Il sito leader della Pesca Sportiva
Pescareonline

California, Calaveras, Camolera
di Andrea Beltrama

Una risorgiva lenta e trasparente, iridee sospettosissime, caldo mostruoso. Per risolvere la giornata servono il gioco e il caso
Il mio amico Matt, californiano di Fresno con un acqua coltura nel giardino di casa, mi manda una mail a metà settimana. «Ho portato a Berkeley la macchina. Sabato voglio provare il Calaveras River. Iridee medie e abbastanza facili. Ci vieni?».
Certo che ci vado. Un fiume nuovo vale sempre la pena di essere visto, anche se fosse popolato solo di idre e ditischi.

Se se poi c’è quell’irresistibile richiamo dell’iridea facile, allora non c’è nemmeno il tempo di respirare, che la risposa affermativa è già stata inviata lungo la rete. Trote facili, come quelle che non abbiamo mai visto nelle spedizioni fatte sinora. E poi iridee, di quelle con la striscia rosa, nate e cresciute in mezzo alla corrente. Mica “roba di semina”, quelle “topone” grigiastre e senza pinne cui ci siamo abituati in Italia. Niente da fare, la mente già viaggia.

La partenza è fissata alle 8 del mattino. Ci vogliono due ore di macchina abbondanti per raggiungere il fiume: due ore spese con la mappa in mano a cambiare autostrade, imboccare svincoli, agguantare uscite, fino a che, giunti ai margini di Stockton, finalmente ci liberiamo dal traffico per addentrarci in una pianura fatta di niente. Da lontano le colline ci indicano la meta. La California non è solo Golden Gate, spiagge e Baywatch. E’ anche un immenso tappeto di erba che cambia colore a seconda delle piogge, interrotto qui e là da cittadine che sembrano essere lì per caso, come fossero nate dal suolo. Matt prova a spiegarmi: «Questi posti non sono destinazioni.

Alcuni ci passano, nessuno si ferma. Per quello la gente pensa che non esistono nemmeno, finchè non ci finisce dentro». Mentre le colline si avvicinano, cerchiamo di capire cosa ci aspetta. Nessuno di noi è mai stato sul Calaveras, e l’unico aiuto che abbiamo è una mail chilometrica di Nate, nostro storico compagno di pesca che impegni familiari hanno costretto a casa. «Pescate nella buca sotto al ponte perché i pesci più belli sono lì. Tenete pronte tutte le mosche di maggio che avete. La schiusa dovrebbe avvenire dall’1 alle 3, anche se in giorni particolarmente caldi potrebbe succedere prima. In attesa che le trote salgano, provate a ninfa, ma non usate imitazioni troppo grosse».

Arriviamo sul fiume a metà mattina, mentre il sole picchia come già come un ossesso. L’acqua è bassissima e trasparente. La velocità della corrente varia continuamente: tratti quasi stagnanti si alternano a velocissimi correntini, resi attraenti dai rami sommersi che dalla sponda opposta si tuffano in acqua. Sotto al ponte invece, dove Nate consiglia di insistere, l’acqua si accumula fino a formare due buche profonde divise da una striscia di ghiaia.
Vicino alla superficie c’è già un discreto svolazzare di effimere, ma di bollate non se ne vedono ancora. Matt guadagna il centro del fiume con i suoi stivaloni ascellari e inizia a provare una ninfa dopo l’altra. Io, che fatico a concepire una pesca a frusta diversa dalla mosca secca, monto la mia cannetta da cucchiaino e provo a scendere verso valle, sondando il fondale con un classico Mepps a pallini rossi. Chiedo a Matt di darmi un colpo di telefono, se per caso dovessero iniziare a bollare. Il fiume sembra quasi assopito dal caldo.

La vita sommersa appare in sciopero: nemmeno l’ombra di una trota in caccia, nemmeno uno splash isolato, solo un brulicare fitto di effimere sulla superficie. Mentre passano i minuti, scende il fantasma di In mezzo scorre il fiume e delle micidiali descrizioni delle torride estati del Montana, dove un pisolino con la canna sottobraccio è l’unico rimedio contro la follia. Demoralizzato, torno sotto al ponte, e trovo Matt agitatissimo, che cerca affannosamente di cucire due parole: “rainbow, 14 inches, bollata, dry fly, fighting, photo”. Non si sa come, ma l’aveva presa veramente. Nonostante l’attività a galla fosse pressoché nulla, c’era stata una bollata improvvisa e rabbiosa sulla sua mosca, e un’iridea di 40 cm abbondanti aveva dovuto arrendersi alla coda di topo. Da buon praticante del catch and release, l’aveva fotografata e lasciata subito andare, condannandomi a un bagno di invidia nel guardare lo schermo della digitale. Non resta altra scelta che fermarsi, montare la frusta e inseguire il proprio personalissimo colpo di fortuna, in attesa di una schiusa che ormai ha assunto i connotati di Godot.

Passano altre due ore, e solo la fotografia del pesce di Matt mi convince che in quelle acque ci sia della vita. Il caldo del primo pomeriggio cuoce lentamente la pelle e il cervello. Decido che non si può andare avanti in quella maniera: urge un cambiamento, un’invenzione, una sfida da rincorrere per rompere quella stasi assurda. Mentre Matt continua a frustare, sostenendo di aver visto una bestia incredibile aggirarsi nel sottoriva, io torno verso valle e prendo un po’ di tempo per pensare.

Apro la scatolina porta esche, che mia madre qualche settimana mi ha spedito dall’Italia assieme a un pacco di libri per l’università. A sinistra ci sono le secche che non funzionano, a destra uno scarno assortimenti di ninfe e sommerse. Le squadro più volte, quasi risentito per la loro inoperosità. Poi lo sguardo cade in basso, sull’ultima fila di imitazioni: ci sono una decina di camoline da temolo, chissà quanto tempo fa finite in quella scatola in seguito a un attacco di pigrizia. Spostarle nell’apposito contenitore, evidentemente, era troppo faticoso. In testa inizia a muoversi qualcosa, a velocità sempre maggiore. E’ come se all’improvviso mi fossi ricordato che in fin dei conti la camolera è la mia tecnica preferita, e che ormai sono passati dieci mesi dall’ultima volta che ho buttato una camolera in un fiume, e che dentro di me c’è un desiderio fortissimo di tornare a farlo. Sentire il piombo sui sassi, il cimino che oscilla: la serie di passate ritmiche che scandisce i pensieri. Mi attivo subito: estraggo la cannetta da cucchiaino, costruisco alla buona tre nodi scorsoi e alla fine della lenza schiaccio coi denti qualche piombino, che ovviamente è l’unica cosa che al momento ho in dotazione per far affondare il filo. Non saranno il temolino verde in balsa, ma proveranno a sostituirlo. Getto nella mischia un terzetto strano, al confine tra gioco e strategia: portasassi giallo carico, ninfetta verdina, portasassi grigio sporco. Poi, come sempre, il resto spetta al fiume, o all’arbitrio dei pesci.

Parte il primo lancio, e immediatamente mi sento benissimo. Non mangerà nulla? Nessun problema. Non hanno mangiato per una giornata, sarà mica un problema andare a vuoto anche per queste restanti ore. In compenso, però, c’è un brivido strano: in parte è piacere sensoriale, nel vedere il nylon che fa pancia sull’acqua, nel sentire la resistenza del fondale, nel lanciare a una mano senza sforzo dopo faticose e imprecise frustate; in parte è l’orgoglio bizzarro di essere in California e di restare comunque attaccati alla propria tradizione, quella con cui si ha imparato a pescare negli anni. Una camolera in America, suona quasi come il titolo di un film tragicomico.

La passata è a dir poco imperfetta: la corrente è deboluccia, il tappeto di alghe del fondo insudicia di continuo le camole, i piombini scorrono a fatica. Ma, seppur tra mille esitazioni e sollecitazioni della canna, la lenza riesce quasi sempre a disegnare una traiettoria dignitosa verso valle. Mi sento rinato.
Il tempo continua a passare, ma ora è un alleato: persa di vista la schiusa, si aspetta solo che la temperatura scenda, che il sole si dia una calmata. Il susseguirsi delle passate dà ossigeno ai pensieri. Poi, vibrante come le emozioni vere, incredibilmente arriva: due colpi decisi, e la lenza schizza verso monte. E’ una mangiata isterica, quasi nervosa: nulla a che vedere con il lungo scrollone di un temolo dell’Adda. Non è una bestia, e infatti, dopo qualche piroetta, è già arrivata ai miei piedi: è un’iridea di quasi trenta centimetri, dalle pinne splendidamente rifinite e con una striscia rosa spettacolare. Ha mangiato sul mortasassi giallo, e il cappotto è evitato. Fatte le foto di rito, la rilascio e continua a pescare. Non mi fermerebbe più nemmeno la fine del mondo. Le passate si susseguono, e sembrano quasi più regolari di prima. Ormai i minuti sono solo un orpello inutile. Siamo solo io, la camolera, il Calaveras. Dopo un lancio sottoriva, l’esca non ha nemmeno il tempo di affondare: una forza mostruosa mi strappa quasi la canna dalle mani, e faccio appena in tempo ad allentare la frizione. Ovviamente si è autoferrata. Eccole qui, le vere iridee di America: furbe, native, con le pinne a posto e una forza epica. Il pesce punta verso il fondo, poi risale la corrente e salta completamente fuori dall’acqua. La avvicino pian piano, ma la vista della riva le fa paura più di ogni altra cosa. E’ un divertentissimo tira e molla, finchè finalmente faccio emergere la testa e la porto a tiro di flash: mille scatti, da tutte le angolature, per ridurre a immortale simbolo un pesce incredibilmente concreto. Dovrebbe aggirarsi sui 40, o 14 inches come dicono qui, ed è completamente argentata: ci sono una miriade di punti neri, e una striscia rosa quasi impercettibile. Anche questa volta è andata sul portasassi giallo.

Passano altre mille infruttuose passate, e decido di spostarmi a monte. Ho perso di vista Matt, sai mai che si sia stufato di pescare. In realtà l’amico è ancora lì, a insidiare la bestia di prima. Spostiamo la macchina dal sole, cosa che, fatta alle 6.30 di sera sembra quasi una presa in giro al buon senso, e ci concediamo l’ultima ora di pesca sul tratto di fiume più a monte, prima che il buio ci mandi via a calci. Matt prova ancora a secca, confidando in un’altra botta di fortuna. Io, ovviamente, rimango fedele alla camolera. Trovo un correntino basso ma ammaliante, non fosse altro che per due splendidi rami a capofitto sull’acqua dalla riva opposta. Le passate ricominciano, addolcite dal tramonto.
Dopo qualche lancio impreciso, raggiungo finalmente il filo di corrente che passa davanti al ramo. Chi mi ha insegnato questa tecnica commentava così i miei lanci azzardati, con modalità tutt’altro che amichevoli: «La camolera è come il verme in torrente. Un centimetro più in là o in qua fa la differenza. Non lanciare a caso». Seguivano poi epiteti assortiti, non proprio rassicuranti. La lezione, però, è tremendamente utile. Appena faccio cadere l’esca dove intendevo, si materializza la solita forza bruta, che non mi lascia nemmeno il gusto di ferrare. Sono le maniere rudi delle iridee oltreoceano, cui mi converrà abituarmi. Questa lotta con calma olimpica: niente salti, niente spruzzi. Resiste passivamente a pelo d’acqua, puntando il muso controcorrente. Approfitto della sua staticità per immortalarla ripetutamente, poi mi impegno a portarla a riva. Anche questa sfiora i 40, ma ha colori intensissimi e le pinne orlate di bianco. Ha attaccato la ninfetta verdina.

Ormai è notte, e le zanzare ci sorvolano minacciose. Raggiungiamo la macchina senza parlare, ognuno ringraziando il fiume per quello che ha dato. Non abbiamo ancora mangiato nulla in tutto il giorno, e ci aspetta un magnifico fast-food ai bordi della rete autostradale di Stockton. Hamburger e patatine, mentre ognuno mostra all’altro le foto di giornata. Non sono polenta e cervo, ma lo stomaco lo sanno riempire. Dieci ore di pesca, cinque pesci in due. A chi mi rimprovererà di non aver portato abbastanza souvenir al ritorno in Italia, mostrerò le immagini, e forse consegnerò il mitico portasassi giallo. Sempre che non se lo porti via un king salmon nella prossima avventura.

Home - News - Blog - Tecniche - Itinerari - Prodotti - Esche - Esperti - Campioni - Foto -POL Junior
Newsletter | Forum | Ricette | Gare | Link | Pesci | Video | Acque | Negozi | Contatti | Club | Mercatino | Incontri | Pagine blu

www.pescareonline.it- infopostapescareonline.it
Tutti i diritti riservati

Credits: Marg8.com