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Ritorno sul grande fiume di Puglia
di Marco De Biase
Erano passati cinque anni dalla mia ultima uscita di pesca sulle rive dell’Ofanto, a Canne della Battaglia, ma la voglia di ritornarci era sempre più, proprio per assaporare il piacere di immergere le lenze nel più importante corso d’acqua Pugliese, magari in compagnia di un fidato amico di pesca per provare nuove emozioni. Detto, fatto: domenica 28 maggio 2006 io e l’amico Mario La Forgia decidiamo di incontrarci sul presto per poi fare i 40km che ci dividono dalla nostra meta. Prima di prendere la statale meglio una sosta al bar per un caldo cornetto, con relativo cappuccino, poi una sbirciatina alle attrezzature per vedere se non abbiamo dimenticato niente a casa e poi…via!
Inizia così, alle 5.30 del mattino di quella domenica la nostra gita sul fiume, una liberazione dopo il caldo torrido che ha caratterizzato quest’ultima settimana di maggio con temperature oscillanti attorno ai 30°. La nostra paura principale è il livello idrico del fiume, probabilmente basso, ma verremo smentiti con una piacevole sorpresa. Intanto abbiamo già imboccato la statale 16 in direzione di Margherita di Savoia, con il sole alle spalle e la radio che canta bellissime note, come quella di “Can’t find my way home” degli Spin One Two, un classico degli anni ’90.
I chilometri passano, il fiume si avvicina e, nei pressi di Trani, si inizia a scorgere la magica figura del Gargano, promontorio roccioso pugliese meta di tanti pellegrini verso Monte S.Angelo, luogo dove è presente la Grotta dell'apparizione dell'Arcangelo Michele. Prima però di continuare il racconto, meglio una piccola panoramica proprio sulle caratteristiche dell’Ofanto. Il fiume nasce presso Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino ed inizia il suo corso proprio tra le strettoie delle montagne dell’alta Irpinia, continuando con disinvoltura lungo le vallate appenniniche.
Riceve alcuni affluenti dall’acqua purissima come l’Orata ed il Cortino, poi in provincia di Potenza la fiumara Atella termina il suo corso sboccando nel fiume come anche i due emissari dei laghi di Monticchio.Arrivato al confine tra Puglia e Basilicata l’aspetto dell’Ofanto cambia, in quanto inizia a percorrere un ampio tratto pianeggiante presentando sponde molto uniformi, serpeggiando tra i ripiani del Tavoliere delle Puglie presso Cerignola. Qui riceve l’Olivento emissario del vicino Lago di Abate Alonia ed il torrente Locone. L’ Ofanto, infine, si spinge tra meandri paludosi e ricchissimi di vegetazione, con sponde infrascate davvero difficili da raggiungere e continua a camminare fino alla sua foce verso la città di Margherita di Savoia, con acque argillose e molto torbide, ma ricche di pesci sia eurialini che dulciacquicoli.
Torniamo al nostro racconto… Arrivano le sei circa ed ecco lo sbocco per la fiumara alla nostra destra. Si intravede anche un po’ di nebbia proprio sul fiume che si muove pigro tra pianura pugliese, disegnando meandri tra canneti e vigneti. Ci incamminiamo lentamente tra strade poco asfaltate, peraltro davvero strette, ed eccoci arrivati sul nostro Ofanto. Siamo a circa 4km dalla foce, la corrente non è molto presente, anzi il fiume scorre lentamente e si può effettuare una bella passata con galleggianti di 2/3 grammi. Noto alcune bollate in superficie a poca distanza da riva, presumo quindi che il pesce non sia proprio lontato e decido di montare una bolognese di cinque metri, con un galleggiantino di due grammi con una piombatura a scalare distribuita in un metro di lenza.
In bobina, come di mio solito, ho uno 0,14 Gorilla di Tubertini, mentre il terminale è costituito da un bracciolo di circa 30cm dello 0,10 SLR della Smart. Mario, invece, predilige l’uso di una bolognese di sei metri ad azione classica, con un galleggiante più pesante e piombatura stretta in pochi centimetri di lenza. Prima di dare inizio alle danze, inizia a fiondare bigattini per far avvicinare il branco verso la sua zona di pesca. Le beccate non si fanno attendere, più volte ferriamo a vuoto entrambi, ma è un buon segno: il pesce c’è ed è attivo. La mia prima preda è una spigoletta, davvero piccola, che slamo con cura e la rimetto in acqua, avendo dimenticato la nassa nel portabagagli… che figuraccia! Mario, invece, colpisce la mia attenzione con un’ampia ferrata, proporzionata alle dimensioni del pesce, con la quale da inizio ad un bel combattimento con un discreto carassio.
Iniziano così le nostre catture, ad un ritmo molto calzante che ci rende soddisfatti per questa uscita di pesca assieme. Verso le otto e mezza, però, la corrente cambia, diventa un po’ più impetuosa ed è necessario cambiare qualcosa. Chiudo la bolognese di cinque metri e prendo la sua sorella maggiore nella misura di sei metri, ad azione classica, e ci monto un galleggiante a goccia di 3 grammi, preparando una piombatura distribuita in 40 centimetri costituita da torpille e piccoli pallini per completare la giusta calibrazione del galleggiante.
Il terminale, in questo caso, ho preferito farlo più lungo per far fluttuare meglio l’esca al passaggio della corrente.Tale strategia sembra funzionare, infatti prima di allamare un bel carassio avrò diverse mangiate a vuoto che mi dimostreranno la validità della montatura. Mario, dal canto suo, non si perde d’animo ed inizia a pescare a ledgering, una valida scelta con una corrente del genere. L’attesa per una nuova emozione non si fa attendere, i carassi continuano a divertirci ed entrano in pastura in maniera costante, assieme a qualche cavedanello. L’unico problema è il caldo, davvero equatoriale, che ci costringe a spostarci verso una zona meno soleggiata a valle del fiume.
Riponiamo le canne nei foderi e ci dirigiamo verso la parte terminale dell’Ofanto, nella zona di “Torre d’Ofanto” accanto all’aerodromo per i modellini volanti. Qui il fiume assume l’aspetto di un canale di bonifica, con tratti piuttosto larghi e scorre maestoso attraverso le distese di verdi vigneti, mandorli, alberi di fichi e canneti. Nel giro di cinque minuti ci sistemiamo lungo una sponda meno accessibile rispetto alla postazione precedente, ma una barchetta posizionata a riva ci invoglia a pescare proprio lì.
Mario ci sale subito, invece io dopo una breve esitazione decido di rimanere sulla sponda, in quanto soffro il mal di mare, anzi il mal di barca…L’ampiezza dell’Ofanto è cresciuta, è di circa trenta-quaranta metri. L’acqua scorre con una velocità costante, per fortuna però non è veloce quindi decidiamo di non cambiare lenza. Scorgiamo, al centro del fiume, alcune bollate, seguite poi da guizzi improvvisi alle prime fiondate di bigattini. “Chissà cosa saranno quei pesci..?” ci chiediamo entrambi, ma neppure il tempo di fiondare una seconda volta che il mio amico presidente del Pesca Club Molfetta, Franco Stanzione in arte Tuolic, mi chiama e chiede un report della pescata… Dopo una breve chiacchierata torno in pesca e sposto la mia attenzione proprio sulle bollate a centro fiume. Dapprima il galleggiante spiomba, poi vorticosamente scende sott’acqua.
Ferro istantaneamente ed ecco una bella cattura che si avvicina a riva, un cefalo di discrete dimensioni che si lascia trascinare dalla corrente, impegnando molto la mia bolognese. Alla fine riesco a vincere la sua resistenza e lo ripongo delicatamente nella nassa, che stavolta non ho dimenticato in auto… Sembra tutto perfetto, anche a Mario i cefali non danno tregua e lo vedo subito all’opera con un simpatico cefalotto che si diverte a fare acrobazie in acqua. Peccato che non riesca a fotografarle, mi servirebbe un teleobiettivo ma non importa, l’importante è il ricordo che rimarrà impresso a vita nella nostra memoria.
Il gioco si fa duro, abbiamo poco tempo ancora a disposizione ma la voglia di pesca è davvero tanta! I cefali rispondono egregiamente alle nostre fiondate di bigattini, riesco a catturarne altri ma il tempo stringe, arrivano le undici e mezza e, purtroppo, dobbiamo chiudere le canne e tornare a casa, dove ci aspettano le nostre consorti desiderose di andare al mare. Prima però di smontare tutto, ci concediamo alcune fotografie per immortalare l’evento. In tutto sei cefali presi a monte del “ponte di Barletta”, una bella esperienza condivisa anche da Mario, il quale non è da meno perché ha realizzato con disinvoltura altrettante catture.
Si conclude così il nostro racconto sulle magiche sponde dell’Ofanto, un fiume maltrattato e non rispettato dalle amministrazioni locali che dovrebbero far sicuramente di più per riscoprire la bellezza di un corso d’acqua così vitale per l’arida Puglia. Sicuramente ci ritorneremo a settembre, dopo le prime piogge estive post-ferragosto, sperando di ripetere una bella pescata come quella di oggi.
Un saluto, alla prossima.
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