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In principio era solo istinto, un modo per soddisfare la fame; poi venne il progresso grazie al quale la necessità alimentare sparì e la pesca divenne sempre più attività ricreativa, passatempo, passione. A ben guardare non c’è da stupirsi perché alla pesca con la lenza accadde in fondo qualcosa di simile a quanto era già accaduto in passato a molte altre attività umane. Sappiamo ad esempio che l’istinto di affermazione che porta l’uno a misurarsi con l’altro, il gruppo a misurarsi col gruppo, col tempo è stato è stato privato della sua parte più cruenta e primordiale ed indirizzato verso varie attività ludiche e sportive. Questo processo fortunatamente si è concluso da parecchio per cui nessuna persona civile sopporterebbe più la vista per esempio di due esseri umani che si fanno pezzi a colpi di spada. L’uomo ha saputo cogliere l’essenza della sua pulsione, limitarsi, disciplinarsi, crescere. Allo stesso modo, dal momento che la vera essenza della pesca sta chiaramente nel catturare il pesce e non nel ucciderlo, ove il processo di sublimazione istintuale si è ormai compiuto pienamente, diremmo anzi che la vera essenza della pesca sta nel catturare il pesce per poi restituirlo all’acqua con la massima cura possibile. In questo il sistema canna-lenza-amo e le relative attrezzature, in tutti i tipi di pesca C&R (pesca a mosca e carp fishing in particolare ma non solo) è evidentemente finalizzato a limitare il più possibile il danno al pesce. Coloro i quali sostengono che la pratica del catch & release sia innaturale o addirittura sadica e crudele poiché infliggerebbe dolore ai pesci senza un valido motivo, dimenticano che il primato dell’uomo sulle altre creature si fonda proprio sulla sua capacità di superamento, o meglio di sublimazione, degli istinti. In questo senso, là dove l’istinto viene trasformato in sublimazione liberatoria ed esperienza estetica, allora anche la pesca C&R ovvero no kill non è più atto di predazione vero e proprio ma soltanto il modo meno distruttivo per avvicinarsi grazie a canna e lenza alla verità della natura e all’ordine più profondo delle cose. Non bisogna dimenticare poi che catturare e rilasciare il pesce rende ecosostenibile la continuazione dell’attività alieutica in ambienti già compromessi e/o sottoposti ad una forte pressione di pesca. Una seria tutela delle acque infatti non può prescindere da una logica di sviluppo sostenibile, cioè uno sviluppo che consenta di soddisfare le esigenze delle attuali generazioni senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le proprie. Ma non solo, è fuori dubbio che la pesca, privata della sua parte più cruenta, cioè l’uccisione del pesce, avvicini molte più persone a questa attività ricreativa e porti l’opinione pubblica ad accettarla molto più serenamente (a questo proposito basti guardare cosa accade in Inghilterra, ad esempio). Occorre però riflettere bene su una questione fondamentale: posto che il pescatore medio di solito spende molto di più per prendere il pesce pescando di quanto gli costerebbe al supermercato o in pescheria e che nessun pescatore sportivo si trova in condizioni di dover pescare per potersi nutrire, perché lo fa? La risposta evidentemente non può essere perché gli piace ad esempio il pesce di lago, altrimenti coi i soldi della licenza, dell’attrezzatura, delle esche e quant’altro meglio farebbe ad andarsene ogni tanto in trattoria o al mercato e così si risparmierebbe tra l’altro levatacce, raffreddori e reumatismi vari. In generale la risposta potrebbe essere che lo fa anzitutto perché gli piace pescare e poi, visto che gli piace anche il dato pesce o conosce qualcuno che lo mangia volentieri, lo porta a casa, unendo l’utile al dilettevole. Nel particolare sopravvivono ancora pescatori “all’antica” che si dedicano per lo più a pesche tradizionali, stagionali e regionali quali quella dell’alborella e della minutaglia, quella dell’anguilla e del pesce gatto, quella del coregone o degli agoni ad esempio od ancora quella con la bilancia o bilancella mirata alla cattura della tinca e del pesce persico. I veri problemi nascono quando passiamo ad esaminare tipi di pesca nettamente distinti dalla pesca sportiva con la lenza e che, proprio in nome di questa diversità, si richiamano a leggi e a principi diversi. Tralasciando anche il bracconaggio, benché anche qui ci sarebbe molto da scrivere, rimane un ultimo piccolo gruppo di sportivi che in Italia fanno storia a sé e che in modo del tutto legale, in quanto lo loro attività è riconosciuta e regolamentata dalla FIPSAS e dagli Enti Provinciali interessati, esercitano la pesca in apnea con fucile ed arpione in particolare nelle acque libere di alcuni laghi del nord Italia. Perché dunque in Italia questa attività invece non solo è tollerata ma addirittura, come si diceva, riconosciuta dalla Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacque?
Non dubito affatto che la maggioranza delle persone rispetti la legge. Sicuramente però passando alla totalità dei pescatori subacquei, come in tutte le famiglie del resto, ci saranno buoni e cattivi. Ci sarà cioè una maggioranza di pescatori che si auto-limiteranno nelle catture e non tireranno a pesci fuori allineamento per non ferirli o finire per ucciderli inutilmente ed altri pescatori che invece si comporteranno assai meno nobilmente. Chi scrive è stato tra le centinaia di pescatori che a fronte di alcune immagini ed articoli apparsi on line sul sito di una rivista del settore si è indignato e ha denunciato quelle che agli occhi di chiunque non possono che essere definite vere e proprie mattanze. In particolare, come diretto interessato, espressi fortissime critiche riguardo alla gara svoltasi qualche tempo fa nel lago d’Iseo, in quanto le prede principali erano state tinche fattrici di buone dimensioni assai prossime o probabilmente già nel bel mezzo della frega. Allora le persone coinvolte si difesero dicendo che la gara si era svolta nel tratto di lago adibito alla pesca subacquea specificatamente individuato dal Piano Provinciale ecc.. ecc.. Aggiunsero poi che comunque il periodo di divieto per la tinca va dal 1 al 30 giugno e che infine la quantità di pescato era poco significativa. Allora come ora, sono convinto che ridurre tutto a una questione di luoghi, di prelievo ittico, a raffronti con la pesca professionale e la pesca specializzata, non aiuta assolutamente a dissipare i dubbi. E ritengo che anche gli organizzatori di queste gare se ne rendono ben conto tant’è che, a quanto mi risulta, da allora hanno evidentemente deciso di mantenere un bassissimo profilo, cioè di farsi notare il meno possibile cessando completamente di pubblicare sotto qualsiasi forma fotografie od articoli riguardanti le gare in acque interne. Si potrà giustamente obiettare che le gare, proprio grazie alle proteste, siano ora soggette a limitazioni auto-imposte dagli organizzatori ma la sostanza non cambia. Se vogliamo ostinarci a chiamarla pesca allora è una pesca profondamente sbagliata e, così com’è, per giustizia e coerenza andrebbe proibita immediatamente. Altrimenti facciano come è già stato fatto in tutti i paesi civili, vengano assolutamente abolite le gare che prevedono l’uccisione del pescato e sia tollerata la caccia ai pesci d’acqua dolce ma solo se rigorosamente controllata e regolamentata e mirata esclusivamente a specie alloctone infestanti. Stefano Zucchetti Pescatore a lenza |
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