
La "Busa de la Bomba"
di Davide Andreoli
Concorso Amarcord: 1° classificato
Ci sono luoghi fisici che, in seguito a complesse e inestricabili alchimie, diventano luoghi dell’anima. Luoghi che ci sono sempre stati, che c’erano prima che ci fossimo noi, pezzi di memoria passati di generazione in generazione come una sorta di testimone nell’eterna staffetta della vita. Il processo di trasformazione da luogo fisico a spazio interiore, una volta compiuto, diventa irreversibile: ce lo portiamo dentro per sempre.
ANTEFATTO
Il 20 luglio del 1944 la bassa veronese fu teatro di un fitto bombardamento da parte degli aerei alleati. Non era la prima volta e non sarebbe stata nemmeno l’ultima, ma quella data entrò negli annali perchè si contarono molte vittime civili. L’obiettivo principale era la linea ferroviaria Verona – Bologna, tratta strategicamente fondamentale per la sopravvivenza della Repubblica di Salò, in quanto vi si convogliavano truppe ed attrezzature per il fronte meridionale (la cosiddetta linea Gotica). Nel tratto tra Nogara e Ostiglia, in prossimità del Po, la linea ferroviaria correva (e corre tuttora) a poche decine di metri dal fiume Tartaro. Quel giorno, molti ordigni sbagliarono il bersaglio, alcuni distrussero abitazioni e lacerarono ulteriormente una popolazione ormai allo stremo, causando vittime inermi, altri finirono in aperta campagna. Una di queste bombe cadde a pochi metri dal Tartaro, sulla riva destra, nel bel mezzo di una zona selvaggia dove dominavano canneti, rovi ed arbusti. La detonazione provocò uno squarcio enorme nel terreno, creando un buco circolare profondo almeno dieci metri e largo trenta. Data la vicinanza del fiume e la presenza di una falda freatica quasi superficiale, l’acqua lo riempì velocemente, tanto che nei giorni seguenti, gli abitanti della zona si trovarono in dote un grosso stagno che venne ribattezzato semplicemente come la “busa de la bomba”. Fin dall’anno seguente, a guerra ormai finita, lo stagno si riempì di pesce seguendo dinamiche non proprio chiare in merito alla “selezione” delle specie: totalmente assente il pesce bianco, il laghetto pullulava invece di tinche e pescigatto, i pinnuti più graditi in cucina.
Evidentemente, qualche pescatore di professione, aveva sapientemente popolato lo stagno con qualche “riproduttore” ben selezionato creando una sorta di allevamento naturale, con l’intenzione di avere a disposizione un vivaio facile da utilizzare per fare provvista di pesce. Ma quel pescatore aveva fatto male i conti, non rendendosi conto che la “busa” era un vero è proprio cuneo, ripido e profondo, dove i normali tramagli e bertovelli diventavano praticamente inutilizzabili. Anche il tentativo di prosciugare lo stagno non ebbe esito positivo e l’unico modo per catturare i pesci della “busa” divenne ben presto la classica lenza, sottoforma di lunghe spaderne, portanti anche 10 e più ami, innescati con lombrichi e frattaglie, calate la sera e recuperate il mattino presto, ma anche in pieno giorno era possibile fare bottino. Si narra che per 3-4 anni, da aprile ad ottobre, ogni giorno, la riva perfettamente circolare dello stagno fu meta di decine di pescatori, nessuno dei quali rimaneva con il carniere vuoto: tinche e pescigatto sembravano non finire mai! La “busa de la bomba” entrò nell’immaginario collettivo della zona come un posto magico, una sorta di risarcimento per le tante sofferenze patite durante la guerra: il destino, o qualcuno “molto in alto”, aveva usato uno strumento di morte per creare un luogo pullulante di vita. Un giorno però, al posto dei soliti pesci, cominciarono a spuntare scardole, persici sole e minutaglia varia. Non si è mai saputo se erano il frutto di qualche nuovo ripopolamento, stavolta da parte di qualche burlone (antenato di quei fenomeni che in seguito avrebbero riempito i fiumi italiani di siluri, breme, aspi, carassi...) o se i nuovi inquilini avessero trovato da soli la strada, penetrando in qualche varco sotterraneo di collegamento tra il fiume e lo stagno. Quello che sappiamo è che la “busa” continuò a produrre tanto pesce ma sempre meno pregiato, perdendo progressivamente d’interesse. Il colpo finale arrivò qualche anno dopo, in pieno boom economico, quando lo stagno rimase vittima delle ultime bonifiche delle Valli Grandi Veronesi. In realtà però, la “busa” non scomparve, diciamo che si trasformò: un lungo tratto del Tartaro infatti, venne raddrizzato e spostato a destra rispetto al suo asse originale inglobando la “busa” che divenne in tutto e per tutto un pezzetto di fiume. La profondità notevole e l’aura leggendaria che ancora accompagnava la sua fama, ne fecero uno dei posti migliori per i pescatori sportivi della zona che, proprio in quel periodo, cominciavano ad essere sempre più numerosi lungo le rive di fiumi, laghi e torrenti.
IL GRANDE SALTO
Quando Davide iniziò ad avere capacità cognitive sufficienti a discernere razionalmente concetti un po’ più complessi rispetto agli stimoli primari, diciamo verso la metà degli anni ’70, iniziò ad assimilare, prima passivamente, poi, in maniera sempre più attiva, la realtà che lo circondava. Una realtà fatta di luoghi e attività, tra cui il fiume e la pesca. Se chiedete a Davide quando ha sentito parlare per la prima volta de “la busa de la bomba”, vi risponderà con una frase fatta: “Probabilmente ero ancora in fasce.” La storia della “busa” alla contrada la conoscevano tutti, e tutti sembravano convinti di conoscere esattamente il punto dove si trovava. In verità però, nessuno ci avrebbe messo la mano sul fuoco perchè, con una velocità mai vista prima, il fiume e la campagna cambiavano continuamente i connotati e, da un giorno all’altro, ci si ritrovava a fare i conti con nuove chiuse che davano acqua a nuovi canali d’irrigazione che servivano nuove colture tra cui nuovi pioppeti che venivano su come funghi! A sud del paese il Tartaro non aveva più curve, non era più un lungo e sinuoso serpente che avvolgeva tra le sue spire la campagna, ma un’anonima riga dritta che tagliava anonime distese di monocolture intensive.
Nonostante tutto però, il fiume continuava a regalare emozioni ai pescatori.
Nel 1983, il nostro Davide, il cui tirocinio alieutico era ormai in stato avanzato, dopo anni di stragi perpetrate alle folte schiere di triotti e scardole nei fossati attorno casa, aveva deciso di fare il grande salto e tentare di catturare qualche carpa nel Tartaro. Suo padre lo aveva già portato con se qualche volta, e lui aveva cercato di imparare il necessario per affrontare da solo il fiume.
Esche e montature non erano un problema, quello che lo rendeva un po’ pensieroso erano le lunghe attese. Lui era abituato a spostarsi continuamente, a tirare su e giù la lenza, a vedere il galleggiante affondare. La pesca della carpa invece, era esattamente il contrario: una sfida intensa in cui erano necessari pazienza e sangue freddo.
Nel tratto di fiume a sud del paese, entrambe le rive erano caratterizzate da un fittissimo canneto. Qua e là c’erano degli spazi aperti creati appositamente dai pescatori. La riva destra era quella più accessibile, o almeno lo era per modo di dire, considerando che bisognava inoltrarsi in un pioppeto con un sottobosco da foresta amazzonica (insetti compresi), servito solo da qualche sentiero che portava sull’argine. Davide non sapeva se “impadronirsi” di qualche postazione già pronta, con il rischio di prendersi qualche mala parola o anche peggio, o se farsene una sua personale, con il rischio di subire a sua volta qualche invasione.
Finita la scuola, a metà giugno, iniziò a fare dei sopralluoghi lungo l’argine ed effettuò un accurato censimento delle postazioni. Arrivò a contarne una quindicina, tutte con caratteristiche simili: alveo più largo del normale e zona sottoriva con corrente rallentata o assente, spesso a causa del parziale sbarramento di grossi rami che... non sembravano lì per caso. I posti c’erano, ma non c’erano i pescatori, al massimo c’era qualche pensionato che al tramonto buttava giù un paio di barattoli di mais. Davide scoprì allora che per tutto il mese di giugno la pesca alla carpa era chiusa e che gli affezionati frequentatori del fiume, non potevano fare altro che tenere pasturato il loro posto in attesa della riapertura. Ci pensò ancora qualche giorno, ragionando sul fatto che, per un mese intero, le carpe se ne sarebbero state tranquille a trangugiare quintali di mais senza il rischio di incappare in qualche amo, rallentando i freni inibitori finché il 1° luglio (un giorno che loro non potevano conoscere perchè non avevano il calendario) sarebbero tornate a rischio cattura. Ecco, quello era il giorno per tentare il grande salto: il 1° luglio!
E lui doveva arrivare prima degli altri, i suoi ami dovevano essere i primi a raggiungere il fondo del Tartaro dopo la pausa della frega.
All’inizio pensò di organizzarsi per essere in pesca già un minuto dopo la mezzanotte, ma a 13 anni non ancora compiuti non gli sarebbe mai stato permesso, e una fuga non era pensabile a quell’ora, visto che in piena estate nessuno in famiglia andava a letto presto. A mezzanotte una fuga non era possibile, ma alle tre del mattino si! Il piano era semplicissimo: avrebbe detto di uscire di primo mattino, come faceva ogni tanto per andare a pesca, verso le sei, ma invece sarebbe uscito in piena notte, mentre tutti dormivano e, se non l’avessero scoperto sul momento, tutto sarebbe filato liscio. Avrebbe così raggiunto il fiume per primo, pronto a sfruttare l’alba e le potenzialità della giornata di apertura. Pensando che però, affrontare la campagna da solo in piena notte non era il massimo della sicurezza, coinvolse nel progetto l’amico Federico, modesto pescatore ma sempre disponibile a fare da spalla.
A questo punto non rimaneva che scegliere il posto. Scartata l’idea di armarsi di falcetto e olio di gomito per aprirsi un varco personale sulla riva infrascata, Davide decise di sfruttare una delle postazioni già esistenti: dopo l’ennesimo sopralluogo, optò per lo slargo più ampio, dove all’occorrenza si poteva pescare comodamente in due, così che se fosse arrivato il frequentatore abituale del posto, sarebbero potuti rimanere entrambi. Ogni sera, fino al 30 giugno, verso le 18,00, Davide buttò 2 barattoli di mais nella postazione prescelta e non ci trovò mai nessuno.
NOTTE
Il 1° luglio, per la cronaca, cadeva di venerdì. La sera precedente Davide sistemò nei minimi dettagli l’attrezzatura da laghetto del papà che consisteva in due bolognesi telescopiche da 3,80 metri della Maver, munite di mulinelli Mitchell carichi di Tortue dello 0,18. La montatura era costituita da una penna di 3 grammi, sostenuta da una olivetta e da qualche piombino a scalare (il tutto raccolto in non più di una spanna), con un finale di circa mezzo metro sul quale aveva legato degli ami dorati del 10, a gambo corto. Le canne e il guadino erano state legate alla canna della bici mentre, in uno zaino, aveva messo: due barattoli di mais, un astuccio con l’occorrente per rifare le montature, la licenza di pesca, due pacchetti di crackers, una lattina di coca cola, una sportina di nylon con il retone per tenere vive la prede, una boccetta di Autan e un coltellino da montagna che... non si sa mai! L’appuntamento con Federico era per le tre in punto, davanti alla chiesetta della contrada. Davide andò a coricarsi verso mezzanotte e per sicurezza, in caso avesse preso sonno, aveva programmato il suo orologio al quarzo per le 3 meno un quarto. Ma il pericolo di addormentarsi non si presentò: l’eccitazione per la fuga imminente lo teneva con gli occhi spalancati.
Alle due e mezza, aprì la porta della sua camera e si rese conto che, inequivocabilmente, tutti dormivano. Tuttavia, per uscire, doveva passare per forza dalla porta del seminterrato, e quindi percorrere tutto il corridoio su cui si affacciavano le porte delle camere dei genitori e dei nonni, rigorosamente aperte per il caldo. Se in quel mentre qualcuno si svegliava per andare in bagno e lo trovava vestito in piena notte, andava tutto a monte. Quindi buttò i vestiti dalla finestra, uscì in corridoio in mutande, chiudendosi dietro la porta della camera con movimenti controllatissimi e lentezza da bradipo, poi, strisciando sul pavimento, raggiunse le scale, il seminterrato, il portone sul retro e uscì fuori.
La notte era fresca e tranquilla, Davide si vestì infilandosi anche un maglioncino di cotone, ma non pensò minimamente che sarebbe stato il caso di mettersi un paio di jeans al posto dei calzoni corti, se ne rese conto più tardi, quando ebbe a che fare con l’erba alta, fradicia di rugiada. Era un po’ in anticipo e così percorse la contrada a piedi, spingendo la bici.
Sembrava un altro mondo, deserto, silenzioso, avvolto in una coltre ovattata di tranquillità.
Raggiunta la chiesetta attese Federico che, però, alle 3 e un quarto non si faceva ancora vedere. Davide inforcò quindi la bici e si portò sotto alla casa dell’amico che evidentemente si era addormentato. Nessuna luce e nessun segno di vita: Federico era senz’altro nel mondo dei sogni e non sembrava proprio il caso di suonare il campanello... così il nostro eroe si diresse, tutto solo, verso il fiume.
Appena fuori dalla contrada, Davide fu preso da un vago timore di natura pressoché ignota, legato soprattutto al fatto che qualcuno, a casa, potesse accorgersi della fuga, ma a tenere banco, nelle cellule emozionali del suo essere, c’era soprattutto una fantastica sensazione di libertà! Sfrecciava sulla strada deserta, con le pelle d’oca su tutto il corpo, più per l’emozione che per il freddo e, più si addentrava nella notte, più quel piccolo mondo che conosceva a menadito sembrava un nuovo pianeta da scoprire.
Non se ne accorse immediatamente, ma nell’entusiasmo della fuga notturna aveva fatto due errori: spesso, e non solo metaforicamente, prendendo la strada più corta si arriva prima ma si rischia di più, e infatti, il nostro impavido pescatore, impaziente di raggiungere la postazione, aveva tagliato per lo “stradello del dossetto” che lo obbligava ad oltrepassare un profondo canale scolmatore. Il secondo errore fu quello di dimenticarsi una pila tascabile.
L’unico ponte sul canale infatti non era un ponte, ma un manufatto in cemento armato dentro cui scorreva un rivo d’acqua: bisognava camminare sul bordo, largo non più di mezzo metro, uno spazio più che sufficiente per passarci senza troppi problemi durante il giorno, ma lo stesso non si poteva dire di notte, senza una luce vera e propria a disposizione.
Davide scese di sella, tenendo la mani ben fissate al manubrio, appoggiò i piedi per terra e pian piano cominciò a procedere sul bordo. Il fanale della bici andava con la dinamo, e quindi, a velocità ridottissima, non funzionava affatto. Ci mise 5 minuti buoni a percorrere i 20 metri che lo separavano dalla riva opposta, guardò sempre avanti e alla fine della traversata si rese conto di avere il fiatone, benché non avesse fatto grandi sforzi. Risalì in sella e, dopo una decina di minuti, arrivò al sentiero che lo avrebbe portato sull’argine del Tartaro. Quando, finalmente, giunse a destinazione, aveva le gambe fradice e segnate dalle ortiche.
Erano quasi le quattro e, forse perchè i suoi occhi ormai si erano abituati al buio o forse perchè si era ormai alla soglia dell’aurora, aveva l’impressione che la notte fosse meno scura.
Davanti a lui il fiume scorreva, placido e inesorabile, come la più scontata metafora sulla vita.
Sotto riva l’acqua era immobile e Davide provò subito la taratura dei galleggianti, rendendosi conto che era ancora troppo presto per pescare: l’asta rossa della penna si vedeva appena. Così si sedette, si spalmò ben bene di Autan e poi mangiò un pacchetto di cracker. Gli venne freddo sul serio, era tutto bagnato e, come se non bastasse, dal pioppeto si alzava un’umidità densa e inquietante che penetrava fino alle ossa. La notte che avvolgeva silenziosamente la contrada, lì, nel bel mezzo della valle del Tartaro, era invece vivacissima, piena di rumori, fruscii e segni di vita. C’era forse qualche animale feroce in zona? Aprì un barattolo di mais e iniziò a pasturare, tanto per fare qualcosa, per passare un po’ il tempo. Poi sciolse il nodo che teneva legata la rete del guadino e in seguito non trovò nulla di meglio che cercare la profondità giusta, accorgendosi che si, forse si poteva iniziare a pescare! Il fondale era davvero profondo: a poco più di un metro dalla riva c’erano ben oltre i 3,80 metri di lunghezza della canna!
Questo rendeva impossibile la pesca con il galleggiante fisso ma Davide non si perse affatto d’animo: tagliò il finale e infilò di nuovo la penna, facendo passare il filo solo nell’anellino inferiore, senza fissarlo con il gommino guidalenza superiore. In questo modo la penna diventava scorrevole. In mancanza del classico gommino per il fermo usò un piccolo piombino, appena pizzicato in modo da poterlo spostare facilmente sul filo. Quando ebbe finito l’operazione su entrambe le canne, si rese conto che la notte era finita e, nel tratto di orizzonte davanti a lui, una luce ancora incerta e lontana avvisava che il sole si stava preparando ad entrare sulla scena. Certo non era ancora l’alba, ma ad occhio nudo si riuscivano a distinguere benissimo i contorni della riva e, soprattutto, l’astina rossa del galleggiante che, dopo alcuni tentativi, venne stabilizzato ad una profondità attorno ai 5 metri. Sistemate la canne, Davide si sedette in attesa delle abboccate, emozionatissimo. Non passarono più di 5 minuti che il nostro venne distolto dall’inconfondibile rumore di un mezzo a motore. Si girò e vide, a qualche decina di metri, un fanale che tagliava nel pioppeto e che poi si fermava sotto l’argine. Era di sicuro un altro pescatore che si sistemava in qualche postazione a monte. La poca luce e il fatto di fissare l’astina della penna, nonché la bramosia di vedere un’abboccata, creavano nella sua mente l’impressione che ogni tanto i galleggianti si muovessero. Era solo un’impressione perchè quando il pesce mangiò davvero, attorno alla penna si crearono piccoli cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua.
Era una mangiata stranissima: piccoli tocchi ripetuti seguiti da una stasi, poi ancora qualche tocco e così via. Davide era teso e prontissimo a ferrare nel momento in cui il galleggiante fosse affondato o anche semplicemente spostato sotto la trazione del pesce. Ma, per almeno 5 minuti, continuarono solo i brevi tocchi. Forse si trattava di minutaglia, ma quando la penna si stese orizzontalmente, in un decimo di secondo capì che il pesce aveva fatto risalire il piombo e quindi aveva l’amo in bocca. Ferrò con decisione e sentì la preda tirare. La reazione del pesce fu debole e incerta, sicuramente era di taglia modesta e, infatti, non ci fu nemmeno bisogno del guadino per salparlo: si trattava di una piccola tinca sui due etti che, ad occhio e croce, superava di poco i 20 cm. della misura minima, per non rischiare (e anche perchè le tinche lo commuovevano) il giovane pescatore la rimise in acqua.
Sistemato il chicco di mais sull’amo, Davide lasciò cadere la lenza in acqua e, immediatamente, arrivò uno scrollone che piegò sensibilmente la canna. Il pesce aveva fatto tutto da solo e stavolta si trattava di qualcosa di grosso, perchè anche la frizione aveva iniziato a cantare. Dopo qualche strattone però, la preda perse vivacità, segno evidente che non si trattava di una carpa. Infatti era uno scardolone molto grosso, dai fianchi dorati, di peso sicuramente vicino al chilo, che aveva abbrancato il chicco di granoturco a mezz’acqua, mentre scendeva sul fondo. Anche lui, dopo una breve sosta, ritrovò la via del fiume.
Due pesci in pochi minuti, non male, ma le carpe dov’erano?
CYPRINUS CARPIO
Quando l’alone arancione del sole iniziò a crescere dietro il canneto sulla riva opposta, Davide era ancora in attesa di una carpa. Aveva preso una dozzina di scardole, tutte superiori al mezzo chilo, ma di carpe nemmeno l’ombra. Ormai erano le sei passate. Si mangiò il secondo pacchetto di crackers e poi si scolò la coca, quindi si girò e, fatto qualche passo sull’argine, abbassò le braghette iniziando a fare pipì. Qualche anno più tardi, quando venne a conoscenza delle cosiddette “leggi di Murphy”, ricordando quel 1° luglio ne aggiunse una tutta sua: “se dopo ore di attesa la carpa non si è fatta viva, basta che ti metti a pisciare e lei abboccherà immediatamente”.
Furono istanti concitati e confusi. La mangiata era stata a dir poco improvvisa, Davide aveva sentito il fischio della frizione e, giratosi di scatto, aveva scorto la canna alla sua sinistra che stava muovendosi verso il fiume! Un balzo veloce e, con due mani, il nostro eroe riusciva ad abbrancare la canna iniziando la tenzone con quella che, sicuramente, era una signora carpa! In pochi secondi il pesce si era portato dietro parecchi metri di filo, Davide abbassò la canna e cercò di gestire la preda senza dargli ancora troppo nylon, chiuse un po’ la frizione e iniziò ad assecondare il pesce muovendosi verso valle.
Tenendo la bolognese con la mano sinistra, prese l’altra canna e la buttò sulla riva, per paura che, durante il recupero, potesse crearsi un groviglio tra le due lenze. Era una carpa, non c’era nessun dubbio. Gli strattoni continui e massicci verso il fondo, intervallati da qualche fuga improvvisa verso la corrente, erano inconfondibili: Davide aveva visto salpare molte carpe e tutte si difendevano così. Bisognava avere pazienza, stancarla pian piano ed evitare che si prendesse troppo spazio, sperando che sul fondo non ci fossero ostacoli dove potesse impigliarsi la lenza.
Tutto stava andando per il meglio e dopo qualche minuto di lotta, la sagoma del pesce iniziava a delinearsi a qualche metro da riva. Era una bellissima regina (un “gobbo” come si dice nel dialetto della zona), di quelle lunghe e affusolate, con grosse squame dorate e le pinne di un rosso acceso, sicuramente nata nel fiume (quelle da ripopolamento erano soprattutto a specchi, dal dorso molto curvo, denominate “slave”), ad occhio e croce non pesava meno di 3 chili: una preda stupenda!
Pian piano la carpa cominciò a disegnare dei semicerchi avvicinandosi sempre più alla riva finché, ormai stremata e con la testa fuori dall’acqua, si presentò di fianco pronta per essere guadinata.
Ma qualcosa non funzionò.
Davide prese il manico del guadino e lo tirò verso di se, ma questo non si muoveva perchè si era impigliato nella lenza dell’altra canna, quella che aveva salpato poco prima senza curarsi troppo di metterla in un posto dove non potesse nuocere. Qualche strattone deciso per cercare di spezzare il nylon, ebbe come risultato che il finale si imbrogliò ancora di più nella rete del guadino.
Che fare? Era impossibile, con una mano sola, prendere il coltello e cercare di rendere utilizzabile il guadino, d’altra parte era impossibile anche appoggiare la canna a terra lasciandola momentaneamente in balia di una carpa, stanca certo, ma pur sempre una carpa.
Incerto sul da farsi, Davide, senza pensarci troppo, iniziò la peggiore manovra possibile: prese in mano il filo cercando di avvicinare la carpa in modo da poterla tirare fuori con le mani. Fu un vero e proprio suicidio, perchè la regina, appena sentì le dita del pescatore sotto la branchia, si inabissò con la forza della disperazione, spezzando il finale.
Davide non lo ammise mai, perchè all’epoca aveva quasi 13 anni ed era da parecchio tempo che non piangeva, ma qualche lacrima gli rigò il viso, mentre, seduto sull’argine, non si spiegava il motivo di tanta sfiga. Ma quasi subito si rese conto che la sfortuna non c’entrava: era stato lui a sbagliare, lui l’unico responsabile della disfatta. Capì che termini come “destino” o “sfortuna” sono semplici scuse per sviare le responsabilità, per giustificare i nostri sbagli e le nostre insicurezze. Lo sconforto durò pochissimo e, mentre il sole ormai alto iniziava a scaldare di brutto, Davide sistemò entrambe le lenze e riprese a pescare, fiducioso più che mai in una nuova cattura.
Qualcuno adesso si aspetterà il lieto fine sottoforma di un’altra carpa, magari più grossa della prima, ma non andò affatto così: per il resto della mattinata i galleggianti non si mossero più, anche le scardole scomparirono del tutto. L’unica consolazione per il nostro Davide, fu che nessuno a casa si era accorto della sua fuga notturna. Dopo pranzo fece una doccia veloce e andò a coricarsi, cadendo ben presto in un sonno profondo.
LEZIONI DI PESCA E... DI VITA
Non aveva portato a casa nulla, ma quel giorno per Davide fu importantissimo, una sorta di rito di passaggio fondamentale, un po’ come il primo giorno di scuola o il primo bacio. Aveva passato la notte fuori casa, da solo, spinto più dalla passione per la pesca che dal coraggio, ma in ogni caso lo aveva fatto, era questo a contare. Aveva perso una carpa per un errore che gli era costato caro, ma invece di abbattersi, aveva reagito e si era rimesso a pescare; sembra niente, ma tante volte in seguito, in situazioni ben più difficili e importanti per se e per gli altri, avrebbe “rifatto le lenze” e non avrebbe mollato!
Nel tardo pomeriggio di quel lontano 1° luglio, dopo il meritato riposo, Davide riprese la bici e tornò sul Tartaro, con i soliti barattoli di mais, per continuare a pasturare il posto, pensando già alla prossima pescata. Si sorprese nel vedere che al “suo” posto c’era un anziano che pescava, l’aveva già visto sul fiume altre volte, girava a bordo di un’Apecar 50 e, forse, era lo stesso che al mattino aveva visto sistemarsi più a monte. Ne ebbe la conferma più tardi quando, fermatosi a parlare con lui (che tra l’altro aveva in nassa un “gobbo” sul chilo e mezzo e una carpa a specchi di almeno 5) si trovò ad ascoltare una lezione di pesca che rendeva quella giornata ancora più straordinaria!
“Se pasturi a quest’ora tutti i giorni” spiegò l’anziano “devi pescare a quest’ora, perchè le carpe sono abitudinarie. Io pasturo 6 posti: 3 al mattino presto e 3 nel tardo pomeriggio, anzi, visto che questo lo pasturavi tu negli ultimi giorni ho risparmiato. Pasturando più posti ho sempre delle alternative. Stamattina, davanti alla chiusa ne ho prese 3, tutte sui due chili. Adesso là c’è uno che pesca ma è difficile che prenda qualche carpa: sono tutte qui! Là ci vanno a fare colazione all’alba.”
Il vecchietto pescava senza galleggiante, con canne corte e più rigide rispetto alle bolognesi, filo dello 0,28 in bobina, un’olivetta da dieci grammi e un finale di circa un metro dello 0,22. Spiegò a Davide che il diametro del filo non era così importante come poteva sembrare, o comunque era secondario rispetto all’orario, al clima e alla calma dell’ambiente. Poi chiese al ragazzo chi gli avesse indicato quel posto e Davide rispose che lo aveva scelto lui e gli spiegò tutti i ragionamenti che lo avevano portato proprio lì.
“Eh, allora hai davvero un gran fiuto, perchè questo è di gran lunga il posto migliore di tutta la zona: è “la busa de la bomba”! Nessun altro punto del fiume è così profondo, puoi fare delle prove se vuoi. Qui c’è più pesce perchè la falda è collegata con il fiume e il fondo è sempre ben ossigenato e a temperatura costante: qui sotto le carpe le puoi pescare anche a Natale.”
“Ma come fa ad essere sicuro che sia proprio questa la busa?”
“Perchè c’ero quando hanno buttato le bombe, nel ’44. Io mi nascondevo qui in mezzo, ero tornato dalla Russia l’anno prima e non volevo più saperne della guerra, volevano rimandarmi al fronte e io sono scappato. Ero ricercato dai repubblichini e dai nazisti, ma non volevo nemmeno fare il partigiano: desideravo solo stare tranquillo. Ho vissuto qui in mezzo per più di un anno, e non ero l’unico.” Gli occhi del vecchio iniziarono a luccicare, dentro uno sguardo vago, perso in un’espressione di tristezza. Poi riprese: “Sono passati quarant’anni: lo sai che allora si poteva bere l’acqua del Tartaro senza rischiare di morire all’istante? Fidati: la bomba era caduta proprio qui, davanti a noi.” Al tramonto Davide salutò quell’anziano signore a cui non aveva nemmeno chiesto il nome, ma che avrebbe incontrato tante altre volte lungo il fiume, e tornò a casa. La sera dopo, la “busa de la bomba” gli regalò uno splendido gobbo e tanti altri, nel corso di quell’estate magnifica e irripetibile sarebbero finiti nel guadino. Davide non lo sapeva ancora ma quel luogo fisico stava diventando un luogo dell’anima. Aveva ricevuto il testimone e lo avrebbe custodito per sempre.
Naturalmente sa ancora benissimo dove si trova la “busa de la bomba”, ma non è tipo da spifferarlo ai quattro venti e, sopratutto, non lo dirà mai a chi pensa che la pesca, alla fine, sia solo una questione di canne, ami, nylon, esche...
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