
Traina d'altura
Dove mettere le esche
Testo e foto di Andrea Lia www.andrealia.it
Dove mettere le esche, in traina d'altura ha un duplice significato. Può voler dire dove devono essere trainate in rapporto ai segnali che riusciamo a captare. Oppure può indicare dove, in rapporto alla scia della barca, ogni artificiale rende i suoi migliori risultati. Entrambi parametri di importanza basilare. Se la traina d'altura non è una delle tecniche di pesca più praticate (almeno in Italia), i motivi ci sono.
Venti, trenta, quaranta o anche molte più miglia lontano dalla costa non è un gioco da prendere alla leggera. Ci vuole una barca adatta, i costi di carburante sono altissimi, le condizioni meteo non devono lasciare dubbi. E poi? Che si trova là fuori? Senza più riferimenti di costa o di fondale, il mare è veramente immenso. E tutto uguale. Un viaggio andata e ritorno di ottanta miglia, più otto ore di traina senza vedere un segno interessante, sono un mix che scoraggerebbe chiunque.
La traina d'altura è difficile, è verissimo. Ma è altrettanto vero che, con un po' di esperienza, valutando con attenzione le stagioni, conoscendo le rotte e qualche amico esperto e generoso, si possono avere risultati miracolosi. Tali da farci dubitare di essere a pesca nel nostro denigrato Mediterraneo. Lampughe, tonni di ogni specie, aguglie imperiali non sono un sogno. Come sono possibili i cappotti, sono altrettanto verosimili giornate da trenta, quaranta o cinquanta ferrate.
A patto di non andare a caso. I segreti sono due: scegliere ogni giorno la rotta giusta e sapere dove mettere le esche. Il primo non si può raccontare, è solo questione di esperienza e intuito. Il secondo invece, bene o male, si può tentare di spiegarlo. Eco qui. Oltre ai gabbiani
La traina d'altura è priva dei riferimenti fissi propri di altre tecniche di pesca. L'intuito e la valutazione di tanti fattori variabili, poco prevedibili e spesso poco percettibili a volte valgono più delle rotte ritenute “sicure”. E' arcinoto che un grande stormo di gabbiani in frenesia deve immediatamente farci accorrere sul posto. Ma non si pensi che gli uccelli in caccia su una mangianza siano l'unico segnale da inseguire in mare aperto. Esistono molti altri obiettivi che devono farci drizzare le antenne, richiamare la nostra attenzione e farci valutare un cambiamento di rotta al loro indirizzo.
Pescherecci
Primo esempio sono i pescherecci. A volte nella loro scia, soprattutto nel momento in cui puliscono le reti, si possono trovare branchi di tonni e anche qualche aguglia imperiale. Se poi se ne individuano due o tre a poca distanza l'uno dall'altro, in una zona conosciuta come frequente passaggio di pesci pelagici, vale sicuramente la pena di andare a ispezionare da vicino. E pur prestando la massima attenzione a non intralciare le loro operazioni, cercare di trainare le nostre lenza zigzagando nei pressi delle loro scie.
Relitti galleggianti
Altri punti caldi da ricercare in mezzo al mare sono tutti i grossi relitti galleggianti, come pancali di legno, grandi rami o tronchi alla deriva, o qualsiasi altra cosa crei sotto di sé una consistente superficie ombreggiata. Da agosto a novembre questi sono obiettivi che dovrebbero sempre essere ispezionati col passaggio delle esche nelle loro immediate vicinanze. E' infatti molto probabile che costituiscano la tana galleggiante per un bel branco di lampughe. Il modo di affrontarli più corretto è quello di passare con la barca a quindici o venti metri dal relitto, per non spaventare i pesci che probabilmente vi stazionano sotto.
E quindi, eseguendo una virata abbastanza stretta, fare in modo che le esche più interne alla virata arrivino proprio a sfiorare l'obiettivo. In questa operazione bisogna però aver cura che le lenze si mantengano sempre in buona tensione: diversamente gli artificiali perderebbero eccessivamente velocità, e quindi potere adescante. Tagli di corrente
Anche i tagli di corrente, di temperatura e di colore dell'acqua andrebbero seguiti meticolosamente. I cosiddetti tagli di corrente si individuano da un evidente differenza fra due zone contigue della superficie: una molto più increspata che ne lambisce una liscia. Sono di interesse per la pesca in modo particolare se costituiscono a vista una specie di autostrada lunga qualche miglio. I tagli di temperatura si riescono a individuare solo se il nostro ecoscandaglio è dotato del sensore per il rilevamento della temperatura superficiale. In questo caso, se notiamo una brusca variazione nell'ordine di un grado ( o anche meno) che interviene nell'arco di pochi metri, può essere produttivo seguire la linea lungo la quale questa variazione si manifesta.
Strisce di sporco. Di grande interesse sono anche da considerarsi zone di mare in cui si concentrino elevate quantità di detriti in superficie, come alghe, rami, sporcizia di vario genere. Soprattutto, ancora una volta, se non si tratta di spot circoscritti ma piuttosto di autostrade che è possibile percorrere per qualche miglio. Tonni e aguglie imperiali e soprattutto lampughe sono di casa.
Delfini e balene
Sulla valutazione della presenza di delfini si possono fare diverse considerazioni. Probabilmente se siamo alla ricerca di pesci medio-piccoli, trovarsi in mezzo a un branco di delfini affamati non è positivo. Viceversa però, se si nota una enorme concentrazione di delfini, e si ha la sensazione che questi siano in caccia, è probabilissimo che lì in mezzo sia in agguato anche un branco di tonni, che sta predando gli stessi piccoli pesci che hanno radunato i delfini. Vale la pena di insistere in zona. L'avvistamento della balena, seppur molto più raro, è un altro segnale positivo. I grandi cetacei sono molto spesso scortati da diverse specie di pesci pelagici.
Falsi segnali
Frequentando costantemente il mare in altura, capita abbastanza di frequente (molto di frequente la stagione passata) di veder saltare un'aguglia imperiale. Ovviamente si dirige immediatamente la prua verso il punto di quell'affascinante spettacolo e lì si comincia a trainare. E' più forte di noi, non si riesce a resistere… Eppure è bene sapere che nella maggior parte dei casi quello è un falso segnale. E' molto raro riuscire a catturare un'aguglia imperiale che si è appena vista saltare.
Altri falsi segnali sono i relitti galleggianti troppo piccoli, anche se magari ben visibili da lontano: palloni, salvagente, parabordi alla deriva sono oggetti di scarsissimo interesse. La loro ombra è troppo piccola, difficilmente ci troverete sotto un branco di lampughe. Forse, al massimo, una o due piccolissime cerniotte.
Nella scia
Quando si discute di traina d'altura, la frase “dove mettere le esche” può avere due significati diversi. Uno è quello che abbiamo appena trattato, cioè dove trainarle dove farle passare in rapporto ai segnali che riusciamo a individuare in mare. L'altro, altrettanto importante, riguarda il dove far lavorare le esche rispetto alla scia della barca. Per valutare a fondo questo aspetto, è però indispensabile considerarlo congiuntamente ad ogni tipo di esca. Nel senso che esistono regole generali, valide riguardo alla scia, e regole particolari, diverse per ogni tipo di esca.
Regole generali
Premesso che in altura è sempre opportuno trainare molte lenze contemporaneamente, è logico che una loro corretta disposizione sia basilare, in primo luogo per evitare grovigli mostruosi. Ecco un set-up di base che in genere funziona bene e non crea problemi
Dai divergenti le due più lunghe, cinquanta/sessanta metri. Da due portacanne laterali due lenze a quaranta metri che vanno in acqua direttamente dai cimini delle canne. Da due portacanne più interni, sempre sui trincarini o sullo specchio di poppa, possono partire due lenze corte, diciamo venti metri ma anche meno, che devono lavorare abbassate, facendole passare attraverso un elastico fissato alla manovella del mulinello. Il concetto generale è che le lenze che pescano più lontane devono essere le più esterne e le più alte, e progressivamente le più vicine devono lavorare più basse. In questo modo, qualunque virata mantiene ogni esca in una traiettoria che non intralcia le altre, e i grovigli sono rarissimi. Normalmente avvengono solo se una lenza cattura alghe, un sacchetto, o sporcizia di altro genere.
Bene, le lenze sono, grosso modo, sistemate in acqua. Ora bisogna focalizzare l'attenzione su un secondo concetto. Le esche devono essere visibili, molto visibili. E la schiuma prodotta dalle eliche, benché in molti casi sia un richiamo per i pesci ad avvicinarsi alla scia, ha anche un aspetto negativo. Un artificiale che nuota nella turbolenza, in mezzo a mille bolle d'aria e di schiuma, è praticamente invisibile. Troppo difficile da individuare con precisione. Gli artificiali lavorano bene nell'acqua blu, o al massimo al limite fra il blu e la schiuma. Di questo bisogna tener conto la momento di filare e sistemare le lenze in assetto di traina. Ma quel che più conta a questo scopo è l'andatura della barca. Procedere a zig zag, con virate numerose e improvvise di circa trenta o quaranta gradi, fa in modo che le esche si trovino molto spesso perfettamente visibili nelle larghe zone di acqua blu lasciate dalle virate. Non solo. Il fatto che escano improvvisamente dalla schiuma, attraversino il blu, e si rituffino nella schiuma, è un comportamento che certamente stimola la curiosità e l'istinto all'attacco del predatore, che intuisce l'esca di sorpresa. E c'è ancora di più. Il procedere zigzagando conferisce gli artificiali il miglior movimento possibile.
Ogni esca al suo posto
Nell'allestire il pattern di esche dietro la nostra poppa, non possiamo trascurare che ogni specifico artificiale ha le sue caratteristiche, e non tutti possono lavorare indifferentemente in ogni posizione. Per esempio è sconsigliabile calare dai divergenti teste troppo pesanti, che tenderebbero ad affondare più delle altre e quindi ci farebbero correre il rischio che le loro lenze vadano a intrecciarsi con quelle filate più corte soprattutto se queste ultime sono leggerissime e quindi lavorano più in superficie. Quindi è preferibile lasciare sui divergenti teste in plastica o resina. Le teste in acciaio, peraltro sempre efficacissime ma soprattutto indispensabili in condizioni di mare mosso, è meglio riservarle per le canne più interne. Anche perché il loro maggior peso le costringe ad un'azione più efficace proprio nel lavoro a corto, dove un'esca leggerissima tende ad avere un nuoto troppo nervoso, e a perdere troppo spesso il contatto con l'acqua. Caratteristica niente affatto produttiva in special modo alla ricerca dei tonni.
Bubble jet
La maggior parte delle esche artificiali per la traina d'altura, anche limitando la ricerca a quelle più adatte al Mediterraneo sono produzione straniera. USA innanzitutto (C&H, Boone,…) ma anche il Sudafrica (Williamson) ha cataloghi interessanti. Tuttavia esiste un produttore italiano, ligure per la precisione, che ha progettato un'esca veramente eccellente. Lui è il campione italiano di traina d'altura Giancarlo Rosaco, e l'esca in questione si chiama Bubble Jet. Una testa cilindrica lunga e leggera, dotata di fori che producono una scia di bollicine di grande richiamo, è accoppiata a octopus colorati. Per la traina d'altura bisogna scegliere le due misure maggiori, cioè la sedici e la venti, che devono essere trainate abbastanza lunghe, cinquanta o settanta metri, (io le preferisco sui divergenti). Sono assolutamente micidiali per le grosse lampughe e le aguglie imperiali. (info: 0185 66338, www.luresitalia.com)
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