi una voce alle mie spalle calma e profonda: "Si vede che non peschi male ma con le esche che usi qui non li prenderai mai".

Mi sono girato e, seduto su un sasso, c'era a guardarmi in silenzio fino a quel momento un nonno, coppola in testa, carnagione scura e faccia solcata da profonde rughe, un bastone tra le mani, una camicia bianca con sopra un gi-let, un paio di pantaloni belli larghi e due enormi scarpo-ni.

"Beh grazie" gli rispondo, "ma fino ad ora è servito a po-co".

"Aspetta qua che torno subito".

Dette queste parole l'ho visto sparire. Dopo un quarto d'ora era di ritorno e in mano aveva due lunghi rami .

"Devi usare questi".

Erano rami di sambuco ed erano pieni di grappoli di bac-che.

Non avevo mai pescato con il sambuco, ma in uno degli innumerevoli articoli archiviati ormai nella mia testa, sa-pevo che i cavedani erano ghiotti di questa bacca. Il nonno dall'alto intanto buttava a piccole dosi nell'acqua alcune manciate di bacche. "Adesso mettine due sull'amo e riprova".

Così ho fatto e ho lanciato dolcemente per paura di per-dere le bacche. Il tempo al galleggiante di raddrizzarsi e dopo un paio di metri è affondato con violenza, ho ferra-to ma ho bucato completamente, mi aveva preso in con-tropiede ed era stato velocissimo. Non conoscevo le reazioni dei pesci a questo tipo di esca, ma con il nonno alle mie spalle non potevo fare figuracce.

Ho rilanciato e anche questa volta nello stesso punto di prima il galleggiante è affondato con rapidità, ma la mia ferrata è stata più violenta e così veloce da farlo rimanere di stucco, l'avevo in canna ed era veramente grosso, dopo dieci minuti ero ancora lì con il pesce sul fondo e rivoli di sudore mi scendevano sulla fronte, ci sono voluti altri dieci minuti buoni di tira e molla prima di vederlo salire dalla buca stremato, era l'ennesimo cavedano della gior-nata, ma era il papà di tutti.

Superava il chilo e una volta slamato sono stato a guar-darmelo con la gioia nel cuore, era un vecchio cavedano non più argento ma con sfumature giallo oro e squame e-normi, segno del tempo passato, un po' come le rughe del nonno, un gran pesce in tutti i sensi.

L'ho messo nel cestino e mi sono girato verso il nonno.

"Ecco perché non mangiavano prima".

"Sai, in questa buca i cavedani sono abituati a mangiare insetti che volano al pelo dell'acqua e sambuco, più a monte ci sono parecchie piante che praticamente baciano il fiume, la corrente e il vento fanno il resto, le bacche ca-dono e sono trasportate fin qui, è una pasturazione natu-rale, e per questo poi i pesci sono così grossi e diffidenti, sono degli abitudinari."

Ho pescato in quella buca prendendo altri cavedani di buona stazza fino al momento di tornare, e il nonno è sempre stato lì a farmi compagnia.

"Poi liberati i pesci l'ho salutato ringraziandolo e mi sono avviato all'appuntamento con Giulio in stazione. Una giornata memorabile, tanti pesci e un tassello in più di esperienza di pesca, grazie al nonno che mi ha insegnato che pescare non è solo mettere una lenza in acqua, ma è anche guardare la natura che ti circonda, perché è lì che a volte, senza saperlo, ci sono le soluzioni ai tuoi problemi quando i pesci non ne vogliono sapere!"

 

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