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Nino 22/06/1983
di Davide Andreoli
Una lunga strada che si snodava nella campagna da nord a sud (o da sud a nord, dipende da dove la si guarda) con case addossate da entrambe le parti, una chiesetta, il forno, il negozio di alimentari dove si poteva trovare di tutto, dalla nutella alle calze a rete, il bar con il bocciodromo e, sul lato est, la “valle”, quella striscia di limbo tra il fiume Tartaro e i campi coltivati dove canneti, fossi e distese inestricabili di rovi nascondevano un’incredibile varietà di vita animale. Questa era la contrada, anonima frazione di un comune della bassa veronese, nei primi anni ‘80.
Inutile dire che adesso la valle si è ridotta al minimo, il bar e il forno sono chiusi, così come pure la chiesetta in cui da anni non si celebra più la messa domenicale; tiene ancora botta il negozietto di alimentari, ma sembra avere i giorni contati. La contrada di quegli anni, nei quali si dipanava il mio passaggio tra fanciullezza e adolescenza, era un piccolo mondo chiuso ma pulsante di vita, dove la pesca era ben più di un hobby: una vera e propria passione tramandata di generazione in generazione.
Non erano poi così lontani gli anni in cui il fossetto dietro casa costituiva una sorta di dispensa per integrare la magra dieta familiare. Nino era uno degli anziani della contrada, la persona che, oltre a mio padre, mi inculcò maggiormente la passione per la pesca. Ammiravo la sua conoscenza dell’acqua, i suoi piccoli grandi segreti nel costruire le lenze, nel trovare le esche, e quel sesto senso che a volte, nei pomeriggi estivi, lo faceva alzare dal tavolino del bar perché “fra un po’ in quel tal fosso cominciano a girare le tinche”. L’ammirazione che provavo per lui raggiunse il vertice la sera del 22 giugno 1983. Era una serata di inizio estate, piuttosto afosa. Il chiarore rosso all’orizzonte sembrava una ferita aperta tra le nuvole.
Nino sobbalzava lungo l’argine del canale, seduto sul suo vespone 150 cc a 3 marce che in vent’anni di onorata carriera non lo aveva mai lasciato a piedi. Osservava attentamente il livello dell’acqua, il suo colore, cercando di intuire se l’aria che muoveva i folti ciuffi di erba della riva sarebbe rimasta una leggerissima brezza o si sarebbe trasformata in un fastidioso vento. Tra le gambe teneva fermo un grosso secchio da vernice all’interno del quale sobbalzavano un barattole da caffè con il tappo bucato, pieno di grossi lombrichi, il cestello metallico per il pesce e le tre pesanti canne in fibra di vetro che uscivano dal secchio e si poggiavano al suo petto.
Di solito non andava a pesca da solo di notte, faceva gruppo con qualche altro pensionato della contrada, e andava sempre a finire che dopo la pesca tiravano fino a mattina in compagnia di affettati casalinghi e pan biscotto, oppure con una bella spaghettata al burro e parmigiano, il tutto naturalmente annaffiato con del rosso robusto e genuino.
Ma quella sera il leggendario Verona di Bagnoli si giocava la finale di ritorno di Coppa Italia contro la Juventus e i soliti compagni di avventure erano seduti al bar della contrada dove, per l’occasione, un grosso televisore era stato sistemato su uno dei tavolini all’aperto e la piazzola si era trasformata in un tribuna da stadio. Nino non era molto interessato al calcio, o almeno non lo era più dai tempi del grande Torino ma, soprattutto la serata sembrava perfetta per fare bottino. Il sole infatti stava “scendendo male”, velato da nubi che, seppur appiccicate all’orizzonte più lontano, avevano tutta l’aria di essere un’imminente minaccia. Il tempo in movimento e la concomitante luna nuova significavano soltanto una cosa: anguille e pescigatto in caccia famelica!
Nino sistemò la vespa sul cavalletto, nei pressi di una chiavica, e si spalmò abbondantemente di olio antizanzara prima di disfare le lenze, appendere i campanelli sui cimini e lanciare nel vivo nella corrente quelle montature a “lingua di serpente” (finale a due ami) appesantite da un’oliva di 40 grammi. Il primo pescegatto finì nel cestello quando ormai l’orizzonte non era altro che una luce sfumata quasi indecifrabile. La notte si impadroniva del mondo con i suoi rumori discreti, ai quali si aggiungevano i trilli dei campanelli che avvisavano delle abboccate.
Nino era seduto sul secchio rovesciato e pensava a quanto fosse diventato piccolo il mondo: con il telefono e la televisione si poteva arrivare in tempo reale in ogni angolo della terra! Ma seduto sulla riva di quell’anonimo canale padano, Nino si sentiva infinitamente piccolo. In quei momenti si ritrovava a sognare ad occhi aperti e il filo dei suoi pensieri seguiva logiche strane. Qualche giorno prima, ad esempio, aveva letto dal barbiere un articolo sulle anguille che, prima di arrivare sulle coste italiane, compivano un viaggio di migliaia di chilometri che poteva durare anche diversi anni. E tutto per cosa? Per venire a morire attaccate alla sua lenza? Ma che senso c’era in tutto questo? Ecco, Nino era fatto così, era, come tutti i veri pescatori, un po’ filosofo e un po’ sognatore. Ecco perché non gli dispiaceva affatto essere lì da solo.
La notte lo faceva stare bene e se non fosse stato per quelle luci, distanti ma presenti, a testimoniare del progresso, della civiltà, di quell’arma a doppio taglio che proprio la sua generazione aveva ribattezzato “benessere”, gli sarebbe davvero sembrato di essere tornato giovane, quando il buio della notte era proprio nero, quando di anguille ce n’erano così tante che, dopo i temporali, si poteva trovarle nei prati di erba fradicia, facili prede di ragazzini trionfanti che tornavano a casa con “la cena” ben stretta tra le mani. Si, indubbiamente amava la notte. Quel silenzio donava benessere, nutriva lo spirito, lasciava fuori la realtà. Nino si sentiva vagamente libero. E se la parola non fosse stata troppo grossa e impegnativa, Nino avrebbe potuto anche chiamare quella sensazione felicità.
Mentre la notte lo coccolava sempre più, una scampanellata più potente della altre lo avvisò che all’altro capo della lenza c’era qualcosa di grosso. E il bello della pesca notturna era proprio questo: non sapevi mai cosa aveva abboccato fino a quando non ce l’avevi sulla riva. Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di pescigatto o anguille, ma potevano mangiare anche le tinche, le carpe e, purtroppo, anche i carassi, sempre più diffusi e a volte talmente grossi che bisognava guardarli bene da vicino con la pila per riuscire a distinguerli dalle carpe.
La preda tirava e strattonava con foga la robusta canna in fibra di vetro. Doveva essere una grossa anguilla perché non voleva proprio staccarsi dal fondo. Di sicuro non era una carpa, perché ormai Nino conosceva il modo di difendersi di ogni pesce, e quello, grosso lo era senz’altro, ma di certo non era una carpa. Questo complicava le cose, perché con le carpe bisognava lavorare di frizione e pensare soprattutto a stancarle, mentre l’anguilla andava salpata al più presto per evitare che si trovasse qualche ostacolo sul fondo: le anguille erano maestre nel girare il filo attorno a qualche tronco o a qualche asperità, e sovente riuscivano ad avere la meglio facendo in modo che il nylon si spezzasse.
La canna sussultava e la manovella del vecchio Mitchell a tratti sembrava bloccata del tutto. Nino pensava che forse era il caso di mollare un po’ di filo. Ma poi ci ripensava e no, non c’era pericolo: il massiccio platil dello 0,40 era resistito a ben altro. Nel frattempo la preda si era staccata dal fondo e Nino, pian piano, riusciva a guadagnare qualche giro di manovella. La riva però, in quel punto era piuttosto alta e la mancanza del guadino (mai lasciarlo a casa!!!) rendeva difficoltoso il recupero del pesce. Così, senza mai perdere la calma, con molta maestria e concentrazione, Nino iniziò a muoversi seguendo la corrente, e il grosso pesce lo assecondava.
Dieci, venti metri e poi un piccolo fossato di scolo tagliava la campagna per buttarsi proprio nel canale, la riva digradava dolcemente e adesso bastava accosciarsi per toccare l’acqua. Nino iniziò a recuperare con più vigore e oramai il pesce mostrava di essere vinto: la sagoma scura di quella preda misteriosa cominciava a disegnarsi nel canale sbattendo l’acqua con la coda. Non era certamente un’anguilla, la sagoma era troppo compatta. Ormai era quasi fatta e a Nino non restava altro che infilare la mano sotto una branchia e trarre il pesce sulla riva. Il vecchio pescatore, con il cuore che batteva a mille, sudato e nello stesso tempo tremante dall’emozione, eseguì l’operazione con un certo timore, non tanto per la paura che il pesce potesse avere un ultimo singulto di energia, tale da riprendere la via del canale, quanto perché non aveva ancora idea di cosa fosse quella roba scura immobile sull’erba fradicia.
La notte era buia, senza luna, e solo la luce della pila tascabile ne rompeva i contorni, testimoniando l’espressione di sorpresa di Nino, letteralmente paralizzato nello scrutare quel pesce che sbatteva le branchie ritmicamente. Non erano sorprendenti le misure del pesce, figurarsi, il buon Nino aveva salpato carpe e lucci di dieci chili ed oltre, a sorprendere era il fatto che non si trattava certo di un’anguilla. “E nemmeno di una carpa” pensò compiacendosi di non aver sbagliato la valutazione.
Erano le undici e un quarto quando Nino entrava nel piccolo piazzale del bar della contrada a bordo del suo vespone. Il Verona aveva perso ai supplementari e la densità di bestemmie e imprecazioni che si respirava nell’aria avrebbe intimorito anche un esorcista; tra l’altro, quella che un paio d’ora prima era stata semplicemente una piacevole brezza, si stava trasformando in un vento sempre più forte ed insistente, anticamera di un probabile temporale estivo.
Nino non disse niente, girò il secchio e in pochi secondi tutti gli furono intorno. Il figlio del barista arrivò con una Polaroid e la fenomenale cattura di Nino venne immortalata. E misurata: la “bestia” era lunga 77 cm e pesava quasi 4 chili.
All’epoca non avevo ancora 13 anni ed erano molte le cose che potevano ancora sorprendermi, ma attorno a me, davanti al bar della contrada, c’era gente che aveva passato abbondantemente i settanta e che in vita aveva visto praticamente tutto. Gente che aveva fatto due guerre mondiali e che era tornata a piedi dalla Russia.
Ma nessuno aveva mai visto un pescegatto simile!
La foto della sua cattura, con tanto di scritta autografa “Nino 22-06-1983”, è rimasta attaccata sopra il frigo dei gelati del bar della contrada per anni, fino a quando era ormai diventato ridicolo esporre come trofeo un siluro di neanche 4 chili. Già, perché quel pescegatto enorme altro non era che un silurotto, il primo visto alla contrada, in tempi in cui erano davvero pochi quelli che conoscevano l’esistenza di questa specie, e di quei pochi nessuno abitava nei dintorni visto che ci vollero almeno un paio d’anni per svelare del tutto l’arcano. Nei giorni seguenti la cattura, al bar della contrada si fecero strada due correnti di pensiero sulla natura del baffone. Nella prima, si asseriva che quel pescegatto era di misura ”fuoriserie” in quanto portatore di qualche handicap, com’era del resto evidente dai “connotati” chiaramente differenti rispetto ai normali fratellini che popolavano i fossi della bassa. La seconda invece, partendo sempre dall’analisi “estetica”, descriveva la preda di Nino come una chiara ibridazione tra pescegatto e anguilla.
Storie che fanno sorridere ma che nello stesso tempo mi riempiono di malinconia.
Il cuore di Nino si fermò qualche anno dopo. Si fermò proprio lungo un fiume, un pomeriggio di novembre. La moglie non lo vide rientrare e prima ancora che si mettessero in moto le forze dell’ordine, tutti i maschi adulti della contrada passavano palmo a palmo gli argini del canale e del fiume Tartaro, armati di faretti e pile tascabili. Ma non era facile trovare Nino: era andato a lucci con il vivo (perché cucchiaini e compagnia cantante erano roba troppo moderna per lui) e chissà in quale canneto si era infilato. Infatti lo trovarono solo il giorno dopo, alla luce del sole. Dissero che nel retino c’era un luccio di un paio di chili e il buon Nino, riverso a terra su di un fianco, aveva un’espressione serena e, se la parola non fosse stata troppo grossa e impegnativa, e magari fuori luogo, avrebbero detto che era un’espressione di felicità. |
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