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Il bersaglio della serata sarebbero state le viscidissime anquille, i brillanti cavedani e le verdi dorate tinche, pertanto i pastoni avrebbero dovuto essere due; divido e sistemo il pane in ammollo su due taglieri, dopo averlo strizzato a dovere, inizio ad impastarlo; intanto la madre, più o meno sempre pronta a dar corda ai suoi uomini, aveva ultimato la cottura della polentina gialla. Svolgo con cura dalla carta oleata l’ingrediente miracoloso: una fettona di gorgonzola ed inizio ad amalgamarlo al primo impasto, con calma, metodo e fiducia, non posso dire che l’odore fosse proprio da paradiso, ma a me a quell’epoca sembrava la cosa più buona che avessi mai odorato, farlo era un’arte, doveva avere la consistenza e l’amalgama giusta, abbastanza soffice da non insospettire il pesce e abbastanza consistente da rimanere sull’amo, quindi le aggiunte di pan grattato dovevano essere fatte alla perfezione, le lezioni del mio vecchio erano state perfette; ed ora l’ultimo tocco, l’aggiunta di un pò di parmigiano. La polenta ora era fredda al punto giusto da poter essere lavorata; un pò di farina bianca per darle la giusta consistenza e una bella mestolata di "Farina di Burdoc" (scarafaggi) chissà se oggi la vendono ancora? E finalmente le esche erano pronte; avevo passato tutta la settimana a pasturare con granoturco ammollato e polpettine di farina mista in attesa della grande pescata, adesso mancava solo mio padre. Il vecchio muretto è lì che ci aspetta, l’osteria alle nostre spalle e un lampione ci danno luce bastante alla bisogna; si svolgono le lenze ammucchiandole ai nostri piedi e poi si dispongono accuratamente in forma circolare sul muretto, si innescano i due ami, posti alla stessa altezza, con un boccone a forma di pera, due cordine col gorgonza e due con la polenta, si impugnano i due voluminosi bocconi e si lancia; aspettiamo mentre lentamente se ne vanno sul fondo e poi si poniamo i sugheri a penzoloni nella parte interna del muretto; in caso di abboccata saliranno il muretto e, quando saranno in cima sarà il momento della ferrata. Ed ora incomincia il momento più bello: l’attesa, mentre mio padre parla con altri pescatori io ascolto estasiato tutte quelle avventure improbabili di pesci enormi, presi e persi, di esche, di tecniche e, magari sussurrato, in modo che io non senta, di donne. La voce concitata del "Gaina", uscente da un faccione reso ben colorito dal vino ,<< ghè dà , ghè dà !!!>> riporta l’attenzione di tutti alla pesca; il tappo sta risalendo a strappetti lungo il muretto, lui ha già la mano pronta sul fil, come tocca la sommità stringe la lenza e strattona: <<La ghè , la ghè !!!!>> e inizia a tirare; a poco a poco arriva in superfice una cosa che si arrotola su se stessa e sul filo, un ultimo strappo e piomba sul marciapiede dove si inarca, si arrotola e serpeggia; rapido il Gaina gli butta addosso uno straccio e l’afferra mentre l’anguilla gli si avvolge sul braccio lasciando una scia bavosa e traslucida sotto la luce del lampione; incurante del viscidume che gli ricopre braccio e camicia, controlla la posizione dell’amo e parte con una sequela di improperi che solo un Comasco incavolato sa inventare; <<L’ha mandà gio tut, me tuca taià e gù minga chi un alter am>>; coi denti taglia il setale e butta la preda in un secchio, i pescatori sono intorno a far commenti; è una bella anguilla che sarà più o meno un paio di chili; ormai la calma è ritornata e i guerrieri si dirigono all’osteria per celebrare con un paio di cicchetti, non senza avermi prima affidato il gradito compito ad alta responsabilità della cura delle lenze; si sa, sono il bocia e mi tocca, ma di certo non mi dispiace. E’ bello nel silenzi , auto all’epoca ne passavano poche o nessuna, i lampioni si specchiavano nell’acqua lucida, nera e immobile creando scie di luce, il mormorio sordo dell’osteria alle spalle mi faceva sentire meno solo e nello stesso tempo partecipe di quelle cose da grandi maaaa!!! Il tappo parte, sale con uno strappo veloce e va!!! <<Papaaaaa!!!>> l’urlo mi esce dalla gola mentre ferro con forza e qualcosa strattona dall’altra parte come se volesse portarmi in acqua; mio padre si affaccia dall’osteria e mi dice <<Forza , tiralo fuori che vengo>>; con questo cavedano, perchè ormai sono sicuro che è un cavedano, attaccato alla lenza che strattona come un matto, vedo l’altro sughero volare oltre al muretto, prendo anche l’altro filo e in qualche modo tiro, mentre un altro urlo angosciato mi esce dalla gola: Papaaaa !!!!! Sono lì con due fili in mano e non so fare altro che gridare a squarciagola, sono in pieno panico, finalmente sento qualcuno che mi leva un filo dalle mani, ancora non ho ben chiaro quello che è successo, mi ritrovo con un cavedanazzo che si sbatte ai miei piedi e mio padre che sta facendo passare sopra il muretto l’altro, ci sono tutti intorno, qualcuno mi batte sulla spalla e si congratula, un altro mi stringe la mano ma io non realizzo, sono quasi fuori dal tempo, la prima cosa che ricordo chiaramente è che sono davanti al bancone del bar con in mano una menta al selz, incomincio ad assaporare la vittoria, mi sento grande, sono come loro, ho lottato e vinto, ho preso il pesce, sento ancora adesso l’esaltazione come se fossi ancora lì. Ormai è tardi, eccitato, in stato confusionale, euforico e soddisfatto aiuto a riavvolgere le cordine e per mano a mio padre mi dirigo verso casa, non penso di aver mai più provato quelle sensazioni in nessuna altra circostanza, ma credo che quelle mi seguiranno per sempre, impresse a fondo nella mia memoria.. |
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