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Predatori e leggerezza
Di Roberto Ripamonti

Dopo aver dedicato i primi incontri sulle tecniche di pesca a morto inizierei volentieri ad addentrarmi su concetti più avanzati di pesca poiché spero che chi segue questa serie di scritti, ha iniziato a prendere confidenza con le giuste tecniche di recupero. Credo ora sia arrivato il momento per andare più in profondità ed incrementare le nostre possibilità di cattura. Questo vuole semplicemente analizzare alcune possibili modifiche da apportare alla nostra attrezzatura cercando di dimensionarla meglio alle zone in cui andiamo a pescare.

Da questo discorso potremo poi prendere in considerazione il modo di affrontare fiumi e laghi cercando di perlustrarli al meglio sfruttando al massimo le possibilità che le attuali tecniche di pesca ai predatori ci offrono. Tutto nasce da una serie di esperienze maturate in questo ultimo anno e mezzo in cui, grazie alla mia vicinanza con alcuni pescatori straordinari, ho potuto verificare e approfondire taluni sistemi e rafforzare certe convinzioni.

Se qualcuno ricorda parlai spesso e volentieri della necessità di usare piombi di almeno 15 grammi, ma anche di 20 e 25 per poter essere certi di avere sempre l’esca poggiata sul fondo. Questo, secondo il sottoscritto, rimane il migliore dei modi per fare conoscenza con il mort maniè ed impratichirsi cominciando a sentire le prime mangiate. Ma, come avevo premesso in quegli articoli, non è la tecnica corretta. L’uso di piombi pesanti è una soluzione certamente valida soprattutto pescando in acque come il Tevere ed il Po laddove la corrente è più forte e le profondità, maggiori. In talune situazioni infatti, la differenza tra un piombo da 12 grammi ed uno di 20 stava nelle catture; nessuna con il primo e più leggero pallettone, decine con la soluzione più pesante.

Da qui la scelta di suggerire un approccio “pesante” che, come ho scritto in precedenza, può aver fatto inorridire qualche esperto ma che, ha dato qualche possibilità di cattura in più e soprattutto, di familiarizzare con un esca che striscia e poggia sul fondale. Il “contatto” con il fondo, come mi diceva alcuni anni fa, Roberto “Ropino” Cantaluppi è l’incubo dell’appassionato di Mort maniè al punto che ci si ritrova a pensare a questo aspetto tecnico anche quando si fa tutt’altra cosa che pescare.

Da una recente esperienza di pesca ho però seriamente ripreso a pensare che è giunto il momento di tornare all’antico e scoprire il morto manovrato e la sua filosofia senza tradire la lezione di Albert Drachkovich e di Olivier Portrat. Tutto è nato dal momento in cui ho cominciato a capire che la canna gioca un ruolo assolutamente importante solo se affiancata ad una treccia altrettanto valida. Questo si è verificato durante una serie di battute centrate sulla spigola verso le foci del Tevere in cui ho iniziato ad operare con trecce veramente sottili, morbide e distanti dalle “ricoperte” che si trovano generalmente sul mercato. Una condotta di pesca più votata ad innalzare il livello di sensibilità si era rivelata molto positiva tanto da avere un inaspettato aumento delle catture e delle classiche mangiate che fino ad allora erano assolutamente non percepibili

Treccia.
Ho sempre detto che è bene avere nel mulinello una treccia da 20 o 25 libbre a seconda delle situazioni che troviamo davanti a noi. Questo rimane assolutamente valido poichè in tante occasioni andiamo a pescare in ambienti ricchi di ostacoli e quindi dobbiamo essere in grado di poter forzare la preda. Oppure, fatto da non sottovalutare, per non perdere decine di preziose montature. Poiché tenderemmo ad usare ancorette elastiche del tipo VMC oppure Fox International, sarà sempre possibile aprirle quel tanto che basta a farle venire fuori dal legno in cui si sono piantate. Con ancorette rigide del tipo Owner (ottime per tanti altri scopi) o intrecciati leggeri (o peggio, il nailon) non avremo la possibilità di salvare il nostro rig così di frequente come accade con materiali più “mirati” anche per questi scopi.

Altro aspetto da considerare è quello che in molte acque da mort maniè è possibile incontrare qualche grosso siluro che ci costringe a combattimenti all’ultimo giro di manovella. Avere una buona 20 libbre in bobina ci permetterà di affrontare la preda con molta tranquillità , cosa altrimenti difficile. I problemi semmai iniziano in alcune situazioni abbastanza frequenti e che richiedono un approccio molto più delicato e basato sulla sensibilità soprattutto pescando predatori assai più sospettosi quali il perca (in alcune situazioni), il black, il cavedano e perché no, la spigola in foce. In alcune occasioni infatti il pesce appare assai statico e ben poco propenso all’attacco oppure, non accetta affatto una presentazione eccessivamente pesante.

A quel punto bisogna ricorrere a chevrotine più leggere che però mal si adattano se troviamo la corrente per cui, rischiamo di trovarci con l’esca staccata dal fondale oppure, senza la necessaria sensibilità per “sentire” i movimenti dell’esca e gli attacchi delle prede. Un esempio valido è quello tipico del lucioperca in aprile – maggio, quando tende a difendere la nidiata “attaccando” a musate, tutto ciò che capita a tiro. In queste occasioni, avere una montatura ed una attrezzatura leggera ci permetterà di “sentire” questi attacchi che, spesso possono venire scambiati per pietre del fondo contro cui il rig va ad urtare.

L’unica soluzione veramente utile è quella di scendere nettamente anche con il diametro delle treccia ricorrendo ad una attrezzatura più leggera. Ad esempio, ho cominciato ad usare una treccia Leitner da 15 libbre estremamente morbida ed arrivare ad alleggerire la montatura fino a ricorrere a pallettoni da 10 - 12grammi.
Pescando in una zona di corrente moderata ma una profondità di circa 5 –7 metri e cambiando completamente la tecnica di recupero, sono saltate fuori delle mangiate inaspettate e qualche cattura di cui avevo perso la speranza.

Ecco quindi una prima soluzione alternativa di una certa importanza; ricorrere ad un finale molto più leggero e morbido con cui partire. La scelta in questo settore non è effettivamente ampia poiché gran parte delle trecce disponibili sono costruite ricoprendo dyneema di modesta qualità con un rivestimento di altro materiale. Gli esempi in tal senso sono abbastanza numerosi e non è il caso che venga fatta una lista delle tenta mediocri trecce in circolazione, comprese quelle blasonate e di gran costo. Difficile allora trovare un materiale morbido, leggero e capace di restituire tutto ciò che accade sul fondale senza nulla togliere. La treccia gioca un ruolo importante nell’intero sistema e rappresenta uno degli investimenti più difficili per cui l’investimento deve essere intelligente e studiato; in sintesi, forse conviene spendere bene per non spendere più.

E quello che ci serve in altrettanta sintesi è una treccia morbida, resistente all’abrasione e da 20 (foce dei fiumi, persici e perca), fino a 30 libbre (perca, lucci e siluri) è ciò che ci serve; oltre questi valori tutto diventa più difficile.
Cambia il recupero? Io farei una prima distinzione tra acque ferme e correnti poichè la problematica del piombo è molto più sentita nei fiumi che non nei laghi a meno che non si peschi in una giornata molto ventosa in cui, anche le acque basse ci possono mettere in difficoltà.

Tecnicamente ,se con le Chevrotine da 15 –25 grammi sono queste, che garantiscono l’affondamento e la posizione sul fondale, con pallettoni più leggeri bisogna sfruttare la corrente e la posizione della canna e della treccia per arrivare allo stesso risultato.
Nella tecnica di recupero “basica”la canna viene mantenuta alta e si lavora principalmente di punta mantenendo una certa tensione della lenza. Questo ci permette di sentire le mangiate e il fondale. Allo stesso tempo però ci costringe ad un controllo dell’esca continuo ed una attrezzatura di grande sensibilità oppure,il ricorso a piombi che facilitino la permanenza dell’esca nell’area di maggiore efficacia.

Se i predatori sono pigri ed inattivi, la “pesantezza” dell’esca limita ulteriormente le possibilità di cattura poiché gli “attacchi” sono molto leggeri e richiedono un’esca adescante al massimo livello. In queste situazioni, solo un approccio leggero riapre i giochi ed è questo l’aspetto tecnico che dobbiamo acquisire.
Nel recupero tradizionale la lenza deve essere mantenuta in una certa tensione che favorisca la sensibilità nell’individuazione delle mangiate mentre andando ad alleggerire la piombatura questa tecnica richiede una straordinaria esperienza e sensibilità oltre che attrezzi di assoluto valore. Meglio allora sfruttare al massimo ciò che la corrente può darci e, credetemi, non è poco. In linea di massima dividerei i lanci che effettuiamo, in tre tipi:

Verso valle /a favore di corrente: in cui la sensibilità è molto minore poiché, in presenza di corrente, ogni minimo impulso dato all’esca, la fa sollevare facendoci perderne il controllo. In queste situazioni spesso avremo l’idea di essere in pesca ma, in realtà la montatura viaggia staccata e quindi, in modo poco adescante. La soluzione a questa situazione è quella di salire notevolmente con il peso arrivando ai 20 – 25 grammi di cui abbiamo sempre parlato fino ad oggi. La montatura starà più facilmente sul fondo e ricominceremo a “sentire” qualche cosa.

In passata. Questa è una situazione difficile poiché se manteniamo la canna in posizione tradizionalmente alta, non avremo il vantaggio di mantenere il rig sul fondo sfruttando lo schiacciamento della corrente. Dovremo in assoluto cercare di mantenere una pancia sulla lenza limitando al massimo i movimenti del cimino a pochi e secchi scatti (mai troppo ampi). La treccia, anche se non in tensione riesce a trasmettere tutto ciò che il fondale ha da dire incluse le mangiate. Il peso della chevrotine può scendere fino a 12 – 15 grammi a completo favore della naturalezza e dell’efficacia.

Verso monte/ contro corrente. Qui l’effetto della corrente è totale e la nostra lenza viene schiacciata siul fondo per molti metri. La canna può tornare ad essere mantenuta alta ed i movimenti potranno essere più ampi per far saltellare l’esca sul fondo. Sentiremo meglio il contorno del fondale, la presenza di sassi e le mangiate saranno definite. In questo caso potremo pescare con chevrotine da 10 –12 grammi scendendo ai 7 –10 grammi se siamo a spigole in foce con piccole esche siliconiche o naturali.

Come detto qualche riga fa, la treccia è in grado di trasferire ogni vibrazione e movimento anche se non in perfetta tensione ed infatti, alcune delle mangiate più leggere sono avvertibili semplicemente osservandola. Per questa ragione la visibilità deve essere innalzata cercando di usare materiali di colorazione come il giallo o il bianco che, anche nelle peggiori condizioni, ci danno una immediata idea di cosa sta accadendo. Affrontando la corrente in diagonale (ovviamente parlo dei fiumi) o controcorrente, potremo così scendere sensibilmente con il peso del piombo tanto che,sarà possibile, in talune condizioni di calma di vento e profondità ridotte (fino a tre, quattro metri), arrivare anche verso il limite degli 8 grammi che, per inciso, rappresenta almeno per chi sta scrivendo, il massimo della leggerezza con gli attrezzi di cui dispongo. In lago tutto ciò è più facile in assenza di vento anche se i concetti espressi con l’acqua in movimento, possono essere anche applicati quando è l’aria a far flettere la nostra treccia. Ed anche in questo caso l’obbligo è quello di avere la massima sensibilità poiché, in caso contrario, potremmo avere le mangiate che cerchiamo senza rendercene conto.

 
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