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Una pesca sbagliata

In principio era solo istinto, un modo per soddisfare la fame; poi venne il progresso grazie al quale la necessità alimentare sparì e la pesca divenne sempre più attività ricreativa, passatempo, passione.
In Italia alcuni pescatori d’acqua dolce, seguendo l’esempio dei pescatori anglosassoni, diffusero la pratica del catch & release (lett. “cattura e rilascia”), oggi meglio noto con l’anglicismo <no kill>. Così facendo si comportarono come coloro i quali, già dagli albori della pesca con canna e lenza, tale scelta avevano fatto non per emulazione né per necessità né per obbligo di legge ma molto semplicemente come compimento naturale di un cammino di crescita e di arricchimento interiore. Questi true anglers, questi veri pescatori sportivi, compresero per primi quanto fosse assai più gratificante concludere una battuta di pesca con un arrivederci all’avversario piuttosto che un addio e ne fecero regola comportamentale.

A ben guardare non c’è da stupirsi perché alla pesca con la lenza accadde in fondo qualcosa di simile a quanto era già accaduto in passato a molte altre attività umane. Sappiamo ad esempio che l’istinto di affermazione che porta l’uno a misurarsi con l’altro, il gruppo a misurarsi col gruppo, col tempo è stato è stato privato della sua parte più cruenta e primordiale ed indirizzato verso varie attività ludiche e sportive. Questo processo fortunatamente si è concluso da parecchio per cui nessuna persona civile sopporterebbe più la vista per esempio di due esseri umani che si fanno pezzi a colpi di spada. L’uomo ha saputo cogliere l’essenza della sua pulsione, limitarsi, disciplinarsi, crescere.

Allo stesso modo, dal momento che la vera essenza della pesca sta chiaramente nel catturare il pesce e non nel ucciderlo, ove il processo di sublimazione istintuale si è ormai compiuto pienamente, diremmo anzi che la vera essenza della pesca sta nel catturare il pesce per poi restituirlo all’acqua con la massima cura possibile. In questo il sistema canna-lenza-amo e le relative attrezzature, in tutti i tipi di pesca C&R (pesca a mosca e carp fishing in particolare ma non solo) è evidentemente finalizzato a limitare il più possibile il danno al pesce.

Coloro i quali sostengono che la pratica del catch & release sia innaturale o addirittura sadica e crudele poiché infliggerebbe dolore ai pesci senza un valido motivo, dimenticano che il primato dell’uomo sulle altre creature si fonda proprio sulla sua capacità di superamento, o meglio di sublimazione, degli istinti. In questo senso, là dove l’istinto viene trasformato in sublimazione liberatoria ed esperienza estetica, allora anche la pesca C&R ovvero no kill non è più atto di predazione vero e proprio ma soltanto il modo meno distruttivo per avvicinarsi grazie a canna e lenza alla verità della natura e all’ordine più profondo delle cose.
Il pescatore che ha compreso o seppure solo intuito almeno parte di quanto sopra non può che nutrire una profonda gratitudine nei confronti del pesce che è riuscito a catturare.
L’abilità, l’integrità, lo spirito di un vero pescatore non possono che obbligarlo a rispettare sempre e comunque la sua preda.

Non bisogna dimenticare poi che catturare e rilasciare il pesce rende ecosostenibile la continuazione dell’attività alieutica in ambienti già compromessi e/o sottoposti ad una forte pressione di pesca. Una seria tutela delle acque infatti non può prescindere da una logica di sviluppo sostenibile, cioè uno sviluppo che consenta di soddisfare le esigenze delle attuali generazioni senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le proprie.

Ma non solo, è fuori dubbio che la pesca, privata della sua parte più cruenta, cioè l’uccisione del pesce, avvicini molte più persone a questa attività ricreativa e porti l’opinione pubblica ad accettarla molto più serenamente (a questo proposito basti guardare cosa accade in Inghilterra, ad esempio).
Oggi in Italia, così come in altri paesi occidentali del resto, permane un buon numero di pescatori per diletto che occasionalmente, o molto più di rado in modo continuativo, usa sopprimere il pesce per consumarlo o regalarlo e purtroppo a volte per venderlo o solo per mostrarlo in giro. Salvo gli ultimi due casi in cui il pesce viene ucciso per farne commercio illegale o per stupida vanità, il fatto di pescare del pesce d’acqua dolce per mangiarselo non è ancora, almeno in Italia, di per sé causa di proteste diffuse o di condanna sociale.

Occorre però riflettere bene su una questione fondamentale: posto che il pescatore medio di solito spende molto di più per prendere il pesce pescando di quanto gli costerebbe al supermercato o in pescheria e che nessun pescatore sportivo si trova in condizioni di dover pescare per potersi nutrire, perché lo fa? La risposta evidentemente non può essere perché gli piace ad esempio il pesce di lago, altrimenti coi i soldi della licenza, dell’attrezzatura, delle esche e quant’altro meglio farebbe ad andarsene ogni tanto in trattoria o al mercato e così si risparmierebbe tra l’altro levatacce, raffreddori e reumatismi vari. In generale la risposta potrebbe essere che lo fa anzitutto perché gli piace pescare e poi, visto che gli piace anche il dato pesce o conosce qualcuno che lo mangia volentieri, lo porta a casa, unendo l’utile al dilettevole.
Questo genere di pescatore, sia per i più che comprensibili dubbi riguardo alla commestibilità del pescato che per la difficoltà della pesca tanto oggettiva quanto legata alla carenza di pesce pregiato in acque libere, sempre più spesso si indirizza verso la pesca facilitata in laghetti o riserve a pagamento dove in acque pulite può catturare del pesce buono e controllato.

Nel particolare sopravvivono ancora pescatori “all’antica” che si dedicano per lo più a pesche tradizionali, stagionali e regionali quali quella dell’alborella e della minutaglia, quella dell’anguilla e del pesce gatto, quella del coregone o degli agoni ad esempio od ancora quella con la bilancia o bilancella mirata alla cattura della tinca e del pesce persico.
Probabilmente, a giudicare dalla forte mancanza di ricambio generazionale a cui da anni assistiamo, a meno di un’assai improbabile inversione tendenziale, essi sono destinati a sparire o restringersi a pochissimi appassionati. Sia come sia, se esercitate nel pieno rispetto delle normative ed accompagnate da giuste restrizioni ed effettivi controlli, anche le varie forme di pesca tradizionale sono largamente accettate in quanto ancora parte integrante della cultura locale e dell’immaginario collettivo.

I veri problemi nascono quando passiamo ad esaminare tipi di pesca nettamente distinti dalla pesca sportiva con la lenza e che, proprio in nome di questa diversità, si richiamano a leggi e a principi diversi.
Escludiamo subito la pesca professionale, non tanto perché non attinente all’argomento, ma perché trattasi di vera e propria attività commerciale. Se mai si potrà discutere se, dove, come e quando può essere ancora considerata ammissibile e, se sì, entro quali limiti di ecosostenibilità continuativa. Occorrerà quindi che le persone chiamate ad amministrare le nostre povere acque facciano o continuino a fare molta attenzione all’impatto che alcuni tipi di pesca professionale possono avere su ecosistemi già pesantemente compromessi dall’inquinamento e dalle semine scriteriate di pesce alloctono ed infestante, valutando bene le varie situazioni e monitorandone l’evolversi grazie all’aiuto di validi esperti. Occorrerà anche che l’amministrazione abbia il coraggio di emanare conseguentemente norme anche molto severe e restrittive, se necessario, e soprattutto occorrerà investire e vigilare perché tali norme insieme a quelle già in essere vengano finalmente fatte rispettare.

Tralasciando anche il bracconaggio, benché anche qui ci sarebbe molto da scrivere, rimane un ultimo piccolo gruppo di sportivi che in Italia fanno storia a sé e che in modo del tutto legale, in quanto lo loro attività è riconosciuta e regolamentata dalla FIPSAS e dagli Enti Provinciali interessati, esercitano la pesca in apnea con fucile ed arpione in particolare nelle acque libere di alcuni laghi del nord Italia.
Tale attività conosciuta altrove come caccia al pesce (fresh water fish hunting) non è certo molto diffusa ma è comunque talvolta tollerata anche in altri paesi occidentali, in primo luogo negli Stati Uniti d’America (limitatamente ad alcuni stati), ma solo se strettamente mirata a specie alloctone infestanti.
Proprio perché il fish hunting è considerato caccia, in quanto tale non ha assolutamente niente a che spartire con la pesca a lenza (angling) ed ovviamente nessun ente governativo o angling association permetterebbe mai che qualcuno si immerga con muta e fucile in un fishery o reservoir e che si metta a tirare per giunta a del pesce autoctono o a prede sportive pregiate quali trote, salmoni, lucci, black bass ecc..

Perché dunque in Italia questa attività invece non solo è tollerata ma addirittura, come si diceva, riconosciuta dalla Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacque?
La risposta che molti hanno dato è che la dirigenza FIPSAS purtroppo dimostra ancora una volta un grosso ritardo culturale e scarsa attenzione perché, se così non fosse, non lascerebbe certo che una piccolissima percentuale di tesserati facenti capo alle attività subacque, peschino o meglio caccino in acque interne con metodi e modi assolutamente proibiti per le restanti centinaia di migliaia di pescatori in possesso della stessa licenza tipo B. Oppure, come un tesserato ebbe a rimarcare sul forum FIPSAS in occasione di un aspro dibattito sul tema, si dovrebbe concludere che fiocinare un pesce da riva, stile indio amazzonico, è del tutto inaccettabile e giustamente proibito mentre farlo con un fucile stando immersi nell’acqua è sportivo? E’ palese che la legge qui non solo non è uguale per tutti, ma funziona, per così dire, al contrario in quanto permette ad un’esigua minoranza di fare ciò che è stato da moltissimo tempo proibito alla maggioranza dei pescatori dilettanti e non, con un divieto tra l’altro larghissimamente condiviso.


Superiamo però il lato legislativo che non ci porta oltre e tentiamo di approfondire brevemente il tema da altri punti di vista: A detta dei praticanti della pesca subacquea nei laghi del nord d’Italia, essa rappresenta un metodo sano e genuino di pesca, in quanto senza falsi buonismi ed ipocrisie ambientaliste, consente di scegliere ed uccidere solo la preda che si intende mangiare.
Indubbiamente la pesca in apnea o caccia subacquea che dir si voglia è una tecnica di cattura tanto selettiva quanto intrinsecamente letale. Il punto fondamentale dunque è stabilire se questa selezione in effetti venga sempre fatta e, se sì, in base a quali criteri.

Non dubito affatto che la maggioranza delle persone rispetti la legge. Sicuramente però passando alla totalità dei pescatori subacquei, come in tutte le famiglie del resto, ci saranno buoni e cattivi. Ci sarà cioè una maggioranza di pescatori che si auto-limiteranno nelle catture e non tireranno a pesci fuori allineamento per non ferirli o finire per ucciderli inutilmente ed altri pescatori che invece si comporteranno assai meno nobilmente.
In ogni caso, contrariamente a quanto accade per i pescatori sportivi che operano da riva o dalla barca, è un fatto oggettivo che nessuno sia in grado di controllare nulla se non, al limite, il pescato alla fine della battuta di pesca.. Quindi si è obbligati, come si suol dire, ad andare sulla fiducia.
Se fiducia dev’essere però occorrerebbe quantomeno guadagnarsela sul campo, in occasione ad esempio delle varie manifestazioni agonistiche, dando ottima prova di se stessi e dei propri principi. E’ evidente che chi è chiamato a vigilare sul rispetto di questa condotta etico sportiva senza la quale la pesca in apnea sarebbe chiaramente inaccettabile, non può limitarsi alle dichiarazioni d’intento.

Chi scrive è stato tra le centinaia di pescatori che a fronte di alcune immagini ed articoli apparsi on line sul sito di una rivista del settore si è indignato e ha denunciato quelle che agli occhi di chiunque non possono che essere definite vere e proprie mattanze. In particolare, come diretto interessato, espressi fortissime critiche riguardo alla gara svoltasi qualche tempo fa nel lago d’Iseo, in quanto le prede principali erano state tinche fattrici di buone dimensioni assai prossime o probabilmente già nel bel mezzo della frega. Allora le persone coinvolte si difesero dicendo che la gara si era svolta nel tratto di lago adibito alla pesca subacquea specificatamente individuato dal Piano Provinciale ecc.. ecc.. Aggiunsero poi che comunque il periodo di divieto per la tinca va dal 1 al 30 giugno e che infine la quantità di pescato era poco significativa. Allora come ora, sono convinto che ridurre tutto a una questione di luoghi, di prelievo ittico, a raffronti con la pesca professionale e la pesca specializzata, non aiuta assolutamente a dissipare i dubbi. E ritengo che anche gli organizzatori di queste gare se ne rendono ben conto tant’è che, a quanto mi risulta, da allora hanno evidentemente deciso di mantenere un bassissimo profilo, cioè di farsi notare il meno possibile cessando completamente di pubblicare sotto qualsiasi forma fotografie od articoli riguardanti le gare in acque interne.

Si potrà giustamente obiettare che le gare, proprio grazie alle proteste, siano ora soggette a limitazioni auto-imposte dagli organizzatori ma la sostanza non cambia.
Finché sarà permesso di sopprimere decine e decine di pesci esemplare e riproduttori di grossa pezzatura, durante tutto il corso dell’attività di pescasub e non solo ovviamente in occasione delle poche gare non si può si sfuggire alla seguente domanda: la pesca in apnea può essere considerata pesca oppure è caccia a tutti gli effetti? E se di caccia si tratta, la caccia ad un grosso pesce autoctono è accettabile?
Se chiedessimo ad uno qualunque di quei true angler, dei quali abbiamo parlato all’inizio, certamente ci risponderebbe seccato che è una domanda idiota perché la pesca a lenza non centra niente coi fucili e che è assolutamente inaccettabile permettere che anche un solo pesce venga infilzato come un tordo. Non c’è niente di buono, di sportivo, di nobile nel sorprendere un luccio o una tinca nascosta tra le alghe o che addirittura ci si avvicina incuriosita e tirarle una fiocinata. E’ un atto meschino e vigliacco, giustificabile solo dalla fame. Questo ci risponderebbe e la maggioranza delle persone dotate di buon senso penserebbero subito che ha ragione.

Se vogliamo ostinarci a chiamarla pesca allora è una pesca profondamente sbagliata e, così com’è, per giustizia e coerenza andrebbe proibita immediatamente. Altrimenti facciano come è già stato fatto in tutti i paesi civili, vengano assolutamente abolite le gare che prevedono l’uccisione del pescato e sia tollerata la caccia ai pesci d’acqua dolce ma solo se rigorosamente controllata e regolamentata e mirata esclusivamente a specie alloctone infestanti.

Stefano Zucchetti

Pescatore a lenza

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