
Ofanto: a ledgering sul Nilo di Puglia
di Marco de Biase - www.pescanet.cjb.net
Come ogni anno, arrivano le piogge primaverili a dissetare le aride distese pugliesi, colme di vigneti, pescheti, ulivi e mandorli. Con esse, si spera, le dighe dovrebbero raggiungere un buon livello, per poter passare l’estate senza problemi legati all’emergenza idrica. L’anno scorso ciò avvenne, si gridò al miracolo e la Regione Puglia visse un’estate spensierata, senza l’incombenza della siccità, col risultato che i due veri fiumi della regione avevano una buona portata anche nel mese di Agosto. Prima però dell’estate, si rischiò il disastro ambientale, in quanto verso metà marzo, le piogge furono davvero copiose, facendo registrare il tutto esaurito presso gli invasi lucani e pugliesi, col risultato clamoroso di incontinenza degli stessi. L’Ofanto iniziò la sua piena e l’azione calmierante del bosco ripariale (ridotto davvero a poca cosa dall’abusivismo dei contadini) non riuscì a frenare la furia delle acque, che allagarono enormi distese di pescheti e vigneti illegalmente coltivati all’interno degli argini.
A distanza di un anno lo scenario drammatico della piena si è riproposto dinanzi ai miei occhi, questa volta con una maggiore consapevolezza dell’enorme scempio ambientale perpetrato negli ultimi decenni. Un fiume ormai abbandonato, lasciato a se stesso, che periodicamente si vendica contro la brutale mano dell’uomo. Un corso d’acqua davvero importante per la mia Puglia, che potrebbe sicuramente rappresentare una risorsa ed una ricchezza in un momento di desertificazione come quello attuale, alla pari del Nilo per gli egiziani. Invece di salvaguardare il bosco ripariale, i saliceti ed i pioppi presenti lungo le sponde, gli agricoltori preferiscono distruggere la natura con ruspe e cemento, coltivando i terreni all’interno degli argini (vietato per legge) e sfondando gli argini stessi per potervi passare con auto e trattori. A completare la macabra opera, ci sono quelli che, mediante pompe e tubi inseriti direttamente nel letto del fiume, captano illegalmente le acque, coltivando le future nostre pietanze con acqua inquinata. Ebbene, dicevo, la classica piena di Aprile, che porta con se alberi, rami, bottiglie e…..pesci morti. Si, pesci morti a causa del fatale miscuglio di diserbanti e concimi utilizzati nei terreni all’interno degli argini. Una tragica ecatombe di carassi e carpe, disseminati presso la foce del fiume, che rappresentava davvero uno scenario agghiacciante al quale, malauguratamente, ho assistito assieme a cormorani, gabbiani ed altri uccelli avvoltoi che si cibavano delle carcasse dei pinnuti.
La voglia però di tornare sul mio Ofanto era davvero tanta, come un anno fa, specialmente per constatare se era tutto perduto, se ormai il fiume era biologicamente morto o no. Domenica 15 Aprile, complice la discreta giornata, sono stato smentito con davvero tanta felicità. Assieme al caro amico Leo, un pierino ormai diciottenne, partiamo alla volta di Fiumara, sicuramente di buon ora, per ammirare il maestoso spettacolo che l’alba ci regalerà. Durante la strada sento già il profumo delle margherite, delle spighe di grano e dell’erba fresca del mattino, quella che ti bagna gli stivali con la sua rugiada notturna. Intanto, mentre l’acqua del fiume scorre ed i pesci guizzano, noi ci avviciniamo alla meta, con tanta voglia di pesca simile a quella dei bambini dopo che terminano i giorni di scuola. Felici ed inconsapevoli delle condizioni del fiume, ci raccontiamo le nostre esperienze di pesca, sgranocchiando un gradevole cornetto caldo accompagnato da un succo di frutta. Finalmente vicini all’argine, al di sotto del cavalcavia, scorgiamo Lui, il nostro Amico, l’Ofanto. E’ bellissimo, sembra in buona salute, le acque sono torbide ma non sporche, mi dice Leo. In quel momento il mio cuore ha un sobbalzo, specie perché capisco di aver azzeccato la giornata giusta, quindi sorpasso il cavalcavia e viro verso l’argine dove trovo una piccola rampa abusiva e ci salgo. Che spettacolo ragazzi! Pian piano scorrono le acque, con i pesci a pelo d’acqua ed i canneti in fiore. Il profumo dell’erba è unico, il rosso zuccherato dell’alba avvolge l’alveo del fiume con spirito divino, qualcosa di unico che solo chi, come noi, era a pesca in quel momento altrove, poteva capire. E poi, a coronare questo paesaggio pittoresco, c’è il silenzio della natura, rotto solo dal cinguettio degli uccelli e dai nostri movimenti.
Mi accingo a prendere le attrezzature dall’auto, assieme all’amico che non ne può più di aspettare. So già che imposterò la battuta di pesca a ledgering, in quanto gli ultimi articoli su “Il pescatore d’acqua dolce” di Sabino Civita avevano risvegliato in me quella voglia di “feeder”, il volgarmente chiamato pasturatore. Scelta la postazione, accanto ad un bellissimo albero, ma al tempo stesso pericolosissimo (penzolava una enorme processionaria del pino), sfodero le mie due piccole cannette da ledgering, dalla cima sensibile accompagnate da mulinelli con filo affondante del 0,18. Sono indeciso se pescare con un “cage feeder” oppure se col classico pasturatore verde… Ci rifletto un attimo, osservo la corrente e scorgo alcuni carassi vicino al canneto sulla riva opposta. Alcuni minuti mi separano ancora dall’entrare in pesca, poichè inizio a preparare un po’ di pastura specifica per carpe e carassi, dal gusto dolce, accompagnata da qualche manciata di pastoncino giallo. Mescolo con zelo l’impasto, per renderlo molto compatto, dalla tenuta impeccabile sul pasturatore a gabbietta, per evitare durante il lancio spiacevoli sorprese. Apro il panchetto, posiziono le due cannette ed a portata di mano ho tutto ciò che mi serve per pescare da Dio.
Si son fatte le sette, le toccate sono ancora inesistenti, però qualcosa in acqua è attivo. Vedo planare alcuni uccellini che, sorprendendomi, vanno poi a rifugiarsi tra i canneti. Una fastidiosa pioggerellina incomincia a darci fastidio, ma siamo incuranti di essa e ci concentriamo sulle nostre canne da pesca. La cima della canna sinistra ha un piccolo sussulto, ferro con prontezza e decisione e sento qualcosa muoversi, non riesco però a capire cosa sia. Un carassio? Una carpotta? Ma no, un gatto! Un bellissimo gatto che non ha saputo resistere all’inganno di un fiocco di bigattini posto su un amo del 18. Lo slamo con cura, poi lo posiziono nella nassa adagiata alla meglio tra il canneto. Controllo la lenza, per vedere se è tutto ok, e rilancio. La montatura utilizzata, davvero semplice da eseguire, sembra aver sortito i suoi frutti. E’ costituita da un adattatore Lineaeffe per pasturatori, il classico sistema Anti-Tangle, cioè un tubicino rigido di colore nero o giallo fluorescente, dove poi è posizionata una girella per il pasturatore. Dopodichè, classica girella tripla ed un terminale di circa 70cm dello 0,12 Smart Exel, davvero dalle doti di resistenza e dicroicità impeccabili.
Vedo la canna di Leo piegarsi vivamente al livello della cima, gli imploro di stare più attento e, con grande bravura, il mio pierino va a segno! Un bel carassio, di buona dimensione, si avvicina a noi, guizzando e cercando di liberarsi muovendo verso qualche ostacolo sommerso. Il pescatore ha la meglio in questa battaglia, nonostante la pioggerellina continua a darci fastidio ed a distrarci leggermente. Mi complimento con Leo, classica fotografia di rito e poi, come sempre, carassio in nassa. A ripetizione, poi, dopo una ventina di minuti, sicuramente complice la pasturazione mista bigattino e mix-carpa del cage feeder, i carassi incominciano ad abboccare. Dapprima di medie dimensioni, poi di piccole, rendendo piacevole l’inizio di questa pescata primaverile. I miei pensieri, allora, vanno alla tragica moria di pesci registratasi due settimane prima, quando la spaventosa piena era in atto. Forse non è tutto perduto, forse era un segnale della natura, fatto sta che i pinnuti ci sono e sembrano godere di ottima salute.
Canna sinistra, cimetta arancione. Un bel colpetto, poi una spiombata classica… Ferro in ampiezza, con decisione ma non troppo sul pesante. Vedo muoversi qualcosa nei pressi del canneto di fronte a me, ma non capisco cosa sia. Essendo acque salmastre, immediatamente penso ad una spigola in caccia che ha ingoiato il ciuffetto di bigattini, specialmente perché il pesce prende il largo ed il combattimento si fa divertente. Chiedo a Leo di passarmi il lungo guadino e di posizionarlo alla mia sinistra, mentre con attenzione guido il pesce verso la mia postazione. E’ bello, sembra forzuto e con la voglia di liberarsi, ma ancora una volta il pescatore avrà la meglio. E’ una carpa, una bellissima carpa dalla perfetta livrea, che si avvicina a me, combattendo per altri istanti prima di entrare nella testa del guadino. La slamo con cura, poi decido di fare alcune foto ricordo da spedire ad un caro amico, amante del fiume Ofanto come me. Bacio il ciprinide e vedo come è bello, lo ringrazio di avermi fatto divertire e delicatamente lo ripongo nella nassa. “Wow, che emozione!” penso per un attimo, ma sono fiducioso, ci sarà ancora da divertirsi.
Intanto, terminata la pioggia, il pesce sembra non essere interessato alle nostre esche. Il silenzio è rotto dallo splash sull’acqua dei nostri pasturatori, poi dal passaggio di qualche simpatico campagnolo col trattore che ci saluta e ci chiede come va la pesca. Ad un certo punto, direi verso le otto e mezza, notiamo un fenomeno davvero unico e spettacolare: il mischiarsi delle acque del mare a quelle d’acqua dolce. Capiamo che è normale, in fin dei conti siamo a meno di quattro chilometri dallo sbocco in mare, ed ammiriamo il passaggio delle due correnti assieme al loro mescolarsi con assoluta tranquillità. Fa capolino un caldo sole, che scaccia le nuvole e ci regala un tepore inaspettato. Il pesce ritorna alla sua attività, forse rincuorato dalla luce. Dapprima Leo, poi il sottoscritto, abbiamo la fortuna di agganciare altri carassi, davvero combattivi, che mostrano il buono stato di salute del fiume, che, per fortuna, sembra essersi ripreso dopo la spaventosa piena. Leo è contentissimo, noto sul suo viso quella gioia che hanno i bambini alla loro prima escursione a pesca sul fiume, che solo chi custodisce dentro se stesso un amore per la natura può avere. Sono davvero felice per il mio pierino, specialmente quando il suo telefonino squilla e racconta al cognato l’esito della pescata, ringraziandomi di averlo portato assieme.
Le catture continuano con regolarità, a fine pescata conteremo circa venti pesci in meno di quattro ore. Gli ultimi lanci conclusivi mi regalano altri carassi, sempre pescati col validissimo cage feeder, ed una piccola, ma graziosissima, carpa dalla tonalità scura. E’ davvero una meravigliosa creatura, che tratto con la massima calma per evitare di farle del male durante la slamatura. Lo scenario finale, prima dell’ultimo lancio conclusivo di questa domenica in riva al fiume, è bellissimo. Margheritine e tanto, tanto verde! Sembrano passati i rigidi momenti dell’inverno, quando passavo diverse domeniche a passata, con le lunghe bolognesi, in cerca di qualche pesce superstite che non abboccava mai. E’ finalmente arrivata la primavera, col suo calore, con le sue giornate più lunghe e si è, finalmente, aperta la stagione di pesca, che è stata inaugurata nel miglior modo possibile.
Si è fatto ormai tardi, sono le dieci e mezza, la morosa mi aspetta, in trepida attesa di andare all’IKEA. Chiudiamo le attrezzature, con una felicità al cento per mille, poi rilasciamo il bottino della nassa in una piccola ansa del fiume, a pochi metri da noi. Una ventina di pesci, come detto prima, in buona salute, in un fiume non particolarmente asciutto ed inquinato che, di certo, sarà meta di altre nostre uscite, per alternare un po’ il piacere delle acque interne a quello della pesca in mare. Mi auguro, infine, di avervi fatto sognare per qualche istante. L’Ofanto è davvero un signor fiume che merita questo ed ancora molto dalle future generazioni, alle quali si guarda per evitare che un tale tesoro possa essere ancora più maltrattato di quanto lo è stato in passato.
A presto amici, alla prossima pescata.
|
|