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L’araba fenice
di Marco Bernini

Maggio 1988, avevo solo 12 anni. Mio padre, cacciatore DOC, si era ormai rassegnato all’idea che avrei potuto seguire le sue orme giacché non mostravo interesse alcuno per l’attività venatoria. Un po’ deluso ma lo stesso soddisfatto del fatto che avevo scelto uno sport da praticare all’aria aperta, mi accompagnò a comprare quella che sarebbe stata la mia prima attrezzatura da pesca… Ricordo che era una bella giornata di sole, il negozietto vicino casa era fornito abbastanza bene sia per il materiale da pesca che da caccia.

Io non ci capivo niente, sapevo solo che volevo una canna da pesca col mulinello e una da punta. Mi avevano spiegato che così potevo affrontare ogni tipo di situazione, dopodiché avrei potuto allargare il “parco canne” man mano che mi sarei fatto le ossa. E così fu.
Si decise che la canna col mulinello sarebbe stata una Silstar in grafite, una bolognese da quattro metri anellata in acciaio. Ci abbinammo un mulinello, sempre Silstar, che conservo ancora in magazzino, anche se ormai completamente sgranato e arrugginito.

La canna da punta non ho mai capito di che marca fosse… So solo che era lunga circa sei metri e aveva un calcio grande come il mio polso! Con quelle due canne iniziai a pescare i primi pesci gatto, le prime alborelle, i primi carassi, poi i primi cavedani e qualche trota nei laghetti. Poi un giorno scoprii la pesca col pesce vivo per i perca che dalle mie parti erano abbondanti già prima che nascessi (anche se adesso “vanno di moda” e pare quasi che siano arrivati l’anno scorso in Italia…), e la pesca a fondo. E così via, fino ad arrivare a qualche anno fa.

La canna da punta “morì” dopo pochi anni di servizio sotto lo sforzo di un lancio, spezzandosi a metà e finendo a mollo nel Tevere che non mi restituì mai più le sue reliquie. La bolognese invece continuava imperterrita a funzionare bene, eletta dal sottoscritto a “canna fortunata” giacché ogni volta che la riesumavo, puntualmente ci prendevo qualcosa: carpe se la usavo nella pesca a fondo, perca se la usavo nella pesca col vivo, trote se la usavo in laghetto. Un amore che continuava nel tempo anche se ormai quella canna era stata affiancata da altre canne, più nuove, tecnologicamente più avanzate, sicuramente più specifiche e anche più belle a vedersi. Eppure ogni volta che la riprendevo in mano tornavo ad essere un po’ bambino, ricordandomi di come luccicava al sole quando la provavo flettendola nel parcheggio fuori al negozietto dove mio padre me l’aveva comprata.

Estate 2004
Diciassette anni di pesca alle spalle suggellati da tre licenze ormai scadute e sistemate nel cassetto della mia camera da letto.
Sessione di pesca col vivo in un’ansa del Tevere nei pressi di Orte. Insieme con un paio di compari avevo sistemato una batteria di tre canne con una bella alborella attaccata nella speranza di vedere qualche bel perca, che nel frattempo, col passare degli anni, sono diventati sempre più rari…
La canna fortunata mi segue ancora ed è lì, pronta a flettersi per l’ennesima volta.

Decido di sostituire l’esca di quella canna. Recupero la lenza, appoggio la canna a terra e mi appresto a fare un bel piercing ad un altro sventurato pesciolino, nel frattempo una delle altre canne parte! Lascio tutto per terra e corro a prendere in mano la canna, ferro e c’è! Inizio il recupero e sento che dall’altra parte c’è qualcosa di grosso e inizio a lottare pian piano quando, tutto d’un tratto, la canna s’addrizza e il filo si affloscia. Si è slamato! Un’imprecazione di quelle che ti fanno giocare il posto in paradiso, poso la canna sul portacanne, mi giro e crack!!

Col piede pesto la canna fortunata all’altezza del terzo pezzo e la spezzo in due.
Una coltellata in pieno petto sarebbe stato meglio.
In preda alla depressione più totale chiudo tutto e mi metto ad imprecare sottovoce seduto su un tronco lì vicino. Tuttavia non ho il coraggio di buttare la canna, così la chiudo e la riporto a casa mettendola in un angolo del magazzino.

E lì rimase per ben due anni.
Ed arriviamo ai giorni nostri, per l’esattezza ad un mese fa...
Nel frattempo ho iniziato a trascurare le altre tecniche di pesca per dedicare il 90% delle mie uscite allo spinning, ho acquistato una barchetta e da poco tempo anche un belly boat. Proprio per pescare dal belly comincio ad aver bisogno di una canna col calcio corto, più maneggevole per la pesca dalla ciambella. Un bel giorno, navigando in internet, trovo un forum dove si discute di come realizzare una canna da pesca partendo da un grezzo… E mi viene in mente la canna fortunata! E’ ancora lì, in quell’angolo di magazzino dove l’ho lasciata due anni fa, tutta impolverata che quasi mi sento in colpa per come l’ho abbandonata. La riprendo in mano ed effettivamente gli ultimi due pezzi sono ancora buoni… E così mi metto a lavorarci su, recupero la placca portamulinello la lucido un po’ e la fisso all’altezza che più mi fa comodo, da cinque tappi di sughero forati al centro ricavo un bel manico, compro sei anelli nuovi, il filo per le legature, la colla e mi metto a lavorare.

Il risultato lo potete vedere nelle foto in allegato. Penso che non sia male per essere la prima volta che metto mano ad una canna, e in preda ad un moto di autogratificazione, ci aggiungo pure le mie iniziali…
Per renderla più attuale la descrivo con le misure d’oltreoceano che fa più yankee. Una canna da 6’’’ con un’azione di punta e una potenza di lancio 3/8 – 1 oz.
Buona per uno spinning con senko, gomma varia e qualche crankettino sui 20 gr. e con una buona riserva di potenza per “estirpare” i bass dall’interno delle tane.
Beh, non sarà una canna studiata in laboratorio, non sarà in carbonio alto modulo né tantomeno sarà perfettamente bilanciata, ma non riuscirò mai ad esprimere la soddisfazione di aver fatto risorgere la mia prima canna da pesca.

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