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Una grave leggerezza (1 di 3 parti)
di Massimo Zelli

Il gioco di parole è una caratteristica che mi contraddistingue e quindi abituatevi a vederlo spesso, però debbo essere sincero, li scelgo sempre in maniera il più possibile significativa in maniera tale che ripensandoci vi tornerà in mente qualche stralcio dei miei articoli magari proprio al momento giusto in cui ne avrete bisogno. La pesca è poesia , è riflessione, è momento d’introspezione, ma è anche sfida, patos ed epica ed è proprio nel contesto della sfida si collocano gli stratagemmi e le finezze che utilizziamo di volta in volta per fregare dei pesci che sembrano quasi avere una memoria ancestrale, una sorta di paura di cromosomica tramandata da una generazione all’altra nei confronti degli inganni subiti che li rende più scaltri.

Mi è capitato molte volte, dopo il fine gara, di osservare l’acqua dei canali nei pressi del sottoriva macchiarsi di fango sotto l’azione di carpe e carassi venuti a brucare avanzi di pastura, bigattini e mais finiti in acqua, quando in gara s’erano viste poche mangiate e ancora meno pesci.
Altre volte insidiando cavedani m’è capitato di osservare, sia come spettatore che come pescatore, che spesso i più grandi si portano fuori dalle linee pasturate restandone ai margini poiché il loro imprinting suggerisce una situazione pericolosa, magari a fine pesca dopo un oretta li vedi che si cibano sulla gronda del canale indisturbati sapendo che non c’è assolutamente nulla da temere.

E’ questa sorta di intelligenza dell’avversario, questo competere 1 a 1 che ci da qualcosa in più e dopo anni e anni, se riusciamo ancora a fermarci e pensare anche se non sapremo mai rispondere alla domanda “che cosa mi da la pesca?” sarà per merito di certe cose che avremo sempre un interesse vivo nella disciplina alieutica. Perché parlo di grave leggerezza? Il motivo è facile e risiede tutto in due parole: grave inteso come pesante e leggerezza inteso come leggerezza di movimenti, eleganza, naturalezza… pensate a Mohammed Alì non era affatto leggero eppure sembrava una farfalla sul ring. Far avere movimenti naturali e leggeri ad un esca appesa ad una lenza di 5-6 grammi per arrivare ad eccessi di 15-20 è forse uno degli stratagemmi della pesca in corrente a cui si arriva per ultimi in un percorso evolutivo di “passatista” ed è anche il segreto per la cattura in quegli ambienti che ospitano pesci di taglia sostenuta molto sospettosi in correnti tutt’altro che modeste. Sto parlando per l’appunto di fiumi come il Mincio a Peschiera, il Sile, lo scaricatore del Mincio a Pozzolo, il Tagliamento ma anche i meno noti Malgher e Livenza e parlo di pesca a bolognese, molto spesso messa in disparte specie in competizione.

Questo accantonamento credo che avvenga solo perché si è perso il bagaglio tecnico della pesca fatta con la felsinea “come dio comanda” ed oggi si relega sempre più spesso la bolognese ad occasioni di scontri ravvicinati con grossi alloctoni fatti di lenze secche terminali grossi e chili di pescato dimenticando che il cavedano, le grosse scardole il pigo ed il barbo sono gli obbiettivi principe di questa tecnica.
Fini spallinate o pochi grossi pallini?

Le lenze con geometrie particolari destinate ad impieghi che vogliono privilegiare uno od un altro aspetto della lenza, non sono oggetto di questa prima parte, la lenza più classica e poliedrica della passata credo di non sbagliare di molto se la indico come la “scalata” in distanze e misure. Questa è la lenza più nota al pescatore e forse la più utilizzata, può però avere diverse e molto differenti tipologie nonostante geometrie in linea di principio tutte somiglianti tra loro. Queste lenze sono quasi tutte sviluppate su un numero di pallini che varia tra 15 e 30 con pallini che aumentano di misura salendo nella lenza ogni uno o due oppure ogni 3 pallini a seconda del numero di questi, vengono chiuse con un bulk (serie di pallini ravvicinati), oppure lasciando aperti ad un cm o mezzo cm uno dall’altro i pallini che dovrebbero comporre il bulk per aver maggiore flessuosità della curva.

Una prima distinzione potrebbe essere fatta sul tipo di trattenuta, le lenze per pescare a scorrere sono diverse da quelle per trattenere, le prime sono in genere più leggere ma le differenze non si limitano a questo: la pesca a scorrere, effettuando trattenute minimali, si avvale di schemi ampi che nei casi di pesi elevati utilizzano dei bulk sulla parte alta della lenza posti a distanze mai inferiori al metro e venti con punte di 2 metri e mezzo in situazioni particolarmente difficili (il Mincio a peschiera richiede per l’appunto sugheri anche di 6 grammi disposti a scalare su 2 metri – 2 metri e mezzo), in questo caso trattenere diventa un semplice controllo della corsa del segnalatore ed i movimenti adescanti sono affidati alle fluttuazioni della lenza. La spaziatura della parte iniziale della lenza è compresa tra 25 e 15 cm con diminuzioni progressive di uno a due cm max. I terminali sono molto lunghi: da 40 a 60 cm e montano ami tra il 20 ed il 26 per il bigattino e tra 16 e 22 per mais e anellidi. La scelta dei pallini è una determinante che va ragionata in base a ciò che si vuole ottenere e non c’è una soluzione che a priori è meglio dell’altra.

Si potranno scegliere pochi pallini grandi e più spaziati o schemi egualmente lunghi ma con più pallini meno aperti. I risultati ottenibili sono diversi: nel primo caso (pallino di partenza tra 6 e 3) otterremo una lenza più statica che tiene bene il fondo senza dover poggiare nessun pallino a terra avvalendosi di una maggior idrodinamicità e stabilità, ci sarà così il vantaggio di non far sentire nessun tipo di peso al pesce che mangia e se avremo ben bilanciato il complesso esca/amo avremo una lenza micidiale che riesce a passare la mangiata in maniera molto rapida al segnalatore.

C’è però un contro, pochi pallini producono minor naturalezza della curva, ed in questo caso la maggior parte della fluttuazione sarà affidata al terminale.
Nel caso di una lenza con molti pallini più piccoli (pallino di partenza numero 11-8) e meno spaziati avremo un effetto a coda di topo, una lenza che produce ampie e naturali fluttuazioni molto adescanti coinvolgendo la curva nella sua interezza e non isolando il solo terminale. Il difetto di questa lenza è la lentezza con cui passa l’abboccata ed il fatto che in alcuni casi bisogna poggiare a terra qualche pallino per non passare sopra la testa dei pesci.

Queste lenze producono effetti diversi e bisogna capire di cosa c’è bisogno per utilizzare l’una o l’altra in modo proficuo e sensato… molto in questo caso lo fa il comportamento che hanno i pesci.
Le lenze per pescare trattenendo possono anche qui essere realizzate con più pallini o meno pallini ma il discorso in questo caso si inverte rispetto alla situazione precedente.
Dando un’occhiata generale a queste lenze si può dire che sono più corte rispetto a prima, il bulk si posiziona tra 60-70 cm e un metro e trenta massimo, la spaziatura iniziale è compresa tra 20 cm e 10 cm e la spaziatura dei pallini successivi progredisce diminuendo da un cm fino a 4 cm per ogni pallino.
I terminali sono compresi tra 30 e 60 cm con ami dal 18 al 24-26 .

Le lenze da trattenuta dovranno lavorare alla velocità della corrente del fondale per rendere la presentazione credibile e per fare questo la nostra azione di controllo non dovrà inclinare il galleggiante di molto dovrà solo rallentarne lo scarroccio dovuto al fatto che l’azione dell’acqua sul segnalatore lo spinge più veloce della lenza in basso che invece ha la giusta velocità. Le geometrie a pallini grandi (pallino iniziale da 6-3) e distanziati offrono grande rigidità e sono ottimali in quelle situazioni dove la passata è effettuata su acque profonde a distanza sostenuta, in questo caso il controllo della canna su pallini più grandi è accentuato e preciso e di fatto saranno maggiormente sensibili ad ogni movimento imposto dalla punta. In questo caso il terminale andrà lasciato più lungo per compensare la rigidità della lenza. A distanza minori e nel sottosponda le geometrie che prevedono piccoli pallini disposti in maniera più fitta su un certa lunghezza danno maggior naturalezza, tengono bene il fondo grazie al fatto che sono più concentrati su lunghezze brevi ed offrono ottima fluttuazione.

Al contrario delle lunghe lenze per scorrere a pallini piccoli, queste da trattenuta a pallini piccoli mantengono una buona sensibilità all’abboccata, anche senza poggiare a terra piombo.
Sono poi un ottima alternativa nella pesca a scorrere alle lenze lunghe perché riassumono anche se meno enfatizzati i pregi delle due lenze per scorrere in una struttura più compatta.

Nelle lenze per la pesca a scorrere spesso si pesca poggiando solo poca parte del terminale o al più un paio di pallini, nelle lenze da trattenuta il fondo deve essere calcolato in maniera tale che tenendo conto della curva della lenza verso valle l’esca arrivi a terra precisamente senza poggiare altro, si andrebbe ad annullare l’azione di trattenuta poggiando troppo dragando con i piombi, il che non è sbagliato in linea di massima ma sconfina in un'altra tecnica della passata rivolta a specie grufolatrici quali carassio carpa, barbi alloctoni etc.

To be continued…

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