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Sandro andò a prendere le canne nella rimessa. Erano al solito posto in cui le aveva lasciate tre domeniche prima. Il suo amico Teo aveva detto che sarebbe passato alle sei.erano settimane che non andavano a pesca insieme. Ma quella era la giornata buona.erano i primi giorni di primavera e il sole avrebbe scaldato l’aria. Il lago poi sarebbe stato pieno di trote così come il vialetto di casa di Sandro era già pieno di albicocchi in fiore. Quando rientrò trovò la moglie davanti ai fornelli a preparare caffè e panini per la pescata. Ma era nervosa. Aveva quell’aria che lui gli aveva visto tante volte e mai come in quella mattina. Riposero insieme il caffè nel termos e le incartate con i panini. Lei poi lo fisso con due occhi sconvolti: - Senti torna presto. Divertiti è tanto che non lo fai, ma torna per pranzo, ok? Amore ti prego, dimmelo. Dimmi che tornerai per pranzo. Sul vialetto si sentirono due colpi di clacson. Teo era arrivato. Sandro strinse per un attimo la moglie e gli venne da piangere. Poi tirò dritto fin dentro la macchina e vide sua moglie da sotto il portico sventolare la mano tesa. Appena lontani Teo si voltò verso Sandro e gli sorrise. Anche Teo aveva una faccia strana, anche per lui non era stato per nulla facile.ma faceva finta di niente e disse : - Ehi compare! Guarda un po’ dietro. – Sandro guardò nel sedile posteriore e vide due bottiglioni di birra e uno di rum. Così riguardò Teo, il suo vecchio amico Teo e gli disse: - Senti grazie per tutta questa storia. - Teo faceva segno con la mano che non era niente. Ma Sandro continuò: - No,dico davvero…sei l’unico a cui potevo chiederlo. Sai gli altri non l’avrebbero presa allo stesso modo tuo. A proposito nessuno di loro sa niente e voglio che rimanga così.non so se mi spiego. Voglio che sappiano solo dopo. Teo lo guardò e fece uno dei suoi sorrisi e come vuoi tu, come vuoi tu, disse. Arrivarono al torrente che il sole era già alto. Parcheggiarono la macchina davanti la sbarra e poi continuarono a piedi per il sentiero fino al laghetto. Piantarono i seggiolini sulla ghiaia e si misero in una fetta di greto assolata. Sandro fece subito la lenza e lanciò. Teo aveva già fatto fuori un paio di birre a casa e non la finiva di ridere. Rideva di un vecchio scherzo che si erano fatti da ragazzi e mentre si infilava le galoscie cadde a terra. Era sdraiato sulla ghiaia e per quanto si sganasciava la camicia gli era uscita dai pantaloni. Poi si sdraio, riprese fiato e finì di vestirsi. Sandro lo guardò entrare in acqua e iniziare i movimenti con la canna. Vide la mosca attaccata al filo posarsi e rialzarsi, posarsi e rialzarsi ancora e allora si fece la sua prima birra. Teo si piega in due dalla risate e comincia a ripetere lo lascio in eredità, lo lascio in eredità. Sandro lo guarda e sbotta a ridere. Allora Teo si sposta più vicino a l’altro e ricomincia a fare su e giù con la canna dicendo: - Senti lo so che non ne vuoi parlare e a me sta benissimo. Veramente mi sta benissimo, se no perché sarei qui oggi, no? Però cavolo una cosa voglio dirtela amico mio. Di qualunque cosa tu abbia bisogno in questo periodo io sono qui.va bene? Sono qui.io e la mia Giulia ci siamo. Ci saremo sempre, ok? Lo so che lo sai, ma certe cose vanno dette. Sandro rimane in silenzio per un secondo poi gli fa di rimando: - dai non importa.Ormai è tutto sistemato. Facciamoci un’altra birra e non pensiamoci. Comunque è tutto sistemato.basta pensarci. - Sandro si fermò un momento e parve riprendere fiato. Poi riprese: - Senti io voglio andare a pranzo all’osteria di Guido. La canna di Sandro iniziò a beccheggiare lievemente. Lui se la mise tra le gambe e diede la ferrata. Tutto velocemente.il pesce diede una bella scodata e il filo della canna si tese tanto che spruzzò di acqua Sandro. Teo uscì dall’acqua gridando tienilo, tienilo. Poi si mise con la birra in mano a gustare la scena dal suo seggiolino. Il pesce non pareva tirare troppo. Doveva essere una trota sui due chili. Sandro ci giocò per un po’ e quando si stancò la tirò via. Quando arrivò sotto riva, lui alzò la canna e la depose sulla ghiaia che scodava come una matta. Teo si sbrigò a slamarla mentre lui dava una bella sorsata dalla bottiglia di rum. Misero il pesce nella nassa e Teo si accese una sigaretta. Sandro stava innestando e ogni tanto alzava gli occhi sul lago. Poi Teo fece: - Senti un po’, te la ricordi quella pescata che tu e i ragazzi avete fatto un paio di anni fa? Quella su al lago piccolo. Quella in cui hai preso solo tu. - Certo, certo. mangiammo al battesimo di tuo figlio quella cavolo di trota. Mettemmo tutto in quel tuo congelatore il giorno stesso. Ci fece entrare tua suocera nella cantina. Accidenti ce l’hai ancora quel congelatore? Era enorme. Mi ricordo che quel diavolo di pesce ci entrò tutto senza che lo tagliassimo. - Ma dai. Guarda che non è stato niente di che. E poi te l’avranno raccontata bene i ragazzi.che ti hanno detto loro? Che è stata una buona pescata? È così di fatto. È stata solo una buona pescata. Così Sandro si alzò la visiera del cappello e disse: - Il problema di quel pesce era che non capimmo fino alla fine che diavolo era. L’acqua era uno spettacolo quel giorno su al lago piccolo, veramente uno spettacolo. Ma chissà perché quel diavolo non tirava fuori il muso dall’acqua. Non lo vedemmo finchè non venne a pancia all’aria. L’acqua era una meraviglia vera, perché tutti gli altri pesci li vedevamo anche a tre cinque metri dalla riva. Ma quello niente. Insomma ci mettiamo al solito posto, là sulla sponda destra. Io, Dario e Ernesto. Passano tre ore e non prendiamo niente. Capisci niente, nemmeno l’ombra di un pesce. Cavolo non ci era mai capitato. I ragazzi si innervosiscono. Dario soprattutto inizia a dare calci alla sua canna. Sembrava un matto, grondava di sudore e inizia a dire: “ Questa me…a di lago, Ernesto ringrazia Dio che siamo con la tua macchina altrimenti me ne sarei già andato. Che cavolo rilanciate a fare, oggi non è giornata quanto vi ci vuole per capirlo? Anche le birre sono calde.” Insomma attacca con la solita storia. Nemmeno Ernesto è del tutto a suo agio, veramente sembrava che tutto fosse maledetto. Poi la mia canna inizia a beccheggiare. Una volta, due volte, alla terza do la ferrata e quello parte. Ma parte bene, insomma si porta via cinquanta metri di filo. Io lo seguo e apro tutta la frizione altrimenti mi portava via tutto il mulinello. Ora, quando più o meno arriva al centro del lago, si ferma di botto. - Sandro inizia a tossire forte. - Stai bene? Sandro stai bene? Tieni bevi un po’ d’acqua. - Sandro afferra la borraccia e ingolla tre bei sorsi d’acqua. Le mani gli tremavano e il viso era diventato pallido. Teo lo afferra per un braccio e gli fa: - Senti ti riporto a casa. Così non si può fare. Avevamo messo delle condizioni al telefono… Teo mollò il braccio di Sandro. Vide che il suo viso era tornato rosa e si calmò. I due si guardarono per un istante poi sbottarono a ridere entrambi. Sandro fece finta di strozzarsi nuovamente e i due risero ancora di più. Poi Sandro riprese il racconto: - Allora quel pesce malefico è al centro del lago. Cioè arrivato lì ha smesso di tirare. Ci sei? Allora prendo, chiudo il mulinello e mi rimetto a ritirare. Ritiro di un metro, di due e quando sono per recuperare il terzo metro quello si mette a scodare di nuovo e recuperare il filo perso. Si riprende solo tre metri. Guarda era da diventarci pazzo. La cosa non finì mica così. Per mezz’ora, dico mezz’ora tre metri io, tre metri lui. Giuro non mi sentivo più gli avambracci. Poi sarà stata la ventesima volta che ritiravo quei miei tre metri e quello non mi scoda più al terzo metro che recuperavo. Ernesto se ne accorge subito e mi dice:” Ha mollato, è scoppiato.” Così ritiro. Si sentiva che era una bella bestia di pesce, ma veniva via come niente. Allora lo porto quasi sotto riva, dico là dove vedevamo già le sagome di altri pesci e quello non si vede. Così piano piano ritiro un altro paio di metri e quello ancora non si vede. Eppure ormai il filo è finito e l’acqua è uno splendore. Ernesto si infila i guanti e scende in acqua. Affonda le mani là dove il filo si rompe nell’acqua e urla di averlo preso. Quando lo tira fuori e lo sdraia sulla ghiaia ci accorgiamo che è proprio un bella trota. Un maialino capisci? Sarà stata sui cinque chili. Aveva dei colori magnifici anche se sembrava ricoperta di fanghiglia. A quel punto Ernesto ci fa:” Era incinta.ecco perché voleva rimanere su quel punto lì al centro del laghetto. Era incinta ‘sta scema. Doveva metterle da qualche parte le uova prima di morire. Vedete lì quella melma con cui pare che si sia strangolata?” La trota aveva questa melma violacea tutta intorno al corpo che baluginava al sole. Io allora lo guardo e Ernesto finì di dire: “Poi se n’è venuta via col cuore a pezzi. Tutta quella fatica l’aveva stremata ecco perché non si vedeva. Strusciava il fondo. Strusciava il fondo!” Fine della storia. Quelle due parole di Ernesto me le ricordo ancora. Quando si fece ora di pranzo avevano preso in tutto dieci chili di pesce. Due trote Sandro e tre Teo. Erano completamente ubriachi e non la finivano di ridere come matti. Così Sandro decise che era ora ormai tornare. Sulla strada si fermarono all’osteria da Guido. Guido li accolse con grandi sorrisi. Disse che era da tempo che non si vedevano; da quell’ultima domenica. Si avvicinò a Sandro e gli fece: - Per qualunque cosa sappi che qui c’è un amico. Uno vero su cui puoi contare. Mangiarono di buona lena e bevvero molto anche. Per secondo si fecero portare anguilla alla cacciatora e si fecero cucinare due trote pescate in crosta di patate. Presero anche due crostate di ricotta affogate nella cioccolata e Sandro si ricordò che a lui i dolci non erano mai piaciuti come in quella occasione. In macchina accesero l’aria calda e la radio dava le informazioni per il viaggio. Diceva che c’erano code sull’autostrada per il rientro dai weekend e che si suggeriva di percorrere le strade statali. Poi tornò ai programmi musicali e passò grandi pezzi degli anni ottanta. Sognò di quel vecchio pesce, ormai di due anni prima. Delle uova che aveva dovuto depositare prima di andare a morire. Le vedeva schiudersi e rigurgitare in mare tanti piccoli pesciolini dalla testa illuminata come da una lampada. Li vedeva girare di notte per le acque scure del lago alla ricerca di cibo. Li vedeva accoppiarsi e fare altri pesciolini dalla testa illuminata. Sognò anche i suo figli che ormai erano grandi e lontani in altre città. Sognò anche Teo che gli sussurrava: qui i pesci non li vedi mica, qui si vedono soltanto a galla… Quando si risvegliò riconobbe il vialetto di casa in lontananza. Adesso la luce era bassa e le ombre degli alberi scendevano sull’asfalto. Poi si voltò verso Teo e lo vide piangere con un fazzoletto premuto a forza sotto il naso. Guardò di nuovo verso casa e vide le luci accese. Distinse sua moglie dietro le tende color ambra che stava seduta al telefono. Pensò che gli avrebbe fatto una scenata. Poi per un attimo gli parve di vedere una sagoma nera dietro le tende. Solo per un attimo là dietro sua moglie, seduta con lei. |
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