
A pesca con...
di Alberico Nappi
Concorso Amarcord: 2° classificato
Da qualche tempo avevo notato quel signore che, quasi tutte le domeniche d’estate, arrivava alla spiaggia; “Rafele o’ piscatore” gli andava incontro, lo aiutava a caricare l’attrezzatura da pesca sul suo vecchio gozzo ed assieme si allontanavano in mare, l’uno per soddisfare la sua passione, l’altro per migliorare il suo magro bilancio familiare.
La mia attenzione era stata attirata dalla sua attrezzatura: una grossa canna e un altrettanto grosso mulinello ed una scatola di plastica grigia, chissà cosa conteneva. La mia, però, era solo semplice curiosità e non un vero interesse, come tutti gli altri ragazzetti della mia età, preferivo trascorrere le mie giornate estive a far bagni e, soprattutto, quando il piccolo molo di legno era libero, a fare tuffi.
L’idea di passare ore ed ore nel tentativo di prendere qualche pesce da quattro soldi non mi attirava per nulla. Quella domenica, intorno a mezzogiorno ero sul molo, mentre i due, il signore e Rafele, rientravano dalla pesca; il gozzo, sapientemente pilotato, arrivò fin sulla spiaggia appoggiando delicatamente la prua sulla sabbia. Da quella posizione privilegiata riuscii a sbirciare nel pozzetto della barca, c’era un grosso sacco di iuta bagnato dal quale fuoriusciva una coda enorme; la curiosità fu grande e andai a vedere. Mi diressi verso la barca correndo, entrai in acqua per andare verso la poppa, appoggiai le mani alla murata del gozzo e, facendo forza sulle braccia, mi tirai su proprio mentre il signore aveva tolto dal sacco la sua preda e raccogliendo l’acqua di mare con un secchio, rinfrescava un dentice enorme, altro che pesce da quattro soldi, ero sbalordito tanto era bello e per la prima volta nella mia vita sentii forte il desiderio di essere almeno spettatore di una di quelle catture. Il mio sguardo incrociò quello del signore, aveva due occhi vivi ed intelligenti, il suo sguardo sembrava penetrarti nel cuore e nel cervello a cogliere sentimenti e pensieri. Riuscì, infatti, a capire ciò che non avrei mai avuto il coraggio di chiedergli, e mi disse: << Domenica prossima usciamo alle sei, se vuoi venire con noi, fatti trovare >>.
Alle cinque e trenta della domenica successiva ero già in spiaggia, era stata una settimana lunghissima, i giorni sembravano non passare mai e le notti erano occupate da sogni di pesci enormi. Finalmente vidi in lontananza i fari della sua auto che percorreva le rampe d’accesso alla spiaggia, sapevo dove andava a parcheggiare e, di corsa, mi ci diressi. Tentai di aiutarlo a trasportare l’attrezzatura, ma era roba troppo pesante per me, mi sorrise con dolcezza e mi disse: << cresci, poi sarai tu ad aiutare me >>.
Il gozzo era già in moto, Rafele al timone aveva il volto segnato dai tanti anni di sole, di mare e di fatica, ma era anche il volto di chi dal mare aveva appreso saggezza e serenità. Salii e mi sedetti sulla panca di dritta, era tutta umida e m’inzuppai il pantaloncino, non m’importò, ero troppo eccitato. Ci districammo fra le altre barche all’ormeggio e finalmente davanti a noi l’orizzonte rischiarato dalla luce dell’alba. Il vecchio monocilindrico faceva rumorosamente il suo dovere, era montato direttamente sull’opera viva, trasmetteva le sue vibrazioni a tutta la barca e di conseguenza a noi, ero percorso per tutto il corpo da un continuo tremolio; qualunque cosa, ovunque fosse appoggiata, era destinata a cadere in breve tempo, non si poteva fare altro che tenere tutto in perfetto ordine, quel gozzo non era certo una “fishing machine”, ma era il meglio che allora si potesse trovare.
Il signore cominciò a montare la sua grossa canna, infilò la lenza nei passanti ed arrivò il momento di montare l’esca, aprì la scatola di plastica grigia e fui colpito da un “attacco” di meraviglia, era bellissima, all’interno, per ogni metà scatola, c’erano tre file di contenitori ed in ognuno di essi, ordinatamente riposto, qualcosa che serviva per la pesca, c’era il ben di Dio, non avrei mai smesso di guardare. Mi chiese di scegliere un cucchiaino da montare e vedendomi indeciso mi disse: << sceglilo grosso, pesci piccoli non ne vogliamo >>. Presi una grossa esca metallica, da un lato era colorata come uno sgombro e ad un’estremità portava una grossa ancoretta montata con delle piume bianche. << Bravo >> – mi disse – << è il cucchiaino che ha preso il dentice domenica scorsa >>. Fui molto orgoglioso di aver azzeccato la scelta giusta e guardai Rafele quasi a voler raccogliere ulteriori consensi, il pescatore annuì con un sorriso garbato e gentile come solo gli uomini di mare sanno fare.
Arrivammo in vista di un piccolo faraglione a circa mezzo miglio dalla costa, fuoriusciva dal mare per una quindicina di metri, sembrava una piccola piramide a base triangolare; il sole del primo mattino cominciava a scaldare, mi fece molto piacere, avevo ancora il pantaloncino tutto bagnato ed ero intirizzito nonostante fosse piena estate. Il cucchiaino fu calato a mare seguito da una quindicina di metri di lenza, poi un piombo, altra lenza, un altro piombo ed altra lenza ancora. La canna fu poi infilata in un foro praticato apposta nel pagliolo del pozzetto ed appoggiata alla murata.
La pesca incominciò.
Ebbi l’impressione che Rafele, ogni volta che si avvicinava allo scoglio lo facesse secondo una direzione ben precisa, quasi un itinerario prestabilito che gli permetteva di far accostare l’esca nei punti giusti senza farla arroccare ai massi in profondità. Capii, molto tempo dopo, che quell’itinerario era stato studiato sulla scorta dell’esperienza fatta in seguito alle decine d’incagli che capitarono loro quando, l’anno precedente, avevano incominciato a trainare, allora l’ecoscandaglio era fantascienza. Quanta pazienza e quanta determinazione avevano avuto, quanti giorni sciupati a “pescare” scogli, quante esche perse, ma infine il successo. Ora riuscivano ad immaginare con precisione dove stava passando l’esca sul fondo. Man mano che la barca si avvicinava al faraglione le probabilità di cattura aumentavano ed allora la tensione a bordo diventava palpabile, il cimino della canna era guardato sempre con maggiore attenzione e……… il mulinello emise un rumore a me sconosciuto, sobbalzai, la canna era fortemente piegata verso il mare e Rafele, muto fino a quel momento, esclamò a voce alta << oilloco [eccolo] >>, mi spaventai; bastò poco, però, perché capissi che quel trambusto era ciò che succedeva quando abboccava un grosso pesce, lo spavento si trasformò in pura e sana eccitazione, anche nel sangue di un ragazzino scorre adrenalina.
Per tutto il tempo del recupero guardai il punto in cui la lenza entrava in acqua, illudendomi di riuscire a seguirla nel blu profondo per vedere cosa c’era dall’altro capo di essa; un po’ alla volta i piombi furono recuperati e finalmente un dentice giunse a portata di raffio. Mai avrei immaginato che un pesce appena pescato mostrasse tutti quei colori oltre al bianco e all’argento: la testa era blu punteggiata di nero, le zone attorno agli opercoli branchiali erano colorate di tutte le sfumature del giallo e del rosa, era bellissimo.
Per quel giorno non avrei potuto chiedere di più, eppure c’era un’altra sorpresa in serbo per me.
Dopo la cattura rimisero a posto la barca in pochi minuti e Rafele la allontanò di un centinaio di metri dal faraglione, non scelse un punto a caso, sapeva perfettamente dove andare, gettò l’ancora e spense il motore, come d’incanto il silenzio ci avvolse, la barca smise di vibrare ed io accolsi questa sensazione di pace con uno spontaneo sospiro di sollievo. Il signore aprì la scatola grigia e prese un piccolo bolentino, lo aveva preparato per me, proprio per me; m’insegnò ad innescare, assieme calammo la lenza e mi disse come tenerla, d’improvviso il mio dito indice si animò sollecitato dalla tensione della lenza e catturai il primo pesce della mia vita. Trascorsi più di un’ora prendendo un pesce dietro l’altro, mi divertii come non mi era mai successo e lui mi sorrideva compiaciuto e soddisfatto.
Mi dedicò molte ore durante quell’estate, insegnandomi moltissime cose ed io, fiero e felice di tanta attenzione da parte di un adulto, trascorsi le più belle vacanze della mia vita.
Alla fine di settembre i pescatori della spiaggia cominciarono a mettere in secca le barche, mi convinsi che avrei dovuto aspettare l’estate prossima per tornare a pesca, sempre che si fosse ricordato di me. Andai a salutarlo portandomi dentro una tristezza indicibile, come sempre comprese ciò che stavo pensando e mi disse: << Domenica vado a pescare dalla spiaggia. Tu vieni? >>.
Erano le cinque del mattino ed eravamo in macchina, avevamo un bel po’ di chilometri da fare per raggiungere la foce. Non fu tempo perso, mi parlò della pesca al lancio, “spinning”, allora, era un termine sconosciuto e, per quel che ne so, questa tecnica di pesca alle foci dei fiumi era solo una sua “fantasia”. Mi spiegò che l’idea gli era venuta vedendo in un negozio alcuni cucchiaini di medie dimensioni dalle fogge particolari ed innovative importati dalla Svezia, il fabbricante riteneva che fossero efficacissimi per i lucci. Se lo erano per i lucci perché non potevano esserlo per le spigole?
Arrivammo che l’alba era spuntata da poco, si guardò intorno e mi confessò che, non conoscendo il luogo, non aveva un’idea precisa di dove avrebbe lanciato, ma questo non lo scoraggiava, era certo che quel giorno avremmo combinato qualcosa di buono.
Montò la sua canna ed ancora una volta mi sorprese, ne aveva una anche per me. Mi aiutò a montarla, scelse un cucchiaino di giusto peso e rinunciando ad iniziare subito a pescare, trascorse più di un ora ad insegnarmi il da farsi: metti il dito così, alza l’archetto, tira indietro la canna, lancia, libera la lenza, riprova, riprova, riprova. Solo quando fu sicuro di avermi insegnato almeno i rudimenti si allontanò di pochi metri e cominciò a pescare, era molto bravo, imparai molto solo guardandolo; anche lui, ogni tanto, volgeva lo sguardo verso di me, era evidente che mi controllava per evitare che mi accadesse qualcosa, ma lo faceva con molta discrezione, lasciandomi l’illusione di essere indipendente e responsabile di me stesso. Non passò mezz’ora, con un ampio gesto del braccio mi invitò a raggiungerlo, recuperai in tutta fretta la mia lenza e mi avvicinai a lui, aveva un pesce in canna che, dopo pochi minuti, con l’aiuto di un onda giunse sul bagnasciuga, una bellissima spigola si dibatteva per l’ultima volta fra la spuma delle onde e la sabbia. Fu la prima di tante durante quell’inverno, anch’io riuscii a prenderne una; ricordo ancora la sua soddisfazione; quando lo chiamai corse verso di me, ero al settimo cielo per la gioia e lui mi sorrideva felice.
Anche l’inverno passò e con il sopraggiungere della primavera le spigole sparirono dalla foce, un giorno, tornando senza aver preso nulla, mi disse che era il caso di smettere. Temevo un’interruzione della nostra attività, ormai non era solo la pesca ad interessarmi, volevo stare con lui, questo rapporto privilegiato con un uomo sensibile ed intelligente mi procurava un intimo ed appagante piacere, la pesca aveva fatto nascere un sentimento. Non dissi nulla, ancora una volta aspettai che lui capisse la tristezza che mi procurava il solo pensiero di non poter trascorrere quelle domeniche così speciali assieme a lui ed ancora una volta non mi deluse e lanciò un idea: << Si potrebbe andare a provare su un fiume, ma è difficile, è faticoso, potrebbe essere noioso.. >> << Non mi importa, non mi importa >> –replicai con le lacrime agli occhi- << andiamo lo stesso >> e lo abbracciai come non avevo mai fatto prima.
E fu così che le domeniche di quella primavera trascorsero a pesca di trote, e fu così che, fra mare e fiumi, trascorsero gran parte delle domeniche dei successivi quindici anni. Lui ed io, un sodalizio sempre più forte, sempre più determinato a pescare con fantasia, sperimentando nuove tecniche, cercando nuove esche, catturando pesci meravigliosi e subendo frustranti cappotti.
Quella domenica, come sempre, ero all’appuntamento con mezz’ora di anticipo, ma quella volta non venne, lo ho aspettato invano per ore. Non è mai più venuto. Spero che abbia incontrato un altro ragazzino a cui insegnare pesca e amore, proprio come ha fatto con me.
Dedicato a tutti padri che hanno avuto o che hanno la pazienza di insegnare ai propri figli la passione per la pesca sportiva e non solo. |
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