
Traina col vivo
Scuole di pensiero
Testo e foto di Andrea Lia www.andrealia.it
Esche vive, dentici e ricciole. Qual è la lenza più efficace per la traina di fondo? L'autore esprime le proprie opinioni, anche andando controcorrente rispetto ad alcune soluzioni tecnicamente più avanzate. Nella convinzione che il segreto del successo stia più nella corretta ricerca del pesce che in una lenza sofisticata.
La traina lenta col vivo a dentici e ricciole, è da sempre uno dei miei sistemi di pesca preferiti. In particolare tutta l'estate, da giugno a settembre, periodo in cui trasferisco la mia attività di charter in Sardegna, questa è la tecnica che monopolizza la maggior parte delle mie battute di pesca. E siccome i pesci si trovano relativamente vicini alla costa, la maggior parte dei miei clienti opta per uscite di mezza giornata. Il che vuol dire che nel breve volgere di appena quattro ore, bisogna trovare un bel branco di esche vive, pescarne una decina, trasferirsi su una secca da dentici, calare le lenze e prendere almeno un bel pesce.
Ora, avete presente quanto passino velocemente in mare quattro ore? Io sì. Quindi la prima regola è non sprecare tempo: le esche devono stare sempre in acqua, sempre belle vivaci, e soprattutto sfiorare esattamente i punti migliori, non ogni tanto, sempre. Tutto il mio sistema di pesca si basa su questa convinzione. Nelle pagine che seguono vi racconto come costruisco le mie lenze, e perché. Nylon o multifibre?
Molti pescatori pongono una cura enorme nel realizzare lenze invisibili, tecnologiche, perfette. Io no. La mia convinzione è che la lenza migliore sia la più semplice, la più funzionale, quella che lavora nel modo giusto. Più precisamente, una lenza sottilissima, tecnologicamente complessa, può anche essere eccellente, ma spesso non è in grado di rimanere efficiente e soprattutto pratica anche in condizioni difficili, un incaglio o una rottura o un groviglio procurano grandi perdite di tempo e di concentrazione a scapito di quello che dovrebbe essere il primo scopo della nostra azione: portare l'esca viva dove ci sono i predatori.
Ecco perché il mio sistema, che ai pescatori più tecnici può apparire un po' rustico, in effetti risulta catturante almeno quanto (secondo me anche di più) di metodi molto più raffinati. Ecco come faccio. Uso una canna ad azione morbida di punta ma con base molto rigida, quindi una stand up, e un mulinello di classe trenta libbre che imbobino con lenza Ande Premium da cinquanta libbre. Troppo grossa? No, solo molto grossa, ma c'è un perchè, aspettate. Alla fine della lenza di bobina collego con un nodo di sangue altri trenta metri di nylon trasparente (oppure fluorocarbonio) da sessanta centesimi di millimetro. Vicino al nodo di sangue fisso un'asola di nylon per attaccare il piombo guardiano, collegato a uno spezzone di filo da non più di quaranta centesimi.
Al termine dei trenta metri di nylon trasparente una piccola girella Sampo dà il via a un terminale di un paio di metri di fluorocarbon da sessanta o settanta centesimi che porta i classici due ami per l'innesco del vivo.La lenza è fatta così, e ora vediamo i perché di ogni singolo elemento. Primo: il grosso nylon in bobina, che è il cuore di tutto il sistema. Molti mi chiedono che senso abbia una lenza da cinquanta libbre, ecco: posso far pescare il piombo vicinissimo al fondo senza timore di incagliare. Se succede, non devo far altro che prendere in mano il filo, trattenerlo per qualche secondo mentre la barca procede senza cambiare rotta, e lo spezzone di zero/quaranta si rompe; recupero, metto un altro piombo e ricalo.
L'operazione richiede massimo due minuti, e sono di nuovo in pesca. Sono rimasto sulla rotta giusta, e se avevo due canne in acqua la seconda nel frattempo ha continuato a pescare come se niente fosse successo. In pratica l'incaglio non rappresenta un problema, nemmeno una perdita di tempo, è un evento quasi indifferente. Il che crea l'ulteriore vantaggio di lasciarci pescare vicinissimo al fondo con grande confidenza e senza timore, quindi meglio. Viceversa, pescando con una lenza sottile, si è costretti a salpare la seconda canna e invertire la rotta per cercare di disincagliare, oppure si rischia di rompere tutto, perdendo terminale, esca e molti metri di lenza. Per tornare in pesca sulla rotta giusta e in modo efficace ci vuole una buona ventina di minuti. Incagli due o tre volte, e mezza mattinata è fregata. Bene, diranno i più tecnici, serve una lenza robusta, ma perché non passare al multifibre, che a parità di carico di rottura ha un diametro molto più sottile, e permetterebbe di usare piombature più leggere? Perché il nylon è molto più pratico da usare, e in particolare non è assolutamente possibile tirare con le mani il multifibre per strappare il guardiano. E' troppo sottile e si rischiano ferite profonde. Inoltre il multifibre, pur avendo elevati carichi di rottura, mal sopporta eventuali (e probabili) contatti con rocce affilate. Insomma, il vantaggio di una piombatura leggera non è sufficiente a giustificare gli inconvenienti correlati al sistema. Soprattutto perché il fatto che piombo leggero e multifibre siano più redditizi in termini di numero di abboccate è un'affermazione del tutto teorica. Innumerevoli prove pratiche eseguite in parallelo fra i due sistemi mi dicono che da quel punto di vista sono esattamente equivalenti.
Quale girella
Sia che si opti per il terminale lungo, sia che si preferisca quello di soli due metri, la scelta della girella giusta è basilare. In particolare è importante in entrambi i casi che sia piccolissima, senza però rinunciare ad una provata resistenza alla trazione e ad un efficace scarico delle torsioni della lenza. Per questo bisogna scegliere girelle dotate al loro interno di un cuscinetto a sfere. Fra queste le Sampo rappresentano il top reperibile sul mercato, e anche se il loro prezzo è enormemente più alto di quello di una girella tradizionale, le prestazioni sono decisamente all'altezza.
Bisogna comunque tassativamente scegliere il modello senza moschettone, per almeno un paio di validi motivi. Il primo è semplicemente dato dalle dimensioni, il secondo dalla tenuta. Infatti una girella Sampo semplice senza moschettone, classificata trenta libbre, è veramente microscopica e sicuramente in grado di resistere, in ogni circostanza e per tempi molto lunghi, al carico di rottura dichiarato, probabilmente anche di più.
Il che la rende una garanzia sufficiente anche pescando con lenza da cinquanta libbre, caso in cui la frizione non dovrebbe mai essere tarata a valori superiori alle venti libbre. Valore che, per la nostra microgirella, rimane cautelativo. Terminale: lungo o corto?
Un altro motivo di discussione fra appassionati di traina col vivo è la lunghezza del terminale. Ecco le due opzioni. La prima consiste nel mettere la girella alla fine della lenza di bobina, e a questa collegare sia il piombo guardiano che un terminale molto lungo, almeno venticinque metri, che porti i due ami al termine. La seconda possibilità è legare con un nodo di sangue la lenza di bobina a un successivo tratto di nylon trasparente di venticinque/trenta metri, qui mettere la girella e poi un vero e proprio terminale in fluorocarbon da due metri.
I sostenitori del primo metodo temono che una girella vicino all'esca possa insospettire il predatore. Chi invece preferisce il terminale corto (e io sono fra questi) è dell'idea che una girella posta a venti metri dall'esca sia di grande impaccio nel recupero di un bel pesce. Anche disponendo di una canna con anelli sufficientemente larghi, il passaggio di una girella con la lenza sotto sforzo è pur sempre un momento pericoloso, per non parlare dei problemi che può causare quando è raccolta sulla bobina del mulinello.
Insomma, avere una girella che fa avanti e indietro fra gli anelli a venti o trenta metri dalla fine del combattimento è un'idea che non mi piace affatto. E poi non mi pare che una piccolissima girella a due metri di distanza da un'esca viva trainata renda sospettoso un predatore all'inseguimento e pronto all'attacco. Anche questa credo che sia una paura più teorica che pratica. Se si trattasse di pesca da fermo, con il vivo lasciato libero di nuotare nella corrente, sarei d'accordo, la girella potrebbe essere un elemento negativo. A traina però l'influenza credo che sia minima. Per contro il vantaggio di un terminale corto sta innanzitutto nella praticità: è possibile tenerne qualcuno già preparato per poterli sostituire in un istante all'occorrenza, per esempio dopo aver recuperato un bel dentice che ha masticato il filo fino a renderlo inutilizzabile. Fluorocarbonio?
La seconda domanda che in molti si pongono a proposito di terminali da traina, lunghi o corti che siano, è se valga la pena (in particolare la spesa) di costruirli in fluorocarbonio.
Questo materiale ha, rispetto al nylon, due vantaggi considerevoli: una visibilità sott'acqua molto inferiore e una resistenza all'abrasione molto superiore. Per quanto riguarda l'invisibilità, bisogna considerare che oltre i venticinque o trenta metri di profondità la luce solare arriva molto attenuata, e con essa si riduce anche la differenza fra i due tipi di lenza. Il vantaggio di una corteccia resistente, che si traduce in pratica in una migliore resistenza all'abrasione superficiale del fluorocarbonio, è invece un pregio considerevole.
Soprattutto considerando che l'esca lavora spesso vicinissima al fondo, e quindi accidentali contatti con le rocce più che un imprevisto vanno considerati una certezza. Inoltre non si può dimenticare che le mascelle del dentice sono fornite di denti appuntiti e ravvicinati, che non di rado riescono a tranciare il nylon durante il combattimento. Non che col fluorocarbonio si sia completamente al sicuro, ma certamente si ha qualche garanzia in più, soprattutto se la ferrata e il combattimento sono condotti con la massima decisione e senza incertezze. La ferrata
Quando il cimino si piega con decisione bisogna essere pronti a ferrare con altrettanta decisione, ma non alzando la canna, che servirebbe a poco o niente, bensì abbassando decisamente le manette del gas per qualche secondo. Risultato: la barca guizza in avanti, l'amo si infila senza pietà e tutta la lenza, piombo compreso, si solleva dal fondo in un attimo, riducendo enormemente il pericolo di incaglio, aumentato dal fatto che il pesce impaurito cerca immediatamente le rocce, cosa che in questo momento porterebbe con quasi certezza alla perdita del pesce. Anche in questo caso una canna rigida e un filo in bobina consistente aiutano un bel po'.
Doppia esca? No grazie
Anni fa, da alcuni amici espertissimi in traina col vivo, ho imparato il sistema della doppia esca. In pratica si tratta semplicemente di porre sullo stesso terminale non un solo vivo, ma due, uno dietro l'atro in serie , con l'intenzione di creare un richiamo più forte. Il sistema in realtà è abbastanza efficace, ma ha una grave controindicazione pratica. Quando il pesce arriva sottobordo cioè al momento di prendere il terminale con le mani, raffiare e, forse peggio, quando la preda entra in barca, avere diversi ami distanti fra loro liberi di sventolare fra le mani di pescatori eccitati dalla cattura, è un'idea che mi spaventa non poco. Benché conficcarsi un sei/zero da qualche parte non sia una tragedia gravissima, è comunque un'esperienza che è meglio evitare.
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