| 
A pesca nel tempio
di Andrea Beltrama
Due giorni da turisti tra le sacre pareti dello Yosemite Park in California.
Ovviamente, con la canna nello zaino.
Quando si tratta di descrivere bellezze artistiche e naturali gli Americani, vecchi volponi del marketing, esagerano quasi sempre.
Altre volte, poche, ci prendono.
John Muir, da molti ritenuto il fondatore del movimento ecologista, è uno che ci ha preso. Quando nel secolo scorso andò a visitare la Yosemite Valley, nel cuore del massiccio della Sierra Nevada californiana, saltò fuori con questa descrizione: «Il miglior tempio che sia mai stato costruito». Non era la classica sparata ingenua: la Yosemite Valley, e più in generale lo Yosemite Park nel quale è situata, sono oggi una vera meta di pellegrinaggio per naturalisti, curiosi, innamorati, giocatori di azzardo frustrati. Il parco misura più di 3000 chilometri quadrati e nel solo 2006 è stato visitato da oltre 3 milioni di persone: un flusso che nemmeno le nevicate furiose dell’inverno riescono a fermare. Ogni stagione ha i suoi frutti: l’inverno per chi ama la neve e i paesaggi imbiancati, l’estate per i camminatori indefessi, la primavera per le spettacolari cascate alimentate dal disgelo. Uno di quei posti dove un amante della natura vorrebbe fermarsi per sempre per riuscire a percorrere tutti i prati, i sentieri, le valle laterali che innervano il parco. E non è detto che 10 anni bastino.
E’ quasi scandaloso che abbia lasciato passare quasi un anno dal mio arrivo negli USA prima di recarmi qui. Esami, gite di gruppo, spedizioni di pesca: ogni buco del calendario è stato fino ad ora portato via dagli eventi. Arrivarci ora suona come un gol nei minuti di recupero, tanto è vero che ho dovuto realmente spostare il biglietto di ritorno in Italia di sei giorni, come un quarto uomo qualunque che prolunga la partita. Forse per questo è ancora più esaltante. Sono in compagnia di Alberto, altro appassionaro di canna e mulinello: ci dirigiamo a Yosemite dopo tre giorni spesi a inseguire salmerini nella solitudine di Lake Tahoe, della quale vi abbiamo raccontato. Era difficile chiudere l’esperienza americana in maniera migliore.
La strada che da Lake Tahoe porta a Yosemite meriterebbe un articolo tutto per lei, dal tanto che è affascinante: valichiamo tre passi, rischiamo di uscire di strada per i panorami stordenti che si parano davanti, incrociamo nel giro di mezz’ora almeno dieci laghi alpini di notevoli dimensioni. Sono tanti, profondi, cristallini, resi quasi immateriali dalle montagne che vegliano su di loro. Sembra quasi che siano stati ammucchiati lì per un capriccio del cielo, perché in altri luoghi non avevano spazio: una sorta di discarica naturale di bellezza immensa, di cui gli Americani non hanno ancora fatto in tempo ad accorgersi. Superato uno, ecco subito un altro. La tentazione di fermarsi è forte, ma le miglia di viaggio sono molte. Superata la montagna, ci addentriamo nella Toscana della California del nord: colline verdissime, mandrie di mucche e grandi dighe, mentre la strada passa attraverso i luoghi sacri del genere Western. I paesi non hanno né piazza né chiesa: sono solo una catena ordinate di case interrotte dal saloon, che con la sua porta in legno senza serratura comunica che ci si trova dentro la leggenda. Bella o brutta, fate voi.
Tuttavia il nostro intento non è parlare di sparatorie e sceriffi: il nostro intento è parlare di natura, e soprattutto di pesca. Arriviamo alle porte del parco a notte fonda e troviamo subito il nostro campeggio, dove una piccola cabina in legno ci offre riposo per la notte. Ovunque si posi lo sguardo, ci sono solo cartelli che invitano a non lasciare nulla di commestibile in macchina: gli orsi sono l’animale simbolo di questa zona, e una loro zampata sarebbe in grado di aprire in due la più resistente carrozzeria. Meglio tirare via Powerbait e uova di salmone: il problema non è proteggere la macchina, che tanto non è nemmeno nostra, ma proteggere le esche per il giorno dopo. Cosa succederebbe se l’orso se le mangiasse tutte? Con cosa potremmo pescare?

Il primo giorno è in gran parte devoluto alle mete turistiche classiche. Con la canna non operativa nello zaino guardiamo la Vernal Falls, cascata di quasi 100 metri di dislivello, la vista del parco dal Glacier Point, il punto più panoramico della zona, e infine concludiamo con una camminata sulla “Sentinel Dome”, uno dei panettoni di roccia la cui forma ha fatto il giro del mondo nelle fotografie del parco. Sono ormai le cinque di pomeriggio quando rientriamo alla macchina, e finalmente è giunto il tempo di pensare al piacere. Dove pescare? Le opzioni sono varie, anche se non così eccitanti come quelle di Lake Tahoe. In fondo alla valle scorre placidamente il Merced River, fiume a discreta portata con acque cristalline e corrente lentissima. Tutto intorno c’è una quantità imprecisata di laghetti e torrenti. A differenza di Tahoe, la pesca qui è un’attività quasi marginale: trovare i diari sulla rete è stato impossibile, così come non siamo riusciti ad entrare in contatto con nessuno di nostra conoscenza che abbia mai lanciato la lenza nel parco. Decidiamo così di rivolgerci all’ufficio turistico, che in America è come una maxi bandierina del calcio d’angolo capace di sbrogliare ogni problema. “If make it to catch something in the river…shit, you’re damn lucky” ci dice un ranger. Traduzione libera: se prendete qualcosa nel fiume avete un c… grande come una casa. Ci spiega che è una zona battutissima e non ripopolata, al punto che è stato necessario istituire una bandita di pesca no-kill obbligatoria per preservarne la fauna, decisione rarissima negli USA. Ci consiglia invece di provare il Tuloumne River, un torrente che scende da uno dei canyon più angusti della valle e forma a un certo punto un laghetto detto Mirror Lake. Lì, provando sia nel lago che nel torrente, avremmo potuto avere migliori possibilità. Gli altri posti promettenti sono tutti ad almeno cinquanta chilometri dalla zona, e dunque non possono essere presi in considerazione per una battuta di pesca rapida. Mirror Lake dista a un miglio e mezzo di cammino da dove ci troviamo: senza nulla da perdere, anzi con la certezza di guadagnarci l’ennesimo scenario naturalistico da favola di questi giorni, si dirigiamo lì a passo deciso.

Il sentiero si addentra nel bosco costeggiando il torrente, mentre cerchiamo di scorgere le buche promettenti attraverso i pini. Continuiamo a camminare, convinti di vederci spuntare davanti il laghetto alla curva successiva. Concentrati a tenere gli occhi sulla cartina, non ci accorgiamo che il passaggio nel frattempo sta acquisendo caratteristiche che superano ogni soglia di immaginabilità. Cosa volete che si sia, chiederete voi: qualche pino, acqua pulita, un po’ di prato. Il classico ambiente di media montagna. E invece vi sbagliate di grosso, perché appena alziamo lo sguardo ci troviamo in Amazzonia, tutto d’un tratto. L’erba è altissima, mentre il sentiero disegna curve senza logica in mezzo a cespugli che sembrano mangrovie. La vegetazione più strana pende sopra la nostra testa, mentre il torrente, spumeggiante un minuto prima, ora quasi non scorre più, intrappolato nelle sabbie di quella pianura silenziosa. Tutto intorno le pareti di granito del tempio impongono la quiete. Ma dove siamo finiti? Sembra di essere dentro uno scherzo, o dentro a un sogno. Bello o brutto, non lo sappiamo ancora. L’unica cosa certa è che ormai sono le sei, ed è ora di pescare: non capita tutte le volte di gettare l’amo in un posto del genere. Se poi Mirror Lake designasse questa pianura o uno specchio d’acqua dove non siamo arrivati, non lo sparemo mai. Alberto prova a sporgersi sull’acqua, forse convinto di vedere un branco di piranha affamati. In realtà scorge solo la fuga di una bella iridea, che, forte di una visibilità fuori dall’acqua probabilmente vicina al chilometro, si dilegua appena ne sente i passi. I pesci ci sono, ma le condizioni non sembrano tra le più facili. Con due canne e un luogo nuovo da scoprire, ci dividiamo i compiti: io proverò a fondo con l’uovo di salmone, lui con l’esca artificiale. Mentre Alberto cerca una postazione più a monte, io faccio solo pochi metri prima di scorgere, dal mio nascondiglio dietro a un tronco, un gruppo di sagome scure al centro dell’acqua. Monto una torpilla da due grammi, e cerco di lanciare il più silenziosamente possibile. La visibilità è tale che posso seguire i movimenti dell’esca in ogni istante: la torpilla scorre bene sul fondo fangoso, ma l’esca non sembra interessare i pesci. Sto quasi per rassegnarmi a cambiare posto, quando vedo che uno di loro interrompe quel pigro pinneggiare con un movimento brusco: il filo si è fermato, e prima di sentire qualsiasi tipo di trazione dò una ferrata decisa. Canna piegata, è strike a Yosemite. Mi aspetto salti e spruzzi, ma l’avversario dall’altra parte ha una calma quasi passiva. Tiene il centro della corrente con autorità, senza scomporsi: con un finale dello 0.12 e una cannetta da spinning presa al supermercato non posso concedermi errori e devo lasciarlo fare. La lotta prosegue, mentre i miei richiami hanno raggiunto Alberto, pronto con la macchina fotografica. L’antiritorno mi permette di gestire bene quelle testate calme e lente: la resistenza del pesce però è più tenace del previsto. Si fa ormai strada il sospetto che non si tratti di una trota e nemmeno di un salmerino: dei riflessi dorati mi avevano già lasciato perplesso all’inizio, dunque, quando il pesce è ormai in bella vista, la sorpresa è solo parziale. E’ senza dubbio di un Ciprinide, ma nessuno di noi riesce ad andare oltre: il corpo slanciato e la bocca a ventosa sono quelle di un barbo, al quale mancano però i barbigli sensori. La colorazione bruna con riflessi dorati è invece roba da carpa. Una volta portato fuori dal centro del fiume, la preda si arrende all’improvviso e ci permette di scattare varie fotografie: mentre lo libero, penso a quanto sia ironico il destino. Io, cresciuto in una valle alpina senza nemmeno l’ombra di un Ciprinide nelle acque in concessione, ho dovuto venire sino in California per pescarne finalmente uno. Meglio tardi che mai. Gli esperti, esaminate le foto, ci diranno a distanza di giorni che si tratta di un sucker, preda di discreto valore gastronomico ma ripudiata da tutti i trotaioli che si rispettino. Inutile dire che il fatto non scalfisce minimamente la mia soddisfazione.
Piacevolmente sorpresi dalla cattura riprendiamo la pesca: distinguere alla distanza i sucker dalle trote non è poi così difficile, ora che sappiamo che sono presenti entrambi. Al lancio dell’esca questi ultimi restano indifferenti, mentre le trote hanno sempre una reazione: a volte scappano, altre la inseguono pigramente, senza manifestare volontà di attaccare. Ne scorgiamo alcune davvero interessanti, ma ogni tentativo risulta vano: rapala, cucchiani, ondulanti, uova di salmone vengono guardati per qualche secondo e poi abbandonati al loro destino, con scostante indifferenza.
Come di consueto in queste giornate, la sera scende senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Proviamo a spostarci più a valle, dove la pendenza rende il corso d’acqua nuovamente di aspetto familiare: buche, massi, correntizi comunicano che l’Amazzonia è terminata, e che la montagna ha di nuovo preso il controllo. Alberto ha un paio di inseguimenti al cucchiaino, ma nessuno si concretizza; l’esca naturale è un fiasco totale, anche perché spesso la passata a distanza con una canna corta si risolve in un incaglio e nella perdita della montatura. Senza la 5 metri a cui sono abituato è davvero durissima far lavorare correttamente la corona di piombini.

E così, dopo una serie di preavvisi di cui ci siamo a malapena accorti, il buio cala all’improvviso, lasciandoci senza pesci e senza cena: per raggiungere l’auto ci vogliono un paio di chilometri supplementari lungo la strada che scorre in fondo alla valle principale. Le pareti di granito assorbono ogni rumore, mentre vicino al fiume principale i campeggi affollatissimi mandano luci e brandelli di fumo. Tutt’intorno gli orsi iniziano a cacciare, invisibili ma temuti da tutti.
Siamo sicuri di essere sulla Terra?
Per ritornare al nostro campeggio ci vuole oltre un’ora di macchina: d’altra parte il parco è grande come la Lombardia. Mentre proviamo a riempirci lo stomaco con un pacchetto di patatine, e tra un granello di sale e l’altro nasce la grande idea: l’indomani sveglia alle 5 e pesca a Tenaya Lake. Non sono ammesse repliche.
Il lago in questione si trova dall’altra parte della valle, a oltre due ore di guida: si tratta di un piccolo bacino naturale incastonato tra la roccia e il versante della montagna, e figura in tutti i libri di fotografie che parlino delle bellezze naturali del nuovo continente. Era nei nostri programmi farci un salto prima di partire, e allora perché non provare anche a pescarci? Il ranger stesso lo aveva citato tra i posti interessanti, anche se, aveva poi aggiunto, la quantità di pesce non è enorme perché nessuno fa semine. Visto che della zona sappiamo poco o nulla, tanto vale dirigerci verso un posto famoso, che perlomeno garantirà scenari indimenticabili. E’ sempre un bell’andare quando ci sono tali consolazioni. E così, ancora in dormiveglia, lasciamo il campeggio ancora avvolto nel buio: fuori la temperatura è gelida e l’umidità altissima, soprattutto in relazione al caldo temperato della giornata precedente. Senza nemmeno lo straccio di un caffè (qui i pochissimi negozi sono aperti dalle 8 di mattina alle 5 di pomeriggio) iniziamo a percorrere i tornanti mentre l’alba piano a piano rischiara la vista: scorci memorabili della valle si aprono sotto di noi mentre avanziamo tra i pini, ancora non del tutto consci dell’avventura che stiamo vivendo. Tra il desiderio di chiudere gli occhi sul sedile e quello di pescare la trota regina del lago, si insinua la perversa voglia di vedersi attraversare la strada da qualche mammifero sconosciuto e introvabile altrove, di quelli con quattro corna e due teste come lo spingitira del dottor Dolittle, da fotografare e dire a tutto il mondo: “Io l’ho visto”. Come sempre però queste cose non succedono mai quando ce le si aspetta, nonostante ci sia un cartello ogni miglio che ricorda di fare attenzione alla fauna selvatica. Tornante dopo tornante, con l’occhio sempre più affaticato, ecco l’acqua. E’ un lago abbastanza lungo, costeggiato sulla sponda destra dalla strada tracciata proprio in fondo a una parete di roccia. Rallentiamo alla ricerca di un posto promettente, mentre l’adrenalina comincia finalmente a entrare in circolo. Ormai sono le sette, e tutt’intorno non si scorge anima viva. Optiamo per una sorta di piccolo promontorio che spinge la riva rocciosa verso il largo: il calcio di inizio sarà battuto là. Appena scesi dalla macchina, ci risaliamo subito: per affrontare l’ambiente occorre indossare a strati tutta la nostra sacca di vestiti: due camicie, una felpa, pile, due pantaloni, giacca a vento e anche una sciarpa. Tira un vento che potrebbe fare concorrenza allo Stelvio nel mese di novembre. Il fatto di essere ancora un po’ assonnati, per non dire addormentati, gioca certamente a nostro favore.
Abbiamo deciso che questa volta si farà sul serio, e ci scusiamo con tutti gli amanti della pesca sportiva. In condizioni normali lo siamo anche noi, e lo abbiamo dimostrato nei giorni precedenti.
Tuttavia un giorno intero senza vedere cibo è davvero troppo, soprattutto quando sai che ne passerà almeno un’altra metà prima di poter addentare uno straccio di hamburger. Per questo la decisione è già stata presa: dovesse abboccare qualcosa, finirà su una delle bellissime griglie da barbecue appositamente collocate vicino al lago.
E ora si può davvero cominciare.
La canna a fondo viene lanciata per prima: in mancanza di piombi più grossi, montiamo due torpille da 3 grammi per lanciare il più lontano possibile. Il finale è dello 0,12, fin troppo grosso per queste acque di cristallo, l’amo un Gamakatsu a occhiello (in USA trovare la paletta è impossibile) dell’8. Un tonfo sordo conferma che la zavorra è entrata in acqua.
Sono le 7.15.
Mentre Alberto incastra la canna in un mucchietto di sassi, consuetudine ben nota a chi frequenta i laghi di alta quota, io lego il Rapala all’altra canna, che verrà come sempre adibita allo spinning. Ed è proprio quando sto tagliando con i denti il filo in eccesso del nodo che noto un movimento strano. Guardo meglio, ma è tutto fermo: magari è stata un’allucinazione dovuta al freddo. Passano i secondi, e dopo un’eternità il movimento si ripete: il filo ha una leggera scossa in direzione del’acqua, che non può essere imputabile al vento. Questa volta rimane teso, poi smuove leggermente il cimino: Alberto rompe gli indugi e ferra deciso. Non è esattamente una mangiata da trota: di solito quando abboccano in queste situazioni, il loro impeto si porta dietro filo, canna e un pezzo di sponda. Ma non è nemmeno un pesce piccolissimo, visto che le puntate lo rendono difficile da staccare dal fondo. Dopo un paio di minuti si palesa un salmerino niente male, che risponde in tutto al prototipo del pesce di alta quota: colori sgargianti ma non esagerati, corpo filiforme, pinne meravigliosamente sviluppate.
Sono passati nemmeno cinque minuti di pesca, e già una tarda colazione è assicurata.
Finalmente si inizia anche a pescare a spinning. Dopo un quarto d’ora speso nella zona, si spostiamo verso un’ansa dove il vento potrebbe essere meno aggressivo. E proprio lì arriva il colpo anche con l’artificiale: dopo due inseguimenti a vuoto, una bella iridea attacca l’immortale Martin giallo e nero da 5 grammi, insuperabile quando si tratta di lavorare vicino al fondo. Non è certo enorme, ma sembra scolpita nella pietra: il suo colore è un grigio azzurrognolo, quasi plumbeo; la striscia rosa quasi invisibile. Sembra quasi un altro pesce rispetto alle grosse iridee di fiume, pitturate con il pastello a cera. L’idea che sia nata e cresciuta sul posto la rende una sorta di oggetto di culto, e mi suggerisce una volta di più che gli 8000 e passa chilometri che separano questi luoghi dall’Italia e dal resto del mondo siano in realtà molti di più.
La giornata è entrata subito nel vivo: la nuova ansa è florida di iridee, che attaccano ora i nostri artificiali, ora la Powerbait sulla canna da fondo. In mezzora ne abbiamo già catturate sei, oltre al primo salmerino: tutte grandi uguali, tra i 35 e i 40, tutte con la stessa, perfetta conformazione. Decidiamo che per la Powerbait c’è stato abbastanza lavoro: anche l’altra canna viene convertita allo spinning, e ci mettiamo in cammino lungo il perimetro del lago. Le abboccate si sentono ancora, anche quando ci sbizzarriamo con qualche ondulante fantasia mai provato prima: un paio di iridee regalano pregevoli esibizioni saltando fuori dall’acqua, e tutte vendono carissima la pelle, pur non essendo di dimensioni colossali. C’è un momento in cui mangiano in tutte le maniere: a mezz’acqua, a fondo, in superficie, con i recuperi lenti e quelli veloci. E se fosse una pesca sportiva al chilo, dove ti fanno pagare tutto quando esci? Guardiamo bene, ma l’unica presenza umana è una coppia di naturalisti che osserva qualche cervo con il binocolo. Nulla da pagare, se non i 38 dollari della licenza annuale regolarmente versati a gennaio.
Il dubbio che si tratti di uno scherzo viene fugato in fretta: mentre il sole si alza nel cielo, le abboccate smettono bruscamente, sino a ridursi allo zero. Percorriamo tutto il lato corto del lago, dove per un attimo la spiaggia di sabbia fina che sbuca dalle pinete fa sembra quasi di pescare a surf-casting, poi proseguiamo sull’altro lato lungo, dove un intreccio di alberi caduti, rami e ghiaccio in fase di sciogliemtno rende davvero difficile l’incedere. Proviamo a variare recupero e profondità, ma gli unici segni di vita sono delle pigre bollate a centro metri di distanza, dove solo un grande pescatore di mormore potrebbe arrivare. Sono ormai le 11, e decidiamo di tornare alla macchina, non prima di aver fatto ancora qualche lancio nella zona che poche ore prima aveva regalato catture in serie. Quando ci rendiamo conto che l’unica abboccata è quella di un salmerino che non arriva ai 20 cm, capiamo che i giochi sono fatti.

Si smonta tutto e ci si trasferisce in zona barbecue: Alberto prepara la fiamma, io pulisco i pesci trattenuti (4 sui 10 e più catturati) aiutandomi con un rametto, unico strumento di utilità reperito in luogo. La carne salmonata, quasi rossa delle trote placa la fame, mentre i bocconi strappati con le mani accelerano la nostra integrazione in quel luogo selvaggio. Sembra quasi di essere al mare: non male per due che qualche ora prima stavano pescando in Amazzonia. E’ senza dubbio il pasto più salutare consumato in quasi un anno di esperienza americana. Peccato sia anche l’ultimo.
Dopo un po’ di meritato riposo e di fotografie panoramiche ci rimettiamo in marcia: visto che ci siamo vicini andiamo a fare un sopralluogo nei prati di Tuloumne Meadows, la gigantesca piana situata all’estremità orientale del parco. Il Tuloumne River (sì, lo stesso che formava l’Amazzonia del giorno prima, a 100 chilometri di distanza) la taglia in due e crea pozze trasparentissime che si sviluppano tra i ciuffi d’erba: assieme a noi solo prato, acqua e distese di pini. Avevamo anche pianificato di fare una camminata verso qualche meta sperduta, ma la saggezza, impadronitasi nuovamente di noi, ci consiglia di rimetterci in viaggio verso il ritorno. Berkeley dista quasi cinque ore, ed è sempre valida la scelta di affondarli con calma. In più gli attacchi in massa delle zanzare ci sospingono a gambe levate verso l’automobile, dove finalmente troviamo riparo. Dopo averci donato tutto ciò che desideravamo, gli dei del tempio ci danno il loro saluto. Chiaramente un arrivederci, a loro e alla meravigliosa California.
P.S. CONSIGLI PRATICI.
So che in California non ci si capita per sbaglio in un pigro weekend. Ma se doveste essere nei paraggi, spendete un paio di giorni almeno in questo meraviglioso luogo. A prescindere dalla passione per la pesca. Se poi doveste essere pescatori seriamente malati, e se leggete questo sito lo siete, compratevi una cannetta e due cucchiaini. La licenza si può fare all’ufficio turistico del parco, e costa 38 dolalri per un anno, in tutte le acque dello stato. Come vedete non serve programmare nulla: noi ci siamo andati quasi alla cieca, e ci siamo divertiti lo stesso.
Per chi è pignolo, ci saranno sempre guide cartacee a disposizione negli uffici turistici, sebbene non siano troppo affidabili. Se poi aveste anche più di due giorni, fate un saltino a Mammoth Lakes, arcipelago di laghetti montani vicino a Bishop, un paio d’ore a est di Yosemite Park. Non ho fatto in tempo ad andarci, ma ho letto e sentito cose mirabolanti sul suo conto. Cosa? Per dirvelo aspetto ad andarci di persona. Se poi qualcuno dovesse recarsi prima, ben lieto di ascoltare il suo racconto.
|
|