
La mosca del pane
Di S.Zucchetti
Che estate insulsa l’estate di quell’anno, la pioggia cadeva tanto fitta che c’era da perdersi.
I cartelli segnaletici si leggevano a stento anche dopo essersi fermati accostando la vettura al ciglio della strada, figurarsi mentre le ruote correvano.
<Comprati un bel navigatore satellitare> gli avevano detto. <Mai! Tolgono al viaggio tutto il bello dell’avventura. >
Aveva ribattuto Erminio e adesso, ripensando a quella risposta, si sarebbe preso a calci nel didietro fino alla meta, la sospirata meta.
Alle sue spalle dolcemente distesa sul sedile posteriore, avvolta nel caldo velluto blu di un fodero nuovo nuovo, c’era la sua fedele bacchetta, con la quale da anni e anni menava le danze, invitando cortesemente al guadino le trote più belle. “Già le trote più belle... dove cavolo si andranno a ficcare dopo questo diluvio?” si chiese. Una rapida occhiata alla striscia d’acqua fangosa che scorreva a fianco della carreggiata lo gettò in uno sconforto più nero del cielo.
Era solo un canale d’irrigazione, è vero, ma perché mai il fiume avrebbe dovuto subire una sorte migliore? E invece quando, entrato nella cittadina di Siegsdorf, passò proprio sopra il Traun e vide che era, sì, di un colore opalino che dava un po’ sul marrone ma non certo un fiume di mota, si rincuorò pensando che per questa volta le trote non sarebbero scivolate chissà dove e che forse avrebbe potuto benissimo pescarle già l’indomani.
Dopo aver sbagliato strada un paio di volte ed avere ripetutamente imprecato contro tutti gli dei dell’Olimpo, giunse finalmente alla casetta che aveva affittato.
Di scaricare la macchina però non se ne parlava nemmeno.
Pioveva ancora piuttosto forte. Infilò dunque un CD nel lettore, reclinò il sedile e si mise comodamente ad ascoltare le note di una vecchia canzone inglese che s’intonava perfettamente a quel tempo del cavolo.
Perché diavolo si era spinto fino in Baviera sotto quella maledetta pioggia torrenziale?
Il piano era semplice: trascorrere una settimana di sudate ferie solo soletto, facendo una delle due cose più belle al mondo: pescare.
Per esserci dunque il piano base c’era ma per quanto riguardava la sua attuazione, visto la disastrosa situazione meteo, era davvero meglio non pensarci.
Il rombo di un trattore svegliò Erminio di soprassalto. “Porca miseria! Mi sono addormentato come un bambino”, pensò guardando l’orologio nel cruscotto e notando che erano passate quasi due ore dal suo arrivo, “Va beh, cosa pretendi? Ti sei sciroppato un mucchio di chilometri, tutti quanti sotto l’acqua e praticamente senza mai fermarti…”
Si accorse che non pioveva più e con un sorriso si voltò inconsciamente verso la canna e allora attraverso l’ampio lunotto posteriore vide il sole basso del tardo pomeriggio fare capolino da una grossa nuvola piacevolmente chiara.
Scese dall’auto e si mise a scaricare di buona lena.
La casetta non era affatto male: il tetto spiovente, le persiane di legno e le tendine alle finestre, il giardino ben curato, la veranda sul retro che dava su un bel prato fiorito contornato dal bosco.
Molto romantica, forse troppo romantica per un uomo solo, anzi decisamente sprecata, come aveva fatto intendere l’anziana proprietaria che insieme alla chiave aveva lanciato un’occhiata perplessa ad Erminio.
<Cara signora, a pescare la trota più grossa della tua vita non ci vai mica con moglie, baracca e burattini!> avrebbe voluto risponderle, o qualcosa del genere, ma il suo tedesco piuttosto approssimativo gli consigliò un semplice sorriso di rimando, condito dallo sguardo di chi la sa lunga.
La mattina seguente, di buon ora, era sul Traun, senza canna, s’intende.
Avrebbe soltanto fatto quattro passi, studiata la situazione e magari fatto il permesso per pescare, tutto qui. Quasi da non crederci eppure, dopo il mezzo finimondo del giorno prima e della notte appena trascorsa, il cielo era magnificamente azzurro e soltanto qualche placida nuvoletta pascolava pigra sulla cresta dei monti.
Erminio bevve avidamente quell’aria fresca e frizzante, e si vide immediatamente costretto a pensare a quanto bello fosse respirare.
L’odore della campagna zuppa di pioggia, lo portò indietro tanti e tanti anni, quasi cinquanta, a quando cioè, bimbetto dai calzoncini corti e gli stivaletti gialli, trotterellava allegro appresso alla zia Marta, aiutandola a raccoglier le lumache.
Erminio allora alzò ingenuamente lo sguardo a cercare l’arcobaleno di quel giorno, un arcobaleno semplicemente meraviglioso poiché era stato il primo che avesse mai veduto.
Non ci è dato sapere perché un tipo piuttosto selvatico come lui si fosse cacciato nella trappola della città senza aver mai avvertito l’imperativo categorico della fuga, neppure quando ogni marciapiede, ogni piazza, ogni strada si erano riempiti di automobili sporche, neppure quando il rumore, la puzza e la bruttezza avevano preso definitivamente il sopravvento.
Capita come è capitato a tantissimi altri.
Ci si fa l’abitudine, gran brutta bestia l’abitudine.
Se solo avesse davvero voluto, indipendente com’era, avrebbe potuto benissimo abbandonare quel suo posto di direttore e il suo bel appartamento in centro per tornarsene in campagna. Ma la verità è che ormai era un animale di città, come i merli che vedeva ogni mattina saltellare nel parco di fronte al suo palazzo, e probabilmente in un paesino non avrebbe resistito che poche settimane.
Tuttavia, così come non occorre nascere e crescere in riva al mare per diventare grandi navigatori, Erminio aveva comunque imparato della natura assai più di quanto ci si possa ragionevolmente aspettare da un cittadino. In questo, soprattutto, era stato un uomo decisamente speciale.
E, sacrificando alla sua passione infinite ore di sonno e macinandosi migliaia e migliaia di chilometri in andate e ritorni tra metropoli e corsi d’acqua, era diventato un pescatore ancor più speciale.
Per comprendere quanto speciale fosse, sarebbe bastato seguirlo nella sua prima ricognizione del fiume di quella mattina.
Oh dio, certo che fiume è una parola grossa: il Traun nei dintorni di Siegsdorf più che un fiume è un grasso torrente che discende pigro e indolente per la sua verde valle, senza troppi salti né curve, in pendenza, sì, ma solo quel tanto che basta a scivolar via.
Solo qualche decina di chilometri più avanti, si sarebbe popolato di cavedani, di Nasen, di barbi e persino di qualche bel luccio.
Qui era ancora il regno incontrastato della signora delle acque correnti: la trota.
Ermino s’incamminò lungo la riva. Non c’era un greto vero e proprio.
Le sponde si alzavano a formare una sorta di piccola massicciata naturale; difficile dire se lo fosse per davvero o se fosse stata sistemata così dall’uomo nel corso dei secoli. Il fiume, la campagna, i boschi, le colline tutt’intorno, ogni cosa era praticamente perfetta, così ben curata da sembrare dipinta. Non c’era alcuna immondizia e i sassi chiari, le grosse pietre linde e luccicanti testimoniavano la completa assenza di scarichi, malgrado nella zona ci fossero diverse fattorie, allevamenti e persino qualche piccola azienda manifatturiera.
“Qui sì che hanno fatto le cose per bene” si disse.
A ben guardare, per un pesce sguazzare in un fiume come il Traun è proprio una gran fortuna, altro che! Provate un po’ a fare il paragone con le povere trote rimaste in quei poveri rigagnoli sporchi che sono i nostri fiumi italiani d’estate e poi mi direte. Quell’angolo di Baviera era davvero idilliaco.
Sì, certo... però dov’erano i pesci?!
“Dove diavolo sono finite le famose trote del Traun?” si chiedeva Erminio. Salito sino al sentiero che costeggiava il fiume un paio di metri più in alto, lo percorse per una manciata di lunghi minuti, lo sguardo nell’acqua, a scandagliare le buche e i giri d’acqua più promettenti, sfruttando la posizione seminascosta e sopraelevata che quel cammino gli offriva.
Nulla, neanche mezza pinna.
Erminio cominciò ad avvertire una leggera inquietudine.
L’acqua non era ancora tornata del tutto limpida ma si poteva senz’altro vedere abbastanza da intuire se non altro la sagoma di una grossa trota guizzante, invece: niente di niente.
“Forse questo fiume non è poi tanto ricco di trote come dicono” pensava proprio quando, giunto a una leggera curva ove l’acqua si allargava in una piccola ansa più profonda, improvvisamente intravide un’ombra scura.
Ancora una volta era stato bravo ad immobilizzarsi appena in tempo.
“Eh.. L’esperienza di trent’anni conterà pur qualcosa..” si disse con un certo orgoglio.
Quella trota, completamente ignara della sua presenza, continuò a pinneggiare pigramente dietro alla sua pietra, il capo rivolto verso la corrente.
“Gran bel posto ti sei scelto, bella mia. E’ come mettersi davanti al banco mobile di un sushi-bar che prima o poi qualcosa di allettante arriva”.
Rimase qualche istante così, ammirando quel bel pesce e sperando di vederlo salire a ghermire qualche insettino portato dalla corrente.
Non c’era stata alcuna bollata tuttavia quella prima trota era servita a dargli fiducia e così si rimise in marcia di buona lena.
Nei successivi dieci minuti non scoprì che, in poche spanne d’acqua, qualche piccola fario dalla livrea bellissima brillare al sole e, presso la foce di un vivace torrentino, un discreto esemplare solitario. Poi, da dietro un folto cespuglio che nascondeva alla vista per un breve tratto tutto quanto il fiume, sbucò il primo manufatto, un ponte di pietra. Vedendolo Erminio si rese improvvisamente conto che non stava affatto cercando un buon posto per pescare né diligentemente esplorando il fiume per saggiarne le potenzialità. No, lui stava cercando lei, Sua Maestà, la trota impossibile, la trota più nobile, la più bella, la più incredibile, quella capace di segnare, per sempre, indelebilmente, la sua vita.
Questo cercava, un posto speciale in quel fiume fantastico dove avrebbe potuto risiedere la sua splendida regina. Il ponticello grigio prometteva bene ma appena giuntovi capì alla prima occhiata che non c’era da illudersi.
La buca a valle dell’unico pilastro centrale era effettivamente piuttosto lunga e marcata più a valle da un paio di massi, tuttavia non era abbastanza larga e profonda.
Poteva contenere magari qualche discreto esemplare ma non lei. Quella era tutt’al più una rispettabile dimora, non certo una residenza regale.
Mentre Erminio scrutava i contorni della pozza, improvvisamente una lunga schiena verde scuro guizzò da sotto al ponte e andò a posizionarsi vicino al pietrone di destra, ove come per incanto si materializzarono le sagome di altri due salmonidi più meno delle dimensioni del primo.
“Accidenti”, pensò Erminio, “Adesso sì che cominciamo a ragionare! Quelle tre signorine sono tutte piacevolmente soprappeso.”
Rincuorato dall’incontro, si mise a macinare ancor più avidamente gli imprecisati metri che lo separavano dalla prossima scoperta.
Percorse così almeno un chilometro sino a che, dietro un bel filare di alberi, scorse un casolare accanto al fiume, che proprio lì si allargava dopo un leggero salto, e un pescatore che, immerso nell’acqua sino alle ginocchia, frustava ritmicamente verso la riva opposta.
“Bene, ecco finalmente un collega a cui strappare qualche informazione. Speriamo sia esperto del posto” pensò. Si avvicinò piano senza aprir bocca e rispettosamente si mantenne a diversi metri dalla sponda. <Oh, buongiorno> disse in tedesco l’anziano signore non appena si accorse di Erminio.
<Buongiorno. Come va?>
<Non bene. Maledetta pioggia! E’ difficile pescare in queste condizioni.>
< Non ha preso niente?>
<Soltanto una trotella molto stupida e affamata.>
<E trote grandi? Ci sono trote grandi?>
<Ma certo, ci sono bestie grosse come Huchen e furbe come i vecchi cavedani del Chiemsee. Più in giù, a una ventina di minuti a piedi, proprio davanti al Forellenhof, nella grande buca sotto il vecchio ponte coperto, ce ne sono addirittura di gigantesche.>
< Hmn.. Quanto gigantesche?>
<Mah, difficile dirlo… Così, a occhio, un paio sono sicuramente sopra i cinque chili.
Ma chi può saperlo con certezza?
Nessuno è mai riuscito a tirarle fuori.
Anzi accetti il consiglio di un vecchio pescatore di qui. Lasci stare, le lasci perdere! Sarebbe tutto tempo buttato via e si rovinerebbe soltanto il fegato…
Quelle dannate ne sanno una più del diavolo. Non c’è mosca artificiale che non abbiano già visto e sdegnosamente rifiutato.
Non abboccano a nessuna, in nessun momento, per nessunissima ragione. Mi creda é così sin da quando ero ragazzo. Se riescono a crescere oltre una certa misura, le trote del Traun non si fanno più fregare. Qui ormai ci tentano solo i forestieri sprovveduti come lei, senza offesa s’intende.>
< S’intende… Dove consiglierebbe di provare, allora?>
<Beh, questo angolino ad esempio, di solito non è affatto male. Lunedì scorso, la mattina presto, ho preso una bella fario sui due chili… oppure può provare più in su, appena a valle del ponte di pietra… Se viene da Siegsdorf, dovrebbe averlo incontrato venendo qui. >
<Sì, l’ho visto e ha ragione, c’era anche qualche buona trota…>
<Bravo! Peschi lì domani; sempre ammesso che non venga un altro acquazzone… stramaledetto tempo! La licenza per turisti ce l’ha già? Altrimenti può farla dal borgomastro su in paese. E’ consentita esclusivamente la pesca a frusta. Niente cucchiai né esche naturali, mi raccomando! Qui da noi le multe sono belle salate.>
<Grazie del consiglio ma non c’è pericolo. Sa, noi siamo colleghi. Sono un moschista anch’io. >
<Molto bene. Ah, per sua informazione, l’ufficio comunale chiude alle 12:00 ma poi riapre dalle 14:00 sino alle 16:30, se non ricordo male>
<Lei è molto gentile. Grazie e arrivederci!> disse Erminio allontanandosi.
<Petri Heil!>, rispose il vecchio.
Si sentiva come un nipote birichino al quale il nonno ha inutilmente raccomandato di non fare una certa cosa.
Dopo aver percorso qualche decina di metri passeggiando tranquillamente, una volta sicuro di non essere osservato, accelerò tremendamente il passo, come un innamorato che si reca al primo, sospirato, appuntamento.
Superò un sacco di altri angolini promettenti e certamente ricchi di trote senza degnarli di un solo sguardo.
Ora che sapeva dov’era il castello fatato non vedeva l’ora di visitarlo.
Ci arrivò col fiatone e ci arrivò mentre il cielo inaspettatamente si faceva cupo, minacciando un nuovo temporale, ma ci arrivò; del resto probabilmente non l’avrebbe fermato neppure l’uragano Katrina.
Certo che quello era davvero un posto da cartolina tanto da immaginarsi sotto una bella didascalia: - Vecchio ponte coperto sul Traun presso il Forellenhof - Alla destra del ponte c’era un antico albergo immerso nel verde, il Forellenhof appunto, mentre alla sua sinistra, come in un’altra dimensione temporale, correva la striscia d’asfalto della Landstrasse per Ruhpolding.
Appena superato il ponte, il fiume si allargava e diventava più profondo, così, quasi a darsi un tono per meglio reggere la scena. In realtà, a Erminio bastarono un paio di occhiate per capire che, tanto per cambiare, i bavaresi ci avevano ancora messo lo zampino.
Lo spettacolo era ben organizzato. In tempi remoti, le sponde erano state spianate per consentire alle mandrie e alle greggi di abbeverarsi più agevolmente presso quello che originariamente doveva essere stato un guado naturale.
La lunga e profonda buca a valle del ponte invece, era probabilmente ciò che restava di una vecchia pescaia, scavata nel letto del Traun per rifornire di trote la locanda. L’esplodere improvviso di un tuono in lontananza, come un rullo di timpani fatale, proprio mentre Erminio abbandonava il sentiero tagliando in diagonale il prato verso il ponte, conferì pathos alla scena. Forellenhof … ovvero “La corte delle Trote”, nessun altro nome avrebbe potuto essere più azzeccato! Quale dimora migliore per una regina?
La pesante cappa di nuvole scure, calando improvvisa da nord, aveva completamente ricoperto la valle così che il riflesso del sole sull’acqua era scomparso del tutto. Ciò agevolò di molto il compito d’Erminio. Un rapido sguardo dall’alto del manufatto bastò a inquadrare la situazione. Grandi pesci si muovevano sul fondo, scartando ora a sinistra ora a destra come a seguire una traccia sinuosa di profumo. Erano splendide trote arcobaleno.
Una, due, tre, quattro trote, tutte abbondantemente sopra il mezzo metro di lunghezza. Nuotavano appena a valle del ponte.
Oltre l’acqua si faceva ancor più profonda e non permetteva di vedere più nulla. Un rumore di passi affrettati alle sue spalle e una risata acerba distolse l’attenzione di Erminio, il quale voltatosi di scatto, si trovò di fronte tre ragazzetti.
“Saranno corsi qui a ripararsi prima che scoppi il temporale”, pensò.
Sbagliava perché, salutatolo educatamente, si accostarono al parapetto e si misero a parlare fitto fitto. Quindi il più piccolo di loro si sfilò dalle spalle uno zainetto logoro e ne trasse una borsina di plastica che, per quanto assurdo fosse, pareva contenere dei sassi tondi e chiari.
No, non erano sassi, erano Semmeln, i caratteristici panini bavaresi!
E il ragazzino li distribuì allegramente ai suoi amici, un paio a testa. Ma invece di mangiarseli, presero a spezzettarli e a gettarli giù dal ponte.
Erminio rimase alquanto sorpreso. In quel posto non c’erano anatre né cigni né si vedeva alcun altro animale che potesse godere del banchetto gentilmente offerto.
Sbagliato di nuovo, il primo tozzo di pane aveva appena toccato l’acqua formando un paio di cerchi invitanti che già la prima trota era salita veloce dal fondo a risucchiarlo avidamente come una carpa di stagno. “Mi prendesse un accidenti!” si disse Erminio, osservando incantato la scena
. Quei salmonidi enormi facevano a gara ad ingozzarsi! I pezzettini di pane sparivano tutti quanti, uno dopo l’altro, senza scampo.
Poi, ad un tratto, uno dei bambini prese la rincorsa e lanciò un pezzo più grosso diversi metri in là, fuori dal raggio d’azione delle fameliche iridee.
Cadde al centro della grande buca e ivi indugiò per un lungo istante, aiutato dal giro d’acqua nonché dal vento che aveva preso a soffiare controcorrente. Proprio allora i primi pesanti goccioloni cominciarono a crivellare l’acqua e a picchiare forte contro la tettoia del ponte. Il temporale li aveva raggiunti.
Adesso vedere sotto la superficie era impossibile tuttavia Erminio rimase a fissare incuriosito quel tozzo di pane più lontano.
“Eccola!” gridò uno dei ragazzini, facendolo sussultare. Il fiume sotto il boccone galleggiante d’improvviso si gonfiò e una forma aguzza, una sorta di grosso becco nero, tagliò l’acqua, ricoprendolo. Un secondo dopo il pane era sparito!
Per un attimo Erminio tornò piccino e credette che se lo fosse mangiato un mostro degli abissi.
Poi chiese ancora incredulo < Was war das?! > cioè <Cos’era?!>
I tre ragazzini si guardarono incerti. <Una trota gigantesca. Ecco cos’era!>, echeggiò una profonda voce alla sua destra, in perfetto tedesco ma con accento decisamente straniero.
Erminio si voltò e si trovò di fronte un uomo alto e robusto, in una tenuta talmente impeccabile che pareva saltato fuori dritto dritto dalla copertina di un catalogo di attrezzature per la pesca a mosca.
Portava dei bellissimi waders a scarponcino e salopette sopra un’elegante camicia beige fresca di tintoria, al collo un foulard in tinta e sulla testa un cappellino con alcuni splendidi streamer e altre coloratissime imitazioni fantasia.
Attraverso una barba sale e pepe, abbastanza folta ma ben curata, il nuovo arrivato sorrise scuotendo il capo. <No, no, no. Non c’è niente da fare.>
Poi porse la mano a Erminio. < Jacques Péquegnot. Piacere> <Erminio Grandi, piacere. Siete francese?>, rispose Erminio nell’idioma del nuovo arrivato.
<Ma certamente così come certamente voi siete italiano! Sono qui da una settimana, sto al Forellenhof insieme a due buoni amici pescatori. Di trote ne abbiamo prese parecchie e piuttosto belle in altri angoli del fiume.
Qua no, non ne vogliono sapere. Ci hanno provato un po’ tutti, sapete. Io ci avevo rinunciato subito, credo saggiamente.
Ma poi tre sere fa, quando sono venuti a gettare il pane, è saltata fuori lei! Non ho resistito. Mio dio, quella trota sarà lunga più di un metro e così ho sprecato inutilmente tutta la mattina successiva cercando di trovare la mosca giusta per ingannarla.
E’ quasi una fortuna che siano arrivati i temporali altrimenti a forza di tentativi sarei diventato matto. Non c’è verso, soprattutto con quella.. me l’ha spiegato anche il padrone dell’albergo. Quella trota sbuca fuori solo quando arriva a tiro un bel boccone di pane e poi scompare… è furba come il diavolo.>
<E’ molto interessante. Non avevo mai visto una cosa del genere e voi?> disse Erminio.
<Trote a pane e acqua? No, mai e meno male che domani ce ne andiamo.
E’ roba da non dormirci la notte!>
<Questo è poco ma sicuro.>
Rimasero a chiacchierare aspettando che spiovesse; l’uno per potere dirigersi sconsolato in albergo a bersi una buona birra in compagnia, l’altro per far ritorno a Siegsdorf tutto contento, dato che lì aveva già trovato più di quanto avesse mai sperato di trovare.
< Sapete, a fine luglio ero in Slovenia sul Soča, il vostro Isonzo. C’erano diversi pescatori italiani. Gente in gamba. Abbiamo preso delle trote molto belle e qualche temolo da fotografia.
Ci sarete certamente già stato anche voi, no?>
Enrico fece un cenno col capo per dire “invece no purtroppo”.
<Oh, Guardate, sembra che stia smettendo finalmente. Anche se non c’è da farci troppo conto. Io per ora preferisco rientrare. Posso offrirvi qualcosa da bere?> chiese Jacques.
<Vi ringrazio, siete molto gentile. Ma è meglio che mi avvii verso il paese. Ho il frigo vuoto.
Devo fare ancora la spesa e anche il permesso di pesca. Arrivederci.>
<Arrivederci su qualche altro bel fiume, chissà?> Erminio guardò un istante quel pescatore da romanzo quindi la buca oltre il ponte mandando col pensiero un tenero auf Wiedersehen anche a Sua Maestà, la regina; infine si incamminò appresso ai tre ragazzini che tornavano, piacevolmente asciutti anch’essi, alle loro case.
Quella sera non fece che pensare a lei e a cento imitazioni, tutte e cento tanto egualmente impeccabili quanto sicuramente destinate a uno sdegnoso rifiuto; solo la stanchezza accumulata durante la lunga giornata e il bicchierino ormai vuoto, lo strapparono alle sue monotematiche riflessioni sotto uno splendido cielo stellato in compagnia di un’ottima Schnaps per condurlo docilmente al suo nuovo letto fresco di bucato.
Si addormentò come un bimbo e sognò il Traun non più opaco ma limpido come acqua di fonte sopra sassi chiarissimi e dentro al Traun una favolosa, gigantesca, incredibile arcobaleno dalla schiena larga una spanna e lunga metà canna.
La trota lo guardava con due grandi occhi neri, freddi ma incredibilmente saggi ed espressivi tanto che Erminio riusciva a sentire chiaramente ciò che volevano dirgli: <Stolto di un pescatore come osi sfidarmi? Sappi che non toccherò nessuna delle tue pur splendide mosche. Farfalline, effimere, grilli, formiche, maggiolini o cavallette, non ne mangio più, proprio più, più, più!>
Il ronzio discreto della sua fedele sveglietta, strappò Erminio da un sonno profondo e ristoratore. Si alzò di scatto e corse immediatamente a scostare la pesante tenda che, in mancanza di tapparelle, avrebbe dovuto servire ad attenuare la luce del sole.
Ma quale sole?
Nuvole, solo nuvole, nient’altro che nuvole grigie.
Non che fosse granché sorpreso però, aveva guardato le previsioni e sapeva che non c’era speranza.
Ecco perché aveva puntato la sveglia alle sette e non alle cinque, come avrebbe fatto normalmente per andare a pescare.
Passò dunque gran parte di questa sua prima intera giornata bavarese a passeggiare sotto l’ombrello, a leggere un buon libro e ad osservare sconsolato dai vetri della sua bella casetta una pioggerella malinconica. Poi, come colto da un raptus improvviso, indossò gli waders, afferrò la canna e la borsa e si diresse di buona lena verso il fiume. Per tutta la strada Erminio si chiese dove avrebbe cominciato a pescare, se mai avesse potuto pescare, e, se mai avesse potuto pescare, come avrebbe pescato. Arrivato sul Traun, gli bastò una rapida occhiata all’acqua per decidere sconsolato che era meglio lasciar perdere.
Certo che è ben strana la testa dei pescatori! Il giorno seguente, seppur poco convinto, Erminio decise di non darla vinta al tempo, comunque incerto ma per il momento asciutto, dirigendosi subito, canna in resta, al ponticello di pietra.
Non voleva infatti cedere subito al pur irresistibile richiamo di Sua Maestà perché sapeva bene che prima avrebbe dovuto misurarsi con esemplari più ordinari per capire come queste bellissime trote del Traun fossero e conoscerle il più possibile.
Già così le sue chances sarebbero state, almeno a giudicare da quanto aveva veduto e sentito, assai prossime a zero ma almeno avrebbe potuto dire di aver pur pescato qualcosa. La sera stanco ma felice, rincasò dopo avere catturato ed amorevolmente rilasciato una bella fario sui due chilogrammi di peso e un paio di arcobaleno abbondantemente sopra il chilo.
Che trote splendide, che colori!
Era stata una giornata discreta, senza pioggia né sole. Poteva dirsi soddisfatto, soddisfatto, sì, ma non certo appagato!
Così il terzo giorno, al calar della sera, dopo un mattino e un pomeriggio trascorsi pescando altrove e catturando ancora due buoni esemplari, Erminio non seppe più resistere e si diresse a passo spedito verso la Corte delle Trote per presentarsi finalmente alla sua regina.
Aveva studiato tutto nei minimi particolari.
Si sarebbe avvicinato quatto quatto, come un amante segreto, e avrebbe lanciato, proprio lì davanti al Suo davanzale, un’enorme mosca secca di pelo di cervo chiarissimo, un’ irresistibile bread fly, abbastanza simile ad una grossa mollica di pane per costruire la quale la notte prima aveva rinunciato ad un’ora buona di sonno. Imitazioni così, che sapesse, le usavano solo moschisti eccentrici o senza niente di meglio a tiro di canna, per catturare stupide carpe o cefali ingordi.
Tuttavia, visto che Sua Maestà aveva scelto tanto furbescamente di cambiare dieta, perché non tentare?
Arrivato a qualche metro dalla grande buca a valle del ponte, si fermò e si inginocchiò, quindi lanciò con convinzione proprio là dove il ragazzino aveva gettato quel pezzo di Semmel.
La sua imitazione cadde sull’acqua leggera leggera proprio come un tozzo di soffice mollica.
Erminio la seguì speranzoso galleggiare piano verso valle sino a che, arrivato alla fine della buca, proprio quando stava per recuperarla per rilanciarla con meno, molta meno convinzione, una forma scura salì lenta dal profondo.
La regina era stata attirata alfine dal devoto omaggio ma ora a pochi centimetri da esso, si era fermata a pinneggiare capricciosa. Forse… Schhh…
Una scia di luce e di colori iridescenti tagliò l’acqua con la velocità del lampo portandosi appresso la bread fly e la sua lenza.
Erminio ferrò istintivamente ma nell’istante esatto in cui ferrò comprese di essere stato gabbato.
“E te pareva! Ecco lo scudiero pronto sacrificarsi per la Sua sovrana”, si disse rammentando i vecchi cavedani del lago che, nel dubbio, lasciano volentieri il posto ai loro giovani nipoti. Una grossa iridea sui tre chili si dibatteva all’altro capo della lenza, un magnifico maschio dal becco ricurvo che avrebbe fatto la gioia di qualunque pescatore, anche di Erminio certamente, in ben altre circostanze però.
Rientrato alla sua casetta, si sedette sulla veranda e rimase nella penombra ad osservare pensieroso il bosco.
“Non abboccherà mai. Non abboccherà mai. Specialmente ora che ha scoperto il mio inganno. Il vecchio bavarese aveva ragione. Il francese aveva ragione. Non c’è mosca al mondo degna di lei. Non abboccherà a nessuna, in nessun momento, per nessunissima ragione.”
E arrivò l’ultimo giorno.
Erminio aveva deciso di partire un po’ prima del previsto, anche perché le nuvole non volevano proprio saperne di togliersi di torno. Aveva proprio voglia di tornarsene al sole dell’Italia ad asciugarsi un po’ le ossa. Non era totalmente deluso, questo no, ma da quando aveva visto quella trota incredibile, qualunque altra cattura gli era sembrata di scarsa importanza. Se mi si perdona il paragone azzardato, era stato un po’ come “agganciare” donne piuttosto facili mentre nel cuore non ce n’è che una, sempre la stessa, quella che ti ha stregato. Non gli restava dunque che una cosa da fare prima di partire: andare al Forellenhof per salutare la sua invincibile regina attraverso lo specchio del fiume. E chissà, magari con un po’ fortuna avrebbe anche potuto rivederla davvero per l’ultima volta. Ora Erminio se ne stava seduto sul prato a scrutare il fiume, la canna appoggiata alla borsa. Non che avesse davvero intenzione di pescare, l’aveva fatto così tanto per salvare le apparenze. Un paio di pescatori erano usciti dalla locanda e gli avevano lanciato un’occhiata furtiva, attraversando il bel ponte coperto diretti ad altre buche.
“Povero fesso”, aveva letto loro in faccia. In meglio o in peggio quella trota da sogno l’aveva cambiato per sempre. Adesso lo sapeva per certo. Ma guarda… anche i tre ragazzetti del primo giorno erano arrivati a completare il quadro. “Completare il quadro, chiudere il cerchio, già…”
Erminio ebbe un sussulto, “ecco il modo!” Afferrò la canna con la mano destra, il finale nell’altra. Con un rapido morso lo tranciò per poi riporlo nella sua borsettina. Quindi ne trasse la bobina del nylon più robusto che avesse, ne tagliò uno spezzone e lo fissò alla coda, legando all’altro capo una grossa mosca giallognola, la più grossa che fosse riuscito a trovare.
A quel punto, posata delicatamente la canna sul prato, salì sino al ponte e chiese ad uno dei ragazzini se potesse cortesemente dargli un Semmel.
Per un lungo istante il biondino lo guardò incerto ma alla fine glielo porse con un sorriso.
<Grazie tante, amico.>, rispose Erminio, e già si era fiondato a larghi passi giù verso la sponda sotto gli sguardi attenti e incuriositi dei giovani.
Giunto lì, spezzò il panino e cercò di assicuravi la grossa mosca, infilzandola nella crosta. No, così non avrebbe funzionato, non poteva funzionare.
Cercò un ramettino verde, lo spezzò a misura e lo piegò a V, infilzandolo a cavallo dell’amo a mo’ di graffetta, posizionandone la punta verso l’alto.
Di lanciare ovviamente nemmeno a parlarne.
Sfilò qualche metro di coda dal mulinello.
Poi, quasi impugnasse una canna fissa, con un movimento molto aperto del braccio destro, di rovescio, sostenendo e accompagnando buffamente il pane col palmo della mano sinistra, lo spedì insieme a mosca e lenza a tre metri o poco più.
Quindi lasciò derivare il tutto verso la reggia reale ovvero la profonda buca immediatamente a valle. La strana esca vi arrivò veloce e indisturbata. Una nuvola sporca si mise tra l’acqua e il sole basso all’orizzonte.
Nella luce diafana Erminio seguì trepidante il boccone indugiare e indugiare nella corrente.
Era un boccone perfettamente identico a quelli che tante altre volte Sua Maestà aveva inghiottito ma questa volta con un moscone giallo, invisibile ai suoi regali occhi, posatoci sopra. “Ohhh porca… possibile!?!” Sì! Una lunghissima ombra scura che diventa botta, una botta così violenta da piegargli un ginocchio e farglielo poggiare a terra per non finire a mollo.
Mai in trent’anni di pesca, Erminio aveva avvertito in canna un colpo del genere, selvaggio e pur tuttavia al tempo stesso frenato come se la gigantesca arcobaleno non appena percepita la primissima puntura dell’amo avesse controllato consapevolmente la sua sorpresa, la sua incredula rabbia, la sua paura e con regale superiorità avesse immediatamente bloccato la sua corsa per sputare sdegnosamente il tutto.
Troppo tardi, il nostro disegnò un arco nell’aria con tutta l’anima in un abbraccio volante, violento e appassionato, connettendosi con una sorta di sublime shock elettrico alla splendida preda.
Nella decina di minuti successivi, ma sembrarono almeno cento, non fu facile capire granché tra spruzzi d’acqua e rabbiose fughe irrefrenabili, se non che l’amo sembrava ben piantato, che il nylon teneva e che pure la fedele canna, benché decisamente inadeguata ad un pesce di tale mole, stava comportandosi ottimamente, rivelando doti di forza ed elasticità davvero straordinarie.
La regina, dopo essersi trascinato Erminio lentamente a valle per almeno una cinquantina di metri, costringendolo a seguirla per non perderla, una volta compresa la situazione di scacco, capitolò più velocemente di quanto ci si sarebbe aspettati. Non tanto per la stoffa del pescatore, che pure c’era eccome, quanto per quella nobilissima del pesce.
Fu infatti come se la trota dopo la strenua lotta e il dolore, ne avesse compreso l’inutilità e avesse optato per la resa onorevole prima di finire umiliata e senza forze, confidando forse nella magnanimità del vincitore.
La splendida preda era andata dunque ad arenarsi su un lembo di sabbia alla fine di un lungo raschio. Erminio si piegò su lei, lasciò la canna e immerse una mano nell’acqua piacevolmente fredda quindi la appoggiò piano sul fianco cangiante della regina appena sotto le pinne pettorali. Allungò l’altra a staccare la mosca che penzolava lenta proprio all’angolo della bocca.
Il tozzo di Semmel chissà dov’era finito. Con un gesto rapido e preciso tolse l’amo e l’enorme trota ebbe un brevissimo sussulto. “No, niente fotografie, bisogna fare in fretta” si disse subito Erminio preoccupato, rinunciando a cercare la macchina che teneva sempre nella borsa a tracolla.
Sfilò invece dal taschino del gilet il suo morbido metro da sarta e si limitò a misurarla amorevolmente come se volesse confezionarle un abito da sera. Poi fece scivolare piano la destra al centro del grasso ventre bianco e sostenendole il capo con la sinistra, la raddrizzò e la spinse nella corrente.
Per un lungo, lunghissimo attimo quell’incredibile arcobaleno, la trota della sua vita, rimase sospesa tra il suo tenero abbraccio e la libertà.
L’accarezzò teneramente e infine le diede un buffetto d’incoraggiamento. Al che Sua Maestà, non sopportando oltre tale sfrontatezza, improvvisamente si scosse dal torpore e partì con un vigoroso colpo di coda, innaffiandolo dalla testa ai piedi. Erminio rimase a guardare l’acqua. Una profonda gioia molto simile alla felicità del fanciullo che ha appena visto il primo arcobaleno della sua vita gli riempì l’animo.
Si sentiva un re, il re dei pescatori che aveva conquistato la regina del fiume. Ci sono ben poche cose in questa strana corsa che è la vita che possano valere il costo del biglietto, la cattura di una trota rara e splendida come quella rientrava di certo nella lista.
<Mensch! Das ist echt unglaublich!Sie haben die alte Königin gefangen! > cioè <Ragazzi! E’ incredibile! Ha preso la vecchia regina!>.
La voce era quella di un signore grande e grosso in un bel grembiule bordeaux.
L’oste guardò pensieroso il fiume e quindi, assai più severo, di nuovo il pescatore.
<Con che l’ha presa?> chiese ad Erminio, con tono diffidente, quasi risentito.
<Questa!> rispose mostrandogli la grossa mosca giallognola sul palmo della mano <Eine Fliege des Brotes, una mosca del pane!>
<Mosca del pane? Mai sentito. A dir la verità mi sembra piuttosto un grossa mosca cavallina, solo molto più gialla!>
Quella meravigliosa trota arcobaleno per potere sfuggire ai suoi invadenti pretendenti aveva dovuto cambiare la sua natura.
Rinchiusasi in una cella a pane acqua era diventata davvero molto grossa e furba ma altrettanto pigra e stanca.
Per colpa o merito di Erminio e della sua mosca del pane fu costretta a cambiare per sempre dieta e vita. Non poteva permettersi di sbagliare di nuovo; una regina che si rispetti non fa mai due volte lo stesso errore. Fu in un certo modo la sua salvezza.
Non avendo praticamente più nulla di cui nutrirsi, tranne qualche raro vermetto regalatole dalla pioggia, durante la grande piena della fine di quell’Agosto lasciò per sempre il suo castello e arrivò giù fino alla pianura.
Lì imparò a cibarsi di succulenti cavedanelli e altri pesciolini e continuò a regnare per molti e molti anni ancora.
Nota dell’autore: ogni riferimento a fatti, luoghi o persone reali è puramente casuale.
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