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Pesca in Austria
di Davide Andreoli

I pensieri si accavallano freneticamente mentre a bordo dell’auto dell’amico Massy attraversiamo le alpi con destinazione Austria. L’eco della cattura del buon Nino, datata 1983, è rimbalzata ben oltre il 2000, e grazie al racconto di quella cattura ho vinto il concorso “amarcord” che mi permetterà di fare un lungo week-end di pesca ospite di Adriano Gargantini. L’auto è satura di canne e attrezzatura da pesca, purtroppo, con il passare del tempo, la ghiacciaia che contiene svariati chili di bigattini si riscalda e il tanfo maledetto delle larve ogni tanto inizia a fare capolino sotto il nostro naso.

Personalmente, devo dire che detesto il bigattino, ma è chiaro che per pescare a ledgering o a passata nella veloci correnti della Drava, la malefica larva è un esca preziosa, anche se in taluni casi sostituibile dal mais. Arriviamo all’Aktiv Hotel poco prima delle 23,00 e veniamo accolti da Alberto, il figlio maggiore dei Gargantini, con il quale iniziamo immediatamente a parlare di pesca, mentre sistemiamo nell’apposito frigorifero a disposizione dei clienti i sacchetti di bigattini. Alberto ci accompagna in camera e ci accordiamo per ritrovarci a colazione alle 7.

Io e Massy siamo parecchio stanchi, oltre alle 3 ore abbondanti di viaggio, abbiamo alle spalle anche una giornata di lavoro, ma l’entusiasmo è tale da non farci praticamente chiudere occhio. Alle prime luci dell’alba infatti, siamo seduti sul balcone, ad osservare gli animali del parco adiacente l’Hotel: cervi, caprioli e addirittura bisonti!!! In attesa che arrivi l’ora della colazione, scopriamo che alle 6 del mattino vanno in onda le repliche di “Arnold”, telefilm cult della nostra infanzia… Dopo la colazione è finalmente il momento di partire alla volta di Feistritz, dove immergeremo le lenze nell’ormai leggendaria Drava, non prima di aver fatto tappa al supermarket per far provvista di cibo.

1° GIORNO – DIGA DI FEISTRITZ
Il tratto di Drava nel quale pescheremo è quello immediatamente a valle di una centrale idroelettrica, in pratica il posto che si vede nella stragrande maggioranza delle foto che immortalano le grandi prede austriache. Il fiume si presenta abbastanza largo, simile a certi tratti del medio Po, o dell’Adda, o comunque di svariati altri fiumi padani, l’acqua tira soprattutto dalla parte opposta alla riva dove peschiamo e non è affatto limpida, risulta infatti biancastra, quasi lattiginosa, mi ricorda certi torrenti di montagna che scorrono in zone molto calcaree. Se a prima vista la Drava non sembra molto differente dai corsi di casa nostra, il fatto che le sue acque siano considerate potabili scava subito un abisso impossibile da colmare in termini di paragone. Ci accorgeremo poi che anche la quantità e la taglia dei pesci presenti giustificano ampiamente le lodi tributate a questo corso d’acqua. Iniziamo a ledgering, con pasturatori dai 120 gr. in su, alla ricerca di qualche barbone, ma ci rendiamo ben presto conto dell’estrema difficoltà a mantenere la lenza nel correntone centrale.

Tuttavia Massy inizia a prendere un nasen dietro l’altro. Sono pesci di peso variabile dai 6-7 etti al chilo di peso, molto vivaci nel recupero e quindi piuttosto divertenti. Io sbaglio un paio di abboccate e rompo pure il finale per ben due volte: prima uno 0,16 e poi uno 0,18. A quel punto decido di rinunciare ad ogni compromesso e passo direttamente ad un massiccio 0,25, nonostante sia piuttosto scettico circa l’efficacia di un tale diametro. Tuttavia le abboccate continuano e il primo pesce che pesco in acque austriache è un bellissimo temolo: non ne avevo mai preso uno, e la cattura potrebbe quasi bastare a giustificare il viaggio.

Poi inizio anch’io a salpare nasen, con l’intermezzo di un paio di piccoli persici (abbondantissimi nel sottoriva) e di un bel cavedano, mentre Massy prima porta a riva una bremona di circa 3 kg e poi si toglie pure la soddisfazione di pescare una fario che non supera i due etti, ma che in compenso ha una livrea splendida. Sembra che nasen e breme agiscano ad orari prestabiliti, infatti, dopo i savettoni locali, iniziano ad abboccare le padelle, tutte di peso ampiamente superiore al chilo, e tutte molto più tenaci delle cugine italiane.

Si avvicina mezzogiorno e la prima bottiglia di vino, un cabernet casalingo veronese d.o.c. è ormai agli sgoccioli, il Massy e il sottoscritto, infatti, hanno praticamente brindato ad ogni pesce pescato… ne rimangono comunque altre tre e in caso di emergenza ci sono pure un paio di birrette, l’acqua non l’abbiamo portata, e non perché ce n’è in abbondanza di potabile, ma perché proprio non ci piace!!!
Mentre Massy griglia a dovere dell’ottima carne acquistata in loco, inizio a sentire un po’ la stanchezza della notte in bianco e l’effetto del vino ingerito. Mi si aprono davanti infiniti orizzonti di pensiero e medito sul fatto che non è certo un caso che la filosofia sia nata in Grecia, terra dove la vite prospera da tempi immemorabili… Intimamente, dedico un brindisi al buon Nino, e per un istante la nostalgia mi attanaglia i sensi, riportandomi a tanti anni prima, alla mia infanzia dorata di “buteleto” della contrada. Il profumo della grigliata però mi riporta alla realtà che, per una volta, si presenta molto simile al sogno. Mangiamo di gran gusto, innaffiando il tutto con un sublime Franciacorta portato da Massy e poi, dopo aver scartato l’idea di una pennichella all’ombra, ci rimettiamo subito in pesca, stavolta a passata.

Peschiamo entrambi con canne bolognesi di 6 metri. In bobina ho uno 0,16 e parto con un finale dello 0,14 (amo del 12 a gambo lungo), galleggiante da 3 gr. con piombatura piuttosto raccolta a circa 30 cm. dall’amo. Prepariamo il fondo con qualche pesante palla di pastura zeppa di bigattini e poi iniziamo a pescare. La profondità, a 12-15 metri dalla riva, nel punto dove la corrente si smorza iniziando a formare quella sorta di risacca perfetta per pescare con il galleggiante, si aggira attorno ai 2 metri e mezzo. Le abboccate non sono moltissime, ma in compenso sono molto decise, nel senso che i pesci si ferrano praticamente da soli. Si tratta di breme e nasen, della stessa taglia riscontrata in mattinata, che su lenze leggere però, impegnano non poco facendo cantare spesso la frizione.

Purtroppo, a metà pomeriggio inizia a piovere. Dapprima qualche goccia, poi, via via, un vero e proprio acquazzone che però, data l’assenza di vento, non ci scoraggia: infiliamo l’impermeabile e continuiamo a pescare. Durante la pioggia le abboccate diminuiscono ma qualcosa si prende comunque: le solite breme, un cavedano, un paio di pesci bianchi che non è facile capire se siano triotti o gardon (ma dalla taglia direi la seconda ipotesi) e qualche sporadico nasen.
Nel complesso è andata bene anche se è mancato il barbo. Torniamo all’Hotel e dopo una doccia rigeneratrice e un lauto pasto, andiamo in camera ben decisi a farci qualche ora di sonno.

2° GIORNO – LAGO KUCHER AU
Massy è già stato ospite di Adriano nel 2005 ed ha un conto aperto con il cosiddetto “lago della tinche”: una giornata intera infatti, non era bastata a tirar fuori una tinca o una carpa da immortalare per i posteri. Incoraggiato dai racconti di Alberto e forte del peso della “cabala” (possibile che per due volte consecutive non riuscisse a pigliare nulla?), il mio compagno di avventure non vede l’ora di lanciare la sfida ai grossi ciprinidi del lago. Dopo la colazione e dopo la consueta sosta al supermarket per la provviste (stavolta abbiamo preso un pollo intero da grigliare) arriviamo al Kucher Au. Si tratta di uno specchio d’acqua molto piccolo, incastonato nel verde, con acqua limpidissima e rive a tratti infrascate ma tutto sommato agevoli. Massy, su indicazione di Alberto, si sistema in uno slargo dalla parte opposta al chiosco e alla spiaggetta, dove si vocifera che Gionata, pochi giorni prima, abbia fatto strage di carpe. Io mi metto qualche decina di metri più in là, proprio a centro lago. Massy pastura accuratamente il posto e poi attende, con ansia, di vedere qualche buona partenza.

Io invece, che non amo particolarmente le acque ferme, decido di dedicare la giornata alla sperimentazione con l’intenzione di provare parecchie tecniche di pesca. Mi rendo conto che il lago è tutt’altro che profondo, ad occhio e croce non più di 3 metri d’acqua in pieno centro, ne avrò la certezza in seguito, quando pescherò a bolognese. A meno che non ci sia qualche buca (ovviamente difficile da individuare), pur non essendo un assiduo pescatore di carpe, capisco subito che non sarà facile portare a riva qualcosa di importante nelle ore centrali della giornata. In acque ferme, limpide e poco profonde, infatti, la mia esperienza dice che i pesci più interessanti si fanno prendere all’alba, al tramonto, oppure, ancora meglio, in piena notte. Poco male, vedo in superficie un continuo formicolio e distinguo abbastanza bene degli sciami di grossi ciprinidi a pelo d’acqua che hanno tutta l’aria di essere cavedani: di sicuro non mi annoierò. Inizio a ledgering, montando un piccolo pasturatore da 20 gr che mi permette comunque di lanciare a grande distanza.

Ci vuole una mezz’oretta prima che inizino le abboccate, probabilmente il tempo necessario a fare in modo che svuotandosi il feeder, 3-4 volte, si crei un minimo di pasturazione. Inizio a salpare breme attorno al chilo che però tirano molto meno rispetto a quelle della Drava. Dopo un po’ mi stanco e provo con il galleggiante, montando un lungo finale dello 0,10 per insidiare quei pesci a galla che sembrano proprio cavedani. Mentre provo la piombatura, vicino a riva, e senza esca, abbocca un piccolo persico, forse incuriosito dai bagliori argentei dell’amo, o forse semplicemente molto sfigato! Anche qui, come in Drava, il sottoriva pullula letteralmente di persichetti, ma mi accorgo che il lago è ricchissimo anche di pesce bianco: scardole, triotti/gardon e cavedanelli, sembrano invece assenti le alborelle, mentre pesco vedo anche passarmi davanti, molto vicini alla riva, un paio di lucci di almeno un metro di lunghezza! Massy nel frattempo non riesce a cavare un ragno dal buco. Vede alcune mangiate, ma nessuna veramente convincente, è probabile che si tratti proprio di pesce piccolo, attratto in massa dalla pastura.

quasi mezzogiorno e la spiaggetta vicina al chiosco è gremita di famigliole con bambini al seguito che si tuffano nel lago armati anche di gommoni! Noi decidiamo di iniziare la pausa pranzo. Mentre il Massy si dedica alle vettovaglie, ne approfitto per fare due passi e mi accorgo che nel punto dove il lago sembra chiudersi, tra sterpaglie e alberi abbattuti che escono dall’acqua, in realtà esce un fossato che poi si inoltra nella vegetazione fino a passare sotto la strada asfaltata, diventando un torrentello. La profondità dell’ampio fossato non supera il mezzo metro ed è difficilissimo accedere alla riva a causa dell’abbondante vegetazione. Evidentemente però, i pesci amano questo fossato visto che cavedani e carpe nuotano beatamente in gruppo come in un acquario! Prendo la bolognese, e con molta cura, cercando di non farmi scorgere, lascio cadere la lenza proprio in mezzo ad un branco di cavedani: l’abboccata è immediata e fra mille difficoltà, con un po’ di fortuna, riesco a tirare fuori un cavedano di circa mezzo chilo. Ma sono le tante carpe a stupirmi: almeno un trentina, in maggior parte a specchi. Mi viene il dubbio che siano ancora in frega e che il fossato sia il loro letto ideale.

Dopo aver divorato il pollo e un paio di wurstel che sembravano cotechini, stavolta ci concediamo una breve pennica, disturbata purtroppo da formiche extra-large che mi ricordano certi fumetti di Tex dove qualche tribù indiana non meglio specificata lasciava i nemici sotterrati vivi sotto la sabbia, con la testa fuori, in attesa di essere divorati dalle famigerate formiche rosse, queste del Kucher Au sono nere, ma l’effetto è simile! Dopo le breme mattutine a ledgering, inizio a prenderne anche con il galleggiante, non molte per la verità, perché il pesce piccolo riesce quasi sempre ad arrivare per primo sull’amo. Massy continua la ricerca alla carpa ma di minuto in minuto gli sembra di rivivere la brutta esperienza dell’anno prima. Ci prova anche all’inglese, ma il risultato non cambia. Purtroppo, siamo anche costretti a sbracciarci gridando “Actung! Actung!” ad un bagnante che stava per entrare in zona di pesca! Decido di tentare con le carpe del fossato, se tanto mi da tanto, evitando di farmi scorgere, qualcuna dovrebbe abboccare, il problema casomai è tirarla fuori da lì…

La canna più solida che ho con me è quella da ledgering, alla quale infilo la punta più grossa in dotazione. La lenza? Filo diretto dello 0,25, un sugherone tondo dei tempi del buon Nino che uso a volte per pescare con il vivo, niente piombo e amo dorato del 10. Infilo un verme rosso scodinzolante e… via, lascio cadere il tutto in mezzo al branco di carpe. Una bella regina si volta di scatto e risucchia l’esca senza problemi, conto fino a 5 poi ferro. La carpe fugge a testa bassa sotto i rami, alla mia sinistra, finchè non riesce più a proseguire perché il filo si è attorcigliato attorno ad almeno 3-4 rami diversi. Come previsto adesso viene il difficile. A canna bassa cerco di seguire il filo, recuperando un po’ alla volta e riesco ad avvicinarmi alla carpa. Passano i minuti, ci vuole calma, magari sarà proprio il pesce a fare marcia indietro e a sbrogliare (in tutti i sensi!) la situazione. Alla fine chiamo Massy e gli consegno la canna mentre io, con il guadino in mano, cerco di farmi strada tra le sterpaglie per arrivare il più possibile vicino al pesce e guadinarlo. Non dico sia un impresa, ma quasi!

Scopro a malincuore che rovi e ortiche prosperano anche in Carinzia e… pungono uguale che in Italia. Quando scorgo la carpa la vedo pinneggiare abbastanza tranquilla nei pressi di un grosso ramo. Faccio l’equilibrista e inizio a camminare sul ramone che sporge fino ad arrivare in mezzo al fossato. Dovrebbe tenere, se si rompe finirò nella melma e potrei anche farmi male, ma non ho tempo per pensare alle conseguenze, la carpa è lì sotto di me, stanca ma in perfetta salute, la guadino il più delicatamente possibile, la sollevo fuori dall’acqua e poi con i denti taglio il filo all’altezza del galleggiante: Massy adesso non deve fare altro che recuperare il filo con il mulinello. Faccio il viaggio a ritroso, prima sul ramo, poi tra i rovi e poi tra le ortiche, rompendo anche il manico del guadino, ma alla fine torno abbastanza sano sulla riva del lago dove slamo con cura la carpa, di taglia approssimativa fra i 3 e i 4 chili. Foto di rito e poi la regina torna a pinneggiare nelle limpide acque del lago.

Ormai ci avviciniamo a sera e Massy è visibilmente deluso: nessuna abboccata di rilievo, nessuna tinca, nessuna carpa, solo un grosso nasen che però si è slamato prima di arrivare a tiro di guadino. La spiaggetta nel frattempo si è svuotata, decidiamo di andare a farci una birra e di spostarci proprio nei pressi del chiosco fino al tramonto. Mentre Massy riprova a pescare all’inglese dalla spiaggetta, con una certa fatica mi sistemo un paio di cucchiaini rotanti per farmi un giretto a spinning: in tutto il lago è consentita la pesca solo con amo singolo senza ardiglione. Pian piano mi dirigo verso il canneto in direzione Drava, mi aspetto di prendere un persichetto dietro l’altro, e invece, i tigrotti rincorrono il cucchiaino fin quasi sotto i piedi, ma non ne tiro fuori nemmeno uno. In mezzo al lago però incoccio un paio di bei cavedani e un paio di lucci, uno davvero molto piccolo (non più di 2 etti) e l’altro attorno al mezzo chilo. Quando torno alla base trovo Massy finalmente sorridente, e non solo per le 2 birre medie trangugiate poc’anzi: è infatti indaffaratissimo a slamare un cavedano dopo l’altro. Li prende con lo scorrevole, fondando ogni tanto una manciata di bigattini. Mi ci metto anch’io, ma semplicemente montando sulla bolo da 5 metri un galleggiantino da 1 gr con un finale dello 0,12. Non serve lanciare lontano: a pochi metri dalle pietre che delimitano la spiaggetta è tutto un bollare di cavedani dal mezzo etto al mezzo chilo. Ormai è il tramonto e probabilmente inizia proprio a quest’ora l’orario migliore per insidiare carpe e tinche, ma per noi la giornata è finita e ritorniamo all’Hotel.

3° GIORNO – FEISTRITZ
L’ultimo giorno in terra austriaca coincide con la finale del Mondiale. Per ovvi motivi decidiamo di partire nel primo pomeriggio, in modo da poter vivere la finalissima con amici e parenti prossimi. Pertanto, decidiamo di tornare a Feistriz e di rimanerci fino alle 2 del pomeriggio.
Stavolta partiamo molto presto e alle 8 siamo già in pesca. Iniziamo a ledgering ma il buon Massy dopo una mezz’oretta, incalzato da un visitatore austriaco che (in un italiano migliore di quello di Biscardi) gli dice di aver preso carpe enormi con il galleggiante, tira fuori la bolognese. Il livello della Drava sale e scende a vista d’occhio, anche di 30-40 cm e questo non è certo il massimo per pescare a passata. Tra l’altro, nella prima ora di pesca non vediamo praticamente nessun segno di abboccata e cominciamo davvero a pensare male. Poi, tutto di colpo, iniziano a mangiare i nasen e, finalmente, catturo anche un barbo!

Si tratta di un esemplare sul chilo che, com’è nella sua indole, tiene molto il fondo e ci mette un bel po’ prima di farsi gradinare. La stranezza è che la cattura avviene vicino a riva, in acqua tutt’altro che impetuosa, segno che gli spostamenti dei pesci, in Drava, seguono logiche che vanno al di là della corrente e del livello dell’acqua. La conferma viene poco dopo, quando il Massy incoccia qualcosa di molto grosso, pescando con il galleggiante in un punto in cui l’incrocio delle correnti rende la superficie praticamente ferma, (suppergiù dove termina la riva naturale ed inizia il tratto cementificato della diga), posizione sicuramente propizia per breme, carpe e anche cavedani, ma di primo acchito abbastanza negativa per pescare barbi. Dopo qualche minuto di tensione, con il pesce che srotola metri di filo e costringe Massy ad assecondarlo seguendo la corrente, quella che a naso poteva essere una bella carpotta, si rivela invece un gran bel barbo che, nonostante il finale dello 0,18, finirà nel guadino dopo più di 10 minuti di lotta! Massy stavolta è molto soddisfatto.

Mi metto anch’io a pescare a passata, un po’ a valle rispetto all’amico, dove l’acqua inizia a tirare, pasturo un po’, ma nemmeno tanto, e praticamente ad ogni lancio vedo delle abboccate. Prendo un paio di nasen, un cavedano, un persico e poi, com’era già successo il primo giorno, iniziano ad entrare in pastura le breme. Non so quante ne ho tirate su, una decina sicure, ma probabilmente anche di più, alcune superavano abbondantemente i 2 chili e tiravano come trattori. Mi sono anche divertito a dare spettacolo: tra il parcheggio e la riva del fiume, infatti, c’è uno spazio per i pic-nic, ed essendo domenica la zona era particolarmente frequentata da famiglie. Beh, non mi sono accorto subito di avere del pubblico alle spalle, ma dopo aver salpato una brema che davvero mi aveva dato del filo da torcere, mi sono girato ed ho visto un capannello di gente che aveva osservato la cattura. Massy da parte sua variava un po’ di più le catture alternando alle solite breme anche cavedani e persici, sperando intimamente di beccare l’agognata carpa. Dopo mezzogiorno, con il sole quasi a picco, decido di concludere ancora a ledgering, sistemandomi all’ombra. Prendo ancora diverse breme finchè, all’una e mezza, dico “stop” inizio a sistemare la roba. Massy non vorrebbe più andarsene, continua a dire: “Prendo l’ultimo e poi basta”. Alle 2 carichiamo l’auto e torniamo all’hotel a prendere i bagagli: la vacanza è finita.

CONCLUSIONI E CONSIGLI
Nel complesso l’esperienza in Austria è stata positiva. Di pesce ce n’è tanto, e a differenza di quanto pensavo, è accessibile a tutti, purché si abbia un minimo di dimestichezza con lenze, esche e tecniche di pesca. In Drava serve poco per divertirsi molto: una bolognese sui 6 metri, una canna da ledgering, qualche chilo di bigattini e pastura. Qualcuno potrà obiettare che anche sul nostro tanto bistrattato Po non serve molto per catturare barbi e breme a ripetizione; questo è vero, ma a parte il fatto che la taglia dei pesci della Drava è mediamente molto superiore a qualsiasi fiume nostrano (a parte qualche persico e qualche alborella nel sottoriva, non abbiamo preso nessun pesce al di sotto del mezzo chilo) bisogna sottolineare come il fattore “sorpresa” possa fare la differenza: in Drava abbiamo pescato breme, nasen, persici, cavedani, gardon, temoli, barbi e trote con la stessa lenza e la stessa esca! Questo fatto è ancora più evidente nel lago Kucher Au, un ambiente più piccolo di tanti laghetti di pesca sportiva che però sembra un ecosistema perfetto, con i suoi ciprinidi, i suoi predatori etc. etc.

E che dire dei cavedani che in un’acqua limpidissima si fanno fregare a pochi metri da riva con un finale dello 0,14? Sicuramente un altro mondo. A questo punto non mi resta che ringraziare Adriano Gargantini per l’ospitalità e per la disponibilità, soprattutto perché dal momento in cui ho vinto la vacanza premio, gli ho rotto le scatole parecchie volte, prima per trasformare la settimana da solo in un week-end per due, poi perché dovevamo essere in tre, poi per posticipare il fine settimana inizialmente previsto, e infine perché il terzo non è venuto… Adriano è una persona da conoscere, in grado di entrare subito in confidenza con chiunque, di parlare senza problemi, e con cognizione di causa, di qualsiasi argomento, anche se pesci e pesca sono il tema dominante delle discussioni. Ringrazio naturalmente anche il resto della famiglia Gargantini (non ho purtroppo avuto il piacere di conoscere il figlio minore). Grazie anche a Gionata che con l’idea del concorso mi ha permesso di vincere questa vacanza e grazie a Massy, un amico conosciuto proprio grazie a POL, che ha diviso con me questa bella esperienza.

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