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Giugno, più di 50 anni fa
di Giordano Massari, "Giordaloco"


Che mese Giugno!!! Arriva il caldo, le scuole chiudono ed io me ne andavo sulla casetta al lago con la mamma; chissà perchè gli odori, i colori, il caldo e le sensazioni sulla pelle non sono più quelle di un tempo, forse sono solo i miei sensi stanchi che non le registrano. Il sabato aspettavo con ansia l’arrivo di mio padre da Milano, già ero passato dalla Privativa, emporio locale che aveva di tutto, per reperire l’ingrediente segreto e indispensabile per la pescata notturna che stavo aspettando da una settimana; il pane vecchio stava ammollandosi in acqua e latte ed io, sotto lo sguardo vigile e un pò disapprovante della madre mi accingevo al rito e all’obbligo che mi ero assegnato di diritto e che non avrei ceduto a nessun prezzo: la preparazione dell’esca per la serata.

Il bersaglio della serata sarebbero state le viscidissime anquille, i brillanti cavedani e le verdi dorate tinche, pertanto i pastoni avrebbero dovuto essere due; divido e sistemo il pane in ammollo su due taglieri, dopo averlo strizzato a dovere, inizio ad impastarlo; intanto la madre, più o meno sempre pronta a dar corda ai suoi uomini, aveva ultimato la cottura della polentina gialla. Svolgo con cura dalla carta oleata l’ingrediente miracoloso: una fettona di gorgonzola ed inizio ad amalgamarlo al primo impasto, con calma, metodo e fiducia, non posso dire che l’odore fosse proprio da paradiso, ma a me a quell’epoca sembrava la cosa più buona che avessi mai odorato, farlo era un’arte, doveva avere la consistenza e l’amalgama giusta, abbastanza soffice da non insospettire il pesce e abbastanza consistente da rimanere sull’amo, quindi le aggiunte di pan grattato dovevano essere fatte alla perfezione, le lezioni del mio vecchio erano state perfette; ed ora l’ultimo tocco, l’aggiunta di un pò di parmigiano.

La polenta ora era fredda al punto giusto da poter essere lavorata; un pò di farina bianca per darle la giusta consistenza e una bella mestolata di "Farina di Burdoc" (scarafaggi) chissà se oggi la vendono ancora? E finalmente le esche erano pronte; avevo passato tutta la settimana a pasturare con granoturco ammollato e polpettine di farina mista in attesa della grande pescata, adesso mancava solo mio padre.
Arriva ed io non sto più nella pelle, il fatto che voglia mangiare, lavarsi, parlare con mia madre mi irrita e indispettisce, non capisce che i pesci sono lì che hanno fame e che a me non importa nulla del cibo, delle chiacchere o dell’igiene, io voglio solo andare a buttare le lenze. Finalmente si parte, le cordine sono pronte, le ho controllate due volte durante la settimana, gli ami pungono, la treccina è ben avvolta sui bastoni di bambù e il sughero piatto è ben fissato con uno stecchino, si va!!!

Il vecchio muretto è lì che ci aspetta, l’osteria alle nostre spalle e un lampione ci danno luce bastante alla bisogna; si svolgono le lenze ammucchiandole ai nostri piedi e poi si dispongono accuratamente in forma circolare sul muretto, si innescano i due ami, posti alla stessa altezza, con un boccone a forma di pera, due cordine col gorgonza e due con la polenta, si impugnano i due voluminosi bocconi e si lancia; aspettiamo mentre lentamente se ne vanno sul fondo e poi si poniamo i sugheri a penzoloni nella parte interna del muretto; in caso di abboccata saliranno il muretto e, quando saranno in cima sarà il momento della ferrata. Ed ora incomincia il momento più bello: l’attesa, mentre mio padre parla con altri pescatori io ascolto estasiato tutte quelle avventure improbabili di pesci enormi, presi e persi, di esche, di tecniche e, magari sussurrato, in modo che io non senta, di donne.

La voce concitata del "Gaina", uscente da un faccione reso ben colorito dal vino ,<< ghè dà , ghè dà !!!>> riporta l’attenzione di tutti alla pesca; il tappo sta risalendo a strappetti lungo il muretto, lui ha già la mano pronta sul fil, come tocca la sommità stringe la lenza e strattona: <<La ghè , la ghè !!!!>> e inizia a tirare; a poco a poco arriva in superfice una cosa che si arrotola su se stessa e sul filo, un ultimo strappo e piomba sul marciapiede dove si inarca, si arrotola e serpeggia; rapido il Gaina gli butta addosso uno straccio e l’afferra mentre l’anguilla gli si avvolge sul braccio lasciando una scia bavosa e traslucida sotto la luce del lampione; incurante del viscidume che gli ricopre braccio e camicia, controlla la posizione dell’amo e parte con una sequela di improperi che solo un Comasco incavolato sa inventare; <<L’ha mandà gio tut, me tuca taià e gù minga chi un alter am>>; coi denti taglia il setale e butta la preda in un secchio, i pescatori sono intorno a far commenti; è una bella anguilla che sarà più o meno un paio di chili; ormai la calma è ritornata e i guerrieri si dirigono all’osteria per celebrare con un paio di cicchetti, non senza avermi prima affidato il gradito compito ad alta responsabilità della cura delle lenze; si sa, sono il bocia e mi tocca, ma di certo non mi dispiace.

E’ bello nel silenzi , auto all’epoca ne passavano poche o nessuna, i lampioni si specchiavano nell’acqua lucida, nera e immobile creando scie di luce, il mormorio sordo dell’osteria alle spalle mi faceva sentire meno solo e nello stesso tempo partecipe di quelle cose da grandi maaaa!!! Il tappo parte, sale con uno strappo veloce e va!!! <<Papaaaaa!!!>> l’urlo mi esce dalla gola mentre ferro con forza e qualcosa strattona dall’altra parte come se volesse portarmi in acqua; mio padre si affaccia dall’osteria e mi dice <<Forza , tiralo fuori che vengo>>; con questo cavedano, perchè ormai sono sicuro che è un cavedano, attaccato alla lenza che strattona come un matto, vedo l’altro sughero volare oltre al muretto, prendo anche l’altro filo e in qualche modo tiro, mentre un altro urlo angosciato mi esce dalla gola: Papaaaa !!!!!

Sono lì con due fili in mano e non so fare altro che gridare a squarciagola, sono in pieno panico, finalmente sento qualcuno che mi leva un filo dalle mani, ancora non ho ben chiaro quello che è successo, mi ritrovo con un cavedanazzo che si sbatte ai miei piedi e mio padre che sta facendo passare sopra il muretto l’altro, ci sono tutti intorno, qualcuno mi batte sulla spalla e si congratula, un altro mi stringe la mano ma io non realizzo, sono quasi fuori dal tempo, la prima cosa che ricordo chiaramente è che sono davanti al bancone del bar con in mano una menta al selz, incomincio ad assaporare la vittoria, mi sento grande, sono come loro, ho lottato e vinto, ho preso il pesce, sento ancora adesso l’esaltazione come se fossi ancora lì.

Ormai è tardi, eccitato, in stato confusionale, euforico e soddisfatto aiuto a riavvolgere le cordine e per mano a mio padre mi dirigo verso casa, non penso di aver mai più provato quelle sensazioni in nessuna altra circostanza, ma credo che quelle mi seguiranno per sempre, impresse a fondo nella mia memoria..

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