
L’amico che non conobbi mai
di Leonardo Biguzzi - Concorso Amarcord: 7° classificato
Erano i primi anni novanta; la tipologia di pesca di quei tempi era estremamente varia e avventurosa. Unica canna, un piccolo marsupio con i materiali di consumo, pantaloni corti e scarpette da tennis (erano Superga gialle). Si andava dalla esplorazione dell’alto corso dei torrenti alla ricerca di piccole buche che ospitavano le trote, alla pesca in luoghi inaccessibili che richiedevano, oltre a due ore d’auto, anche mezz’ora e passa di cammino. Tutto questo per allontanarsi materialmente e psicologicamente dalla routine e dai problemi sul lavoro. Lavoro che in quegli anni si stava incanalando in una nuova direzione e la sua riuscita o meno avrebbe condizionato il mio futuro. La pesca era diventata il mio unico rifugio, la mia unica evasione. Recentemente Papa Ratzinger ha approfondito questi concetti ammonendo coloro che profondono tutte le loro energie all’attività lavorativa esprimendo il pensiero che spesso la estrema dedizione al lavoro nasconde la profonda paura di avere tempo per pensare e l’angoscia di rimanere soli con se stessi dovendo ammettere poi di possedere solo un grande vuoto interiore. Non lo ha detto a chiare lettere il Papa, ma dicendo ciò, è come se avesse esentato da questo incubo tutta la categoria dei pescatori.
Non esiste infatti pescatore che non ama rimanere con se stesso: pensare, approfondire, fantasticare, ricordare. Pescare è soprattutto questo, non è solo catturare pesce. A tutto ciò aggiungiamo la sublime soddisfazione che ci può trasmettere un’attenta osservazione della natura.
Ma torniamo ai primi anni 90 e alla mia voglia di scoprire nuove sensazioni di pesca.
Ero a quei tempi innamorato dell’alto corso del Marecchia e avevo per caso scoperto una interessante briglia in un suo affluente, il Presale. Acqua limpidissima e scrosciante dopo un salto di 3 metri; nel punto più profondo, quattro metri d’acqua e grandi massi ai lati che lasciavano indovinare anfratti e tane. Non sempre però un posto meraviglioso è altrettanto redditizio dal punto di vista della pescosità ma io mi accontentavo dei pochi barbi e cavedani che riuscivo a catturare. Tutti i miei fine settimana avevano un obiettivo e questo obiettivo si chiamava “Briglia”
Passò purtroppo quell’estate, indi l’autunno e quel maledetto inverno non finiva mai. La primavera la spuntò ma io sognavo l’estate e finalmente arrivò.
La casa di mia mamma a Petrella Guidi, mi faceva da “Campo base” e quel primo sabato di Luglio partii per la mia prima uscita “Marecchiese” dell’anno. Brutta sorpresa: probabilmente a causa di qualche piena devastante, la briglia era stata ricostruita “ex novo” Pareti lisce e bianche e soprattutto erano scomparsi i grandi massi ai lati. L’invaso era rimasto tale ma la sensazione di raro e misterioso era scomparsa. Deluso alzai gli occhi e guardai a monte; gli alberi dall’esterno erano piegati ad arco sul letto del fiume fino a formare un tunnel ricoperto di vegetazione. Era come se qualcuno mi stesse chiamando e io mi incamminai aggirando la briglia e risalendo il corso. Salici e Ontani la facevano da padroni ma appena fuori dal letto sassoso Carpini e Querce enormi si ergevano maestosi. La flora erbacea era rara e appariscente; si andava dal Petasites dalla foglie gigantesche alla Lisimachia dai fiori gialli e viscosi. Ad ogni passo, pesci rane e girini si rifugiavano sotto i sassi. Ormai avevo percorso molta strada e le due rive stavano diventando sempre più ripide e incassate. Stavo già pensando di tornare quando un rumore d’acqua scrosciante in lontananza mi ordinò di proseguire.
La curiosità era tale che quel tratto di fiume non sembrava finire mai. Scostavo Salici, mi impigliavo su Rovi e tutto questo in maniera sempre più frenetica. Intanto lo scrosciar d’acqua aumentava sempre più. Finalmente arrivai. Non fui eccessivamente sorpreso dallo spettacolo; infatti ad un posto simile ero da tempo assuefatto per averlo visto e rivisto nei miei sogni. Era soltanto la prima volta che lo vedevo dal vero.
Se i miei peccati non saranno tali da precludermi il Paradiso, quando arriverà la mia ora, a S.Pietro o chi per Lui io dirò: “ma io qui ci sono già stato” Si, perché la visione che mi si presentava era tale che riuscirei a descriverla solo trasmettendo una sensazione: a parole non si può.
Il salto era di circa 5 metri (onde il rumore); le pareti verticali completamente ricoperte di muschi e soprattutto non tracce ne antiche ne recenti di presenza antropica. In un luogo simile l’importanza della cattura del pesce è marginale e quindi feci con estrema calma tutte le operazioni di pre-pesca gustandomi l’atmosfera.
Entrai in acqua cercando di avvicinarmi il più possibile alla cascata e il sondaggio rivelò una profondità di cinque metri: fantastico! L’acqua non era soltanto limpida, era trasparente, cristallina e riflettente ma nonostante questo optai per un filo sostenuto (0,12) per due motivi: a) si addiceva meglio ad un galleggiante di grammatura 0,70 che doveva affondare velocemente e al contempo resistere alla corrente che fatalmente lo avrebbe portato verso di me; b) confidavo speranzoso sul fatto che la scarsa esperienza avrebbe reso quei pesci meno diffidenti.
Entrambi i ragionamenti furono corretti: cominciarono cavedani e trote e infine si misero in caccia i barbi. Alcune rotture mi fecero quasi pensare ad un filo dello 0,14 ma per non perdere tempo legai ancora l’amo sullo 0,12.
Fu talmente bello che commisi l’imperdonabile errore di non considerare il tempo che mi sarebbe occorso per il ritorno e quando decisi di tornare potevo contare su mezz’ora soltanto di luce. Possiedo la tranquillità che mi viene data da una sufficiente conoscenza della natura ma vi confesso che al sopraggiungere dell’oscurità, ebbi paura. Una paura motivata soltanto dall’irrazionale perché tutto ciò che vedevo e sentivo era a me conosciuto.
Finalmente raggiunsi la briglia a valle e quindi avrei dovuto percorrere solo campi (decisamente meno scivolosi) per arrivare al punto dove avevo lasciato l’auto.
Arrivai a casa molto tardi e trovai i miei alquanto preoccupati. Parlai poco; con la mente ero ancora a ciò che avevo vissuto. Per il giorno seguente (domenica) avevamo progettato una gita in auto per cui niente pesca: non vi dico la sofferenza.
Dal mercoledì successivo cominciai il conto alla rovescia; il venerdì preparai tutto fin nei minimi dettagli; sabato mattina partii da Cesena, feci tappa a casa di mia mamma a Petrella Guidi, pranzai in anticipo e via, verso l’alto Marecchia.
Lasciai l’auto e mi incamminai; percorsi l’ultimo tratto del greto col cuore in gola e quasi correndo.
Quando mi si aprì la visione della briglia ecco la delusione: sulla parte sinistra a monte c’era un pescatore; un piccolo omino dal cappellino bianco, gli occhiali che, guardandomi con sorpresa lasciò trasparire un’espressione poco intelligente. Da dove sbucava accidenti! Era come se mi avessero “scoperto”
Mi chiedevo che strada avesse fatto per giungere colà; a giudicare dal fisico, l’omino in questione non poteva permettersi la fatica di un’escursione impervia; c’era dunque qualche sentiero a me sconosciuto per giungervi facilmente.
Un breve cenno di saluto ma tra i denti centomila imprecazioni!
Tra l’altro armeggiava con la canna troppo a ridosso della cascata per cui i pesci, vedendolo, si sarebbero rintanati.
Facendo i preparativi vidi con soddisfazione che dopo aver approntato la canna si mise in posizione di pesca indietreggiando fin quasi a nascondersi dietro le frasche; almeno questo, pensai. Cominciai a pescare e qualche secondo dopo il primo lancio vidi affondare il galleggiante lento e deciso: ferrata e allamata! Era una trota di circa tre etti, combattiva come può esserlo solo un pesce che non ha mai assaporato il giogo di un filo da pesca.
“Se la prendevi tu, col cavolo che la tiravi fuori” Questo fu il mio indichiarabile pensiero; infatti mi chiedevo come avrebbe fatto a “guadinare” un pesce dall’altezza di cinque metri. Cavoli suoi. Fotografai la trota tenendola nella mano sinistra, cercando di evitare sullo sfondo la sagoma dell’omino: avrebbe “contaminato” il mio ricordo.
Catturai altre due trote e quando già mi stavo convincendo della mia superiorità, ecco piegarsi la canna dell’omino; pensai che il pesce andando sotto ai massi alla base della briglia, non gli avrebbe lasciato scampo, invece con mia grande sorpresa l’omino manifestò padronanza della situazione; protese la canna in avanti e verso il basso; spostandosi lateralmente fece si che l’azione di punta della canna lavorasse alla perfezione e infatti dopo un paio di minuti la spuntò; un barbo ormai stremato affiorò al centro della briglia: non meno di mezzo chilo! Complimenti, ma adesso?
Se avesse tentato di alzarlo tenendo il filo in mano, avrebbe spezzato pure uno 0,14 e avevo l’impressione che il suo filo fosse di dimensione inferiore. Come da un cilindro di un mago sollevò un guadino telescopico di circa tre metri: troppo poco; agganciò l’occhiello del manico ad un moschettone che aveva alla cintura e si apprestò a scendere dalla briglia voltandomi le spalle. Pensai che il sole avesse infierito sulla sua salute ma subito dovetti ricredermi; sapeva dove mettere i piedi, l’individuo. Prima il piede destro in un buco della briglia a circa settanta centimetri dal bordo e infine quello sinistro venne appoggiato ad una mini piattaforma rappresentata dalla fine del costone di massi naturali. Aveva guadagnato un buon metro e mezzo; braccio proteso dopo aver sganciato il guadino; tre metri di quest’ultimo ed ecco i cinque metri. Guadinò, e risalì. Quando mi guardò non potei non riconoscergli merito per cui unii indice e pollice a cerchio in segno di Ok!
Sorrise e indovinai una certa soddisfazione nella sua espressione; forse non era poi così poco intelligente. Il rumore dell’acqua impediva qualsiasi dialogo per cui ogni tanto quando ci incontravamo con lo sguardo ci scambiavamo qualche cenno “standard”
Le catture continuarono in maniera soddisfacente e per non correre il rischio corso la volta precedente non volli attardarmi oltre; chiusi e salutai.
Il fatto che l’omino non fosse preoccupato di far tardi mi fece pensare che avesse meno strada da fare rispetto ai miei quaranta minuti.
Quella settimana studiai la cartina dell’I.G.M. in scala 1:25.000 alla ricerca di strade o sentieri che potessero portare alla briglia: nulla!
Sabato successivo: stesso viaggio, stesso percorso e, all’arrivo, stesso cappellino bianco; avrei preferito non vederlo ma la sua vista mi diede molto meno fastidio. Saluto con palmo di mano semi-aperto a media altezza e via, si pesca.
Il nostro dialogo continuava con gesti sempre più articolati: pugno dall’alto in basso in maniera veloce: abboccata di barbo; pollice e indice uniti e movimento dall’alto in basso lento: abboccata di trota; pugno veloce da sinistra a destra: rottura.
Un mio lancio sbagliato fece impigliare l’amo su un mini arbusto di rovo cresciuto in un anfratto della parete verticale e l’omino, facendomi cenno di attendere, dopo aver appoggiato la canna, discese col suo solito metodo liberandomi; pollice alzato da parte mia.
Poco più tardi fui chiamato a ricambiare il favore perché un pesce da lui ferrato, rifugiandosi in un salice semisommerso si era piantato e non dava più segni di vita; a quel punto il rischio era quello di rimetterci anche il galleggiante per cui andai a mollo fin quasi alla cintola e riuscii a salvare tutto. Una volta recuperato, l’omino appoggiò la canna e alzò contemporaneamente i due pugni più volte in segno di vittoria: simpatico.
Passarono le ore e verso sera lo salutai facendo girare l’indice orizzontale più volte: traduzione: ”ci vediamo la prossima settimana”
Agli amici pescatori non parlai di questo posto; condividere il segreto con un altro equivaleva a dividere a metà la soddisfazione di possederlo.
Il fine settimana seguente a differenza delle volte precedenti, speravo, avvicinandomi alla briglia di rivedere il cappellino bianco che mi era ormai diventato famigliare. C’era!
Era un caldo infernale e io avevo fatto l’imperdonabile errore di non portarmi la borraccia.
Cominciavo a prendere in considerazione la possibilità di bere l’acqua del fiume; da ragazzino l’avevo fatto più volte e mi chiedevo se fosse stato più pericoloso in quegli anni nel basso corso del Savio oppure adesso in quelle acque limpide del Marecchia. Forse meno pericoloso oggi ma se ci fosse stato un allevamento a monte che scaricava nel fiume? Avevo pescato appena un’ora e la gola riarsa mi stava facendo prendere la decisione di andarmene anzitempo.
Con la coda dell’occhio vidi un’ombra gesticolare e quando guardai “cappellino bianco”, lo vidi con il braccio destro proteso in segno di offerta: aveva in mano una bottiglietta di acqua minerale. Possibile che avesse capito il mio dramma? Forse il mio comportamento lasciava trasparire il mio disagio e lui l’aveva interpretato correttamente. Anche se fosse, andava a suo merito il fatto che l’intuizione giusta si fosse trasformata in un gesto gentile e disinteressato.
Allargando occhi e sorriso feci cenno che si, accidenti, mi interessava. Il lancio fu perfetto ma anche la presa non fu da meno e si parlava di una quindicina di metri! Ne trangugiai metà senza respirare; doveva avere una borsa termica perché era freschissima; non berrò mai più acqua migliore. Quando mi ripresi lo ringraziai togliendomi il cappello e abbozzando un inchino. Non sorrise soltanto; ancora di più e non si capiva chi dei due era stato il più beneficiato dall’evento; se Lui a dare o io a ricevere.
Altri fine settimana scivolarono via tra catture che ricorderemo e pesci perduti che ricorderemo ancora di più; con essi anche Agosto scivolò via.
Quel sabato di Settembre i giorni si erano notevolmente accorciati; la brezza e il movimento delle fronde faceva crescere in me il familiare sentimento di tristezza, malinconia e nostalgia che mi accompagna in questa stagione fin da quando ero bambino; l’aria fresca della sera mi suggeriva che la giornata di pesca stava volgendo al termine; chiusi la canna e guardando “cappellino bianco” alzai il braccio salutandolo; Lui fece altrettanto. Andandomene, dopo due o tre passi mi voltai indietro e lo trovai ancora con il braccio alzato. Lo salutai di nuovo e rimanemmo immobili per lunghissimi attimi. La durata e l’intensità del gesto erano dovuti al fatto che forse entrambi avevamo capito che quella era l’ultima volta che ci saremmo visti.
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