
La nostra apertura della trota
di Edoardo Casoni
Dopo cinque lunghissimi mesi, ecco arrivare l’ultima settimana di febbraio, l’attesa è spasmodica, ecco l’apertura della trota.
Con l’amico Roberto ci sentiamo più volte al giorno per organizzare nei dettagli le giornate di sabato, domenica e lunedì.
Dalle nostre voci concitate, trapela tutto l’entusiasmo e la voglia di andare sul fiume che solo un pescatore può capire; per tre giorni, estraniandoci da tutto e da tutti, la pesca diventerà la cosa più importante della vita.
Mettiamo a punto l’attrezzatura con gli ultimi acquisti delle camole e di qualche utile accessorio. Finita la settimana che sembrava interminabile, sabato finalmente partiamo con la macchina stracarica verso l’alto Aniene; il fiume a cavallo tra le province di Frosinone e Roma che abbiamo scelto per iniziare la stagione.
Prima che faccia buio ci dirigiamo verso il torrente per osservare i mutamenti dell’alveo e la portata d’acqua in alcune buche di nostra conoscenza.
Dopo il sopralluogo decidiamo in linea di massima quale sarà il posto dove passare le prime due ore di pesca dopo l’alba che spesso si rivelano determinanti per le catture più significative. Giunti a casa dopo una cena in pizzeria, prepariamo le ultime corone, il vestiario, lo zaino con i viveri e le canne.
Si va a dormire. La sveglia suona alle 4 ma noi siamo già con gli occhi aperti da tempo, nonostante le poche ore di riposo.
E’ l’alba, ma non è un giorno qualunque per un pescatore di trote, è quello più atteso dell’anno: è l’apertura.
Usciamo di casa, il parabrezza della macchina è ghiacciato e ci aspettano oltre 30 km ed il varco degli altipiani di Arcinazzo. La strada è deserta, man mano che saliamo aumenta anche la coltre di neve ai lati della carreggiata che arriva a circa 1,5 mt. Il rumore delle ruote che rompono il ghiaccio sull’asfalto ci incute un po’ di timore, mentre una volpe ci taglia la strada correndo. Il termometro esterno segnala meno 6° e l’unico mezzo che incontriamo è uno spazzaneve che ripulisce le strade degli altipiani.
Giunti a valle la temperatura è salita di circa due gradi ma fa sempre un freddo cane.
Arrivati sul posto e osservando alcuni falò con le tende montate sulle rive del fiume, ci rendiamo conto che qualcuno è stato più temerario (e fuorilegge) di noi affrontando la rigida notte, ma di certo non lo invidiamo. Ormai è quasi ora tant’è che dietro la mia macchina sulla strada sterrata, si forma una colonna di fuoristrada in una sorta di rally che turba la quiete intorno a noi.
Giunti in località “Mola vecchia”, prendiamo posto e notiamo subito che rispetto agli altri anni c’è molta più gente. Le prime catture comunque non si fanno attendere, anche se le trote sono lunghe poco più di un palmo e benché di misura, le rilasciamo con la massima accortezza cercando di non arrecargli danni. In questo tratto di fiume sono state immesse meno trote rispetto a valle, la pesca risulta molto più tecnica, ma è possibile in mezzo a trote di vasca, catturare esemplari autoctoni.
Passano tre ore ed ormai il sole è alto, io resto nella mia postazione mentre Roberto al contrario decide di arrampicarsi ed andare più a monte per raggiungere un correntino che altre volte si era rivelato proficuo. Mezz’ora dopo si affaccia entusiasta dalle rocce mostrandomi orgoglioso la sua cattura: una grossa trota sui 40 cm,che alla fine risulterà la preda più bella dei due giorni d’apertura. Dopo la foto di rito, decido anche io di cambiar posto e risalire il torrente. Le catture di trote proseguono anche se il numero dei pescatori è veramente esagerato e rimane difficile muoversi, soprattutto pescando a cucchiaino.
Dopo aver pranzato ci spostiamo verso la periferia di Subiaco; il fiume qui si presenta come un grosso canale di fondo valle che dal punto di vista puramente estetico, non ha nulla a che vedere con il tratto più alto dov’eravamo noi. Ci sorprende il numero dei pescatori presenti in loco; sono centinaia, praticamente ogni metro, di tutte le età e scambiando quattro chiacchiere con alcuni di loro, ci stupiamo del fatto che verranno a pescare solo oggi per ripresentarsi il prossimo anno, dato che abitualmente frequentano solo i laghetti.
E’ incredibile che tra varie facce note e soci di circoli di pesca con tanto di giubbotti e relativi loghi, qualcuno conosciuto grazie a POL , incontriamo anche il nostro negoziante di Roma, che sfottiamo a dovere mentre una trota affamata mi attacca incredibilmente il segnalatore rosso della Stonfo con uno spettacolare agguato a fior d’acqua.
Facciamo un salto in paese per sostituire il cimino della teleregolabile rotto contro un albero; il negozio pur essendo una domenica di febbraio è aperto e questo da l’idea dell’importanza di questa giornata, non solo per noi. Si fa buio e con molta più calma prepariamo altre corone e davanti a due gigantesche bistecche ragioniamo decisamente meglio. Mentre arde il fuoco pianifichiamo il da farsi per il lunedì che verrà, augurandoci che essendo un giorno lavorativo, molti abbiano rinunciato alla pescata, appagati dal giorno precedente. Ci concediamo il lusso di svegliarci un’ora più tardi e vedere l’alba nel tragitto che ci porterà all’Aniene.
Era come pensavamo,il fiume è deserto e solo due macchine stazionano nelle piazzole ai lati del bosco. Apro il bagagliaio e con una smorfia accenno un sorriso, Roberto osserva e mi chiede il perchè. Per un attimo il mio pensiero corre lontano e va a mia moglie, che approfittando della mia assenza è andata dai suoi in Puglia, poi si scherza sul mio cappello rosso poco mimetico ma decisamente caldo.
M’incammino tra gli alberi ed osservo lo scenario circostante, il silenzio regna sovrano, non c’è fretta, non c’è stress; nelle viscere della montagna innevata, il tempo sembra essersi fermato nella gola dove scorre il fiume. E’ per questo che adoro pescare qui, per godermi questo spettacolo e assaporare i profumi del bosco ed i rumori dell’acqua che vortica contro le rocce.
A volte rifletto pensando che le persone ”normali” non capiscono, non apprezzano e da questo punto di vista come pescatore mi sento un privilegiato, quasi un eletto. Devo ringraziare per questo i miei genitori che sin da piccolo mi portarono tra le splendide montagne del Cadore. Finalmente posso dedicarmi allo spinning e monto subito la mia vecchia canna in grafite da 7’ con le scritte ormai cancellate, compagna di mille avventure, mentre il mio amico sfodera la teleregolabile, testando per l’occasione il nuovo cimino. Passano veloci le ore pescando e siamo già a metà mattina quando ci dirigiamo verso un’ ansa di nostra conoscenza.
Nella mia testa c’è solo un pensiero… quello che non ci sia gente, il mio più che un pensiero è “una preghiera”, perché so che arrivare per primi li è fondamentale; sono fortunato, è deserta.
Arrivo sulla sponda e già al primo lancio grazie agli occhiali a lenti polarizzate, scorgo una trota che uscendo dalla sua tana attirata dal rotante ramato, nuota fino al centro dell’ansa, poi si ferma… forse mi ha visto, nonostante fossi in ginocchio. Riprovo, poi decido di arretrare di qualche metro per sfruttare al meglio l’ansa e nel contempo rimanere celato dietro degli arbusti che si estendono nell’ acqua.
Lancio… dopo qualche secondo la canna si piega… sbammmm!
Stavolta la trota è allamata ed è molto combattiva. Mentre lavoro il pesce a canna alta, per evitare che vada tra le rapide o peggio ancora sotto ai rami sommersi, avanzo di un passo quando mi cede la ghiaia sotto i piedi e nell’istante in cui la trota ormai vinta giunge sulla riva, perdo l’equilibrio, bagnandomi in parte i pantaloni con l’acqua dentro gli stivali, ma poco importa; anche quest’anno ho avuto il mio “battesimo”. Osservo la preda che tra quelle prese non è tra le più grandi ma ha dei colori bellissimi; il ventre è giallo ocra ed è marezzata con macchie scure, è probabile che sia un’autoctona, il suo aspetto è regale ed esige rispetto; è lei la regina del torrente.
Dopo essermi cambiato riprendiamo la macchina spostandoci più a monte sul limite di Provincia, verso l’orrido, il nostro posto segreto, scoperto casualmente qualche anno fa da Roberto, talmente scosceso che siamo costretti a calarci con delle corde e sostituire i cosciali con le scarpe da trekking, in una sorta di pesca-alpinismo. In questo suggestivo canyon c’è una concentrazione di trote che fa paura e si pesca al tocco su una terrazza di roccia con il fiume che scorre tre metri sotto di noi. Essendo il corso d’acqua a regime torrentizio, la corrente in questa stagione è molto forte ed i vapori delle rapide ci arrivano addosso inumidendoci il viso, avendo in tal modo un contatto ancora più diretto con questa natura cosi aspra e selvaggia; optiamo per due montature col “pallettone” .
E’ talmente facile pescare che dopo mezz’ora scarsa abbiamo nel paniere due esemplari di fario sui 30 cm. identici tra loro, di colore grigio plumbeo con macchie rosse molto accentuate, frutto probabilmente delle recenti immissioni pro apertura. Decidiamo che sono sufficienti e ci arrampichiamo con calma per raggiungere nuovamente il sentiero.
La nostra filosofia ci porta ad avere il massimo rispetto per l’ambiente e per le prede, pur non praticando totalmente il C&R, visto che una tantum onoriamo a tavola qualche pesce che merita . Nel primo pomeriggio ritornati alla base, siamo distrutti dopo aver camminato e scalato per Km, ma paghi del lungo week end di pesca. Torniamo a Roma in compagnia di cinque trote, le più belle. Le emozioni di questi tre giorni rimarranno vive nella memoria, archivio dei nostri ricordi.
Continueremo a pescare le trote sull’Aniene e nei fiumi del Reatino fino all’estate, ma le albe che verranno non avranno mai il sapore di quella dell’apertura che si ripresenterà solo il prossimo anno.
|
|