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Una dolce ossessione
di Cristian Moretti (nick Nonno Ippei) - Concorso Amarcord: 4° classificato


Lo scenario degli anni più felici della mia vita, quello a cui sono legati i miei più bei ricordi, le più belle sensazioni e le emozioni più forti è uno soltanto: Il lago di Annone.
Anche in testa, nello spensierato periodo che va dalla fanciullezza all’adolescenza, mi ronzava un pensiero unico, un chiodo fisso, una sola dolce ossessione: ANDARE A PESCA.
Questo lago è situato nel basso Lario ed ha una forma particolare. Sono due bacini uniti in un punto, quindi un lago soltanto diviso in due da una sottile striscia di terra, ma a seconda della sponda prende il nome delle più note rive che bagna: Oggiono da una parte ed Annone appunto dall’altra.
Varie sono le leggende riguardanti la conformazione del lago, alcuni dicono sia addirittura di origine vulcanica, ma la verità non la so e diciamo che mi godo volentieri l’alone di mistero che circonda l’origine di questo lago a me tanto caro. Pure sul punto di giunzione pare vi sia una leggenda. In quel punto si narra che vi sia un ponte sommerso e che quel punto sia pescosissimo, pare che lì trovino rifugio lucci e persici reali da sogno.

Tornando alla realtà e per un attimo abbandonando il clima fiabesco si può affermare che la fauna ittica sia delle più variegate, manca solo la trota.
Diciamo che come pescatore sono nato sulle rive di questo lago alla tenera età di circa 6 anni perché assieme ai miei genitori trascorrevo i week-end in un campeggio a Civate e poi nel 1998 acquistammo una casa a Galbiate, un paese a 10 minuti dalle sponde del lago.
Il sabato, come di consueto, i miei genitori mi attendevano all’uscita della scuola e via direttamente, un trancio di pizza in macchina con un solo grande punto interrogativo in mente: sta volta come pesco ? Prenderò anche questo week-end un bel luccio ? Se per caso ero fortunato e si partiva di venerdì pomeriggio, allora la speranza era di arrivare prima che facesse scuro. Non volevo farmi mancare quel momento perché una volta un signore mi raccontò che i pesci più belli si pescano nella scia rossa di tramonto che lascia il sole sull’acqua quando scompare fra le montagne. Non presi mai niente in quel modo, ma mi piaceva pensare che fosse vero.

All’epoca era il luccio la mia “droga”. Vivevo tutta la settimana pensando solo al luccio. Fortunatamente il posto ne è colmo e la cattura di uno o due esemplari è all’ordine del giorno, anche se purtroppo i cappotti sono stati anch’essi frequenti. Una volta dedicato il giusto tempo ad insidiare l’esocide, il resto del week-end era speso cercando di agganciare scardole, carpe e carassi a canna fissa o all’inglese il più delle volte immerso con lo scafandro in acqua fin sopra l’ombelico e col tormentone di mia madre sempre li a ronzarmi in testa: “stai attento che è pericoloso”. Ma io incosciente e spensierato caricavo le mie canne nella sacca, indossavo il mio giubbetto multitasche, gli stivaloni ascellari e partivo col motorino verso nuove avventure lasciandomi i consigli della mamma, la scuola, le ragazzine e tutto il resto alle spalle. Con un colpo d’acceleratore del mio motorino evadevo, staccavo la spina. Il mio caro vecchio scassato SI Piaggio, gli amici lo soprannominarono Gianni Bugno perché era senza variatore ed al minimo falso piano c’era da pedalare non poco e di salita io ne avevo da fare proprio un bel po’ per tornare da Civate a Galbiate. Spesso dovevo addirittura scendere e spingere. Immaginatevi uno tutto bardato con tanto di scafandro in gomma, giubbotto da pescatore, sacca delle canne a tracolla che sistematicamente parte e sa già che al ritorno spingerà il suo motorino in salita e poi ditemi se non ho qualche rotella fuori posto, ma quelle salite non mi sono mai pesate, perché una volta rincasato avevo sempre qualcosa di straordinario da raccontare, che per gli altri era soltanto una qualsiasi giornata di pesca. Poi mi presero il Fantic, altra vita, ma le corse col SI avevano un sapore tutto loro.

Rammento le discese a rotta di collo a motore spento per risparmiare miscela, le dita ghiacciate che parevano doversi spezzare, un sentiero sterrato con la brina che faceva sbandare le mie ruote quando partivo ancora col buio d’inverno e poi il profumo di glicine in primavera attraverso i campi. Arrivato in riva al lago diventavo un altro. La mente si resettava, non mi importava di prendere o meno pesci, lì ero nel mio ambiente, mi godevo la calma del lago, i fiori di loto, il paesino montano di fronte che si specchiava sull’acqua, i rintocchi del campanile di Civate suonavano ore dolcissime. Stavo bene. Tanto liete erano le mie uscite a pesca che spesso passavo delle mezz’ore seduto sulla riva con la canna rigorosamente in pesca, ma disinteressandomi a tratti del galleggiante, stavo li come inebetito, mi perdevo a fantasticare, a rilassarmi e godermi lo spettacolo della natura ed a sognare sull’idea di voler fermare il tempo in quell’istante. A casa tornavo solo per mangiare e dormire, poco direi perché non mi facevo mai mancare nella bella stagione l’uscita serale con tanto di canna a fondo col campanello e la fissa con lo starlight. Più avanti, nel 1999 presi una roulotte e la misi sempre al vecchio campeggio, in una piazzola proprio in riva al mio caro lago di Annone. In quel periodo, con la nostalgia di quando ero ragazzino e dei bei tempi andati trascorrevo i week-end con la fidanzata sempre lì e come allora, come se non fossero passati 10 lunghi anni, perfino all’ora di pranzo la canna doveva sempre essere in acqua, una mano alla forchetta, gli occhi fissi sul galleggiante e la povera ragazza che scuoteva la testa e rimuginava su che razza di deviato mentale le stesse di fronte.

Oggi il campeggio non c’è più e ripenso con nostalgia a quei momenti magici, alle lunghe giornate passate solo ed esclusivamente a pescare, ai profumi ed ai colori che mi riempivano il cuore di gioia, dettagli insignificanti, ma che mi coccolavano e mi facevano da preziosa cornice a questo dolce periodo. La mente poi mi torna incredibilmente a quando da bambino presi il mio primo pesce, con una canna di bambù in tre pezzi. Slamato poggiandolo al terreno, mi cadde in acqua mentre lo risciacquavo per portarlo a vedere a mio padre che fece finta di non credere che fossi riuscito a prenderlo. Si trattava dì una lasca, nient’altro che un piccolo pesciolino sfilato dall’acqua vicino ai canneti, ma per me il più grande trofeo. Ricordo inoltre con piacere la prima volta che presi dei pesci di taglia, quel giorno presi due scardole con una vecchia bolognese in fibra di vetro montata come se fosse una fissa ed innescando del pane volutamente avanzato a pranzo e messo in tasca furtivamente. Erano sopra il mezzo chilo. Avevo circa 8 anni e non sapendo come fare a slamarle perché avevano ingoiato l’amo invocai in entrambi i casi a gran voce papà che era in casetta poco lontano. Penso che le mie urla siano state udite a chilometri di distanza ed ancora oggi in famiglia spesso se ne parla. Insomma i ricordi sono tantissimi, uno più bello dell’altro, ma quando si avvicinava il periodo di frega dei Persico-Trota allora era la vera festa e la mia attività piscatoria diveniva morbosa.

A metà aprile i Black-Bass facevano già le tane vicino riva e stavo li a lanciare e rilanciare e lanciare ancora l’artificiale o una lenza con grosso amo con innescati uno o due vermi raccolti da una letamaio poco distante finché non abboccavano ‘sti bestioni enormi. Mi dimenticavo della mia allergia al polline, abortendo starnuti a ripetizione e con gli occhi gonfissimi e pruriginosi stavo lì chino in avanti al limite dell’equilibrio, teso, concentrato al massimo, con la speranza di vedere il pesce inghiottire l’esca, sentire uno strattone che tendesse il filo e mi stappasse le braccia. E quando accadeva, mi sentivo sull’Olimpo, il cuore cominciava a battere all’impazzata, una scarica di adrenalina mi dava la forza per ferrare e lo stridere della frizione di un vecchio mulinello lo udivo come il più incantevole dei suoni. Inutile dirvi quante volte sono arrivato tardi a pranzo o cena perché dovevo prendere il “boccalone grosso”. Quei ritardi mi vennero sempre perdonati con un dolce sorriso ed una affettuosa grattatina sulla testa.

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