
Sul filo del pontile - Storie di pesca estrema nella Sardegna del nord
di Alberto Piras - Nick: Pir4s
Fu tutto, tranne che un mattino da pescatore. Marcello abbandonò il sonno poco dopo l’alba, malmenato dalla tensione e dalla luce del sole che fendeva la finestra. Passò un paio d’ore a rigirarsi nel letto, fermandosi ogni tanto a guardare le zanzare aggrappate al soffitto bianco, resistendo alla tentazione di alzarsi: sole alto nel cielo, si era convenuto, e sole alto doveva essere. Non che Giuliano e Alessandro avessero passato una notte migliore: uno era sveglio dalle sei e aveva ingannato l’attesa tra le gite in bagno e due pagine istericamente sfogliate de “In mezzo scorre il fiume”; l’altro si era messo a fare e disfare canne e montature, fregandosene bellamente del fatto che la sera stessa sarebbe partito e avrebbe dovuto impacchettare tutte le sue vettovaglie in valigia. Si aspettava solo che l’orologio segnasse le famigerate 11.11, per evadere dalla porta di casa e lanciarsi all’assalto del porto.
All’ora convenuta i tre si ritrovarono sotto al lampione e si incamminarono sul pontile. Il sacchetto con la roba lo teneva Marcello: c’era dentro il bolentino con la sua lenza 0.16, un paio di pagnotte secche, la solita palla di pasta per pizza, un amo di scorta, null’altro. Nessun guerriero serio portava con sé roba inutile prima della battaglia.
Durante il cammino si lanciavano sguardi interrogativi, ma nessuno osava parlare: sapevano tutti che sarebbe stata l’ultima occasione, perché poi Giuliano se ne sarebbe andato in crociera con il suo Bertram 42, Alessandro sarebbe tornato al nord a battagliare con la quinta liceo e la maturità, e Marcello sarebbe rimasto abbandonato al suo destino di pizzaiolo, due mesi di lavoro davanti e nessun compagno di pesca al fianco.
Bofonchiava un maestralino insulso,regolare, silenzioso, troppo molle per distrarre il sole: insomma, del grande vento aveva solo la direzione. Superarono la Darsena Vecchia [1] e le due spiaggette, gettando occhiate furtive al porto, in attesa forse di un segno premonitore che li potesse guidare; solo quando la gru verde era ormai a pochi metri Marcello si rese conto del punto estremo cui si erano spinti. Era la resa dei conti, un corpo a corpo ad armi assolutamente impari, pericolosissimo, in un ambiente in cui l’avversario si muove infinitamente meglio. Si trattava di tornare alla preistoria, allo scontro selvaggio da libro della giungla, con la forza della disperazione come unica arma tattica.
Era forse quella coraggiosa rinuncia alla tecnologia umana che le salpe [2] aspettavano per raccogliere finalmente la sfida? Non erano solo predoni malavitosi dunque? Si attenevano a un codice di onore? Balle! Le salpe sono freddi calcolatori, di eroico non hanno nulla: le uniche battaglie in cui si lanciano sono quelle in cui sono sicure di vincere. Mica come quei dentici e quelle ricciole, che vendono il proprio sangue in cambio di assurdi titoli nobiliari di pesce sportivo.
Davanti a loro stavano le assi sconnesse del pontile, la barca del grande Raimondo Bucher [3] (chissà cosa avrebbe pensato della loro avventura un tipo così, che delle sfide al limite con mare e pesci aveva fatto il fine della propria esistenza, vincendo sempre), donne cariche di materiale per affrontare una dura giornata di mare: come sempre accade nelle occasioni speciali, agli occhi di un osservatore esterno le parti dello sfondo erano puntualmente al loro posto. E’ il punto di vista dei protagonisti che strania i contorni. E così Marcello, Giuliano e Alessandro non videro Bucher né donne, né sentirono rumori di motoscafi in partenza. Il loro sguardo era schiavo del punto di fuga al dove i lati del pontile arrivano a tenersi per mano, prima di buttarsi in porto.
Arrivati in testata, svolsero le solite abituali operazioni: un pezzo di pane sopravento, uno sottovento, uno imbottito d’acqua e scagliato il più lontano possibile. Poi, in attesa che il porto rispondesse alla pastura, Marcello estrasse il bolentino, e innescò l’unico ametto legato su quella lenza spoglia. Si sedettero sul pontile, senza distogliere lo sguardo dall’acqua. Aspettarono.
Il vento anonimo cominciava, raffica dopo raffica, ad acquisire forma e dignità, scandendo il ritmo dei movimenti del porto: barconi volgari salpavano sollevando ancore, cime e secolari sedimenti del fondale, assistiti dal moto isterico degli ormeggiatori. Nessuno dei tre si era mai trovato a pesca in un ambiente così disordinato.
Aspettarono ancora. Qualche cefaletto sbocconcellava la pagnotta sottovento, che faticava a prendere il largo; sulle altre due si erano viste solo alcune larghe bollate a risucchio, probabilmente figlie di cefali di tutto rispetto. Nessun segno invece delle salpe. Provarono a buttare ancora pane, e fecero piovere a dirotto gnocchi di pasta per pizza; poi sciolsero mezza pagnotta e altra pasta con la canna dell’acqua, ottenendo una sfera informe e appiccicosa pronta a esplodere al contatto con l’acqua. In pochi minuti i cefali si moltiplicarono, ubriacandosi di quella pastura: iniziarono a rincorrersi, a scodare, a saltare fuori dall’acqua, facendo capire di essere ufficialmente entrati in orgasmo alimentare. Ma poteva sfuggire alle salpe tutto questa confusione?
«Secondo me hanno capito tutto anche questa volta» fu il commento, demoralizzato e un po’ polemico, di Giuliano.
Replicò Alessandro: «Ma và, vedrai che da un momento all’altro arrivano. C’è pastura per pescare un mese!»
«Sì, ma non sono così stupide da farsi fregare così! Dovevamo buttare due pezzi come al solito. E’ chiaro che tutta sta roba è sospetta. Non avete capito che sono più furbe di noi!»
«Non dire cazzate, Giulià’! Non si muoveva nulla con tre pezzi, dovevamo star lì ad ammuffire? E’ l’ultima occasione, giochiamoci tutto!»
«Adesso devi spiegare a me come si pastura! Ma vai a quel paese, dai!»
Marcello non si intromise. Si era appollaiato su una bitta. Continuava a fissare le ondine crespe della superficie, e ogni tanto dava una rapida occhiata alle evoluzioni dei cefali. Da un paio di minuti si erano fatti vivi anche quelli più grossi: ratti argentati che, nuotando a pelo d’acqua, creavano onde parallele simili alle increspature del vento. Attaccavano il pane con violente testate, poi facevano un giro largo e ripiombavano all’improvviso sul boccone, senza staccarsi dalla superficie dell’acqua. «Su uno di quelli mica ci sputo, eh!» fece Giuliano
«E se nell’attesa delle salpe provassimo a rompere le scatole a uno di quelli?» l’eco di Alessandro.
Chissà che cosa avrebbe risposto Marcello, se ne avesse avuto il tempo. Stava aprendo la bocca per la prima volta in tutta la mattinata, quando tutto il movimento sul pane cessò. Ci fu una fuga di code in tutte le direzioni, la vita che banchettava in superficie si spostò lontano, sul fondo. Come le luci che si accendono e si spengono a teatro, era un chiaro invito a mettersi comodi e attenti, perché lo spettacolo stava per cominciare, finalmente. L’esercito dei Tartari era arrivato, ed entro pochi istanti avrebbe lanciato l’attacco ai residui di pane rimasti in superficie. Marcello bagnò leggermente il pezzetto di pane innescato, srotolò un bel po’ di lenza dal bolentino e lanciò a favore di vento: l’esca si posò a metà strada tra un residuo della prima pagnotta e una massa semigalleggiante di mollica e pasta per pizza che i cefali avevano portato vicino al pontile, prima di togliere all’improvviso i disturbo. Che porta avrebbero usato le salpe per fare il loro ingresso in campo? Quella principale, che dava sul centro del porto? Quelle secondarie e laterali? O sarebbero sbucate direttamente da una botola che collega il fondo del porto all’inferno?
«Eccole, eccole!» urlò Giuliano: l’ala destra del branco si era gettata su alcune briciole a pochi millimetri dal bordo del pontile, poi l’offensiva si spostò più al largo, colpendo la massa semigalleggiante: le sagome scure, più scure della scurissima acqua, ascendevano senza fretta sulla pastura, sostavano per qualche secondo a galla, mordevano e tornavano giù con violente scodate, a un ritmo sempre più elevato. Come sempre il branco si concentrava sempre e solamente su un pezzo alla volta: terminata ogni molecola della massa, fu il turno della pagnotta più al largo, aggredita con veemenza crescente: gli spruzzi, accompagnati da botti sordi, come di petardi, spingevano l’acqua verso l’alto e creavano in collaborazione con il vento degli effetti altamente suggestivi, getti di energia sequenziali, mai sovrapposti. Perché sui libri di geografia insistono a mettere le foto dei geyser islandesi, o delle cascate del Nilo, quando un simile spettacolo era reperibile sotto casa, senza fare il giro del mondo?
E soprattutto, perché si diceva che nel Mediterraneo, mare chiuso e troppo salato, il pesce era poco, le tempeste deboli, e la differenza tra le maree quasi insignificante? Nessuno dei tre del resto aveva in quel preciso istante le risorse cognitive sufficienti per formulare quesiti del genere. Devastata anche la pagnotta, rimaneva solo l’esca, che galleggiava un po’ stremita a pochi metri di distanza. Se le salpe davvero avevano accettato la sfida, avrebbero dovuta raccoglierla adesso. Quali sono i rituali di approccio di due duellanti? Una stretta di mano? Una pacca sulle spalle? A calcio di solito ci si scambia il gagliardetto. Sì, ma qui ci si trovava nella selvaggia Sardegna, in testa a un pontile, sopra un’acqua scurissima, in un giorno di maestrale, nell’ora in cui il sole raggiunge il suo seggiolone di vedetta, dove diventa occhio di Dio e vede tutto. Qui c’era in gioco una lotta ben più seria, una lotta di sottili equilibri, di tre pescatori che prendono a calci il senso comune e mettono in gioco la loro credibilità di esseri umani, davanti a un pesce troppo furbo e diabolico. Schifoso, perché non si riesce a pescare, dal tanto che è forte e intelligente. Ma allora, sta sfida? Sarebbe stata raccolta?
La risposta si conosceva già, ma l’attesa di vedere come si sarebbe manifestata aveva disseminato di tensione i cuori dei tre ragazzi. Solo quando i loro occhi iniziarono a narrare cosa stava per accadere si tranquillizzarono, perché la sfida, vinta o persa, si sarebbe giocata. Scure, più scure dell’acqua scurissima, le salpe salivano con lentezza verso l’esca, le si avvicinavano e tornavano giù, spostando sufficiente acqua per far traballare il pezzetto di pane come la fiammella di una candela. Un, due, tre rifiuti. Poi l’attacco, violentissimo: la salpa venne su, restò a contatto con l’esca per interminabili istanti, la testa verso il cielo e il corpo immobile, poi si abbassò, scatenò il solito putiferio d’acqua e si diresse verso il fondo. Marcello fu bravissimo a non anticipare le mosse: non si agitò quando la vide mangiare, ma freddamente aspettò due secondi decisivi, che diedero al pesce il tempo di mandare giù il boccone senza sentire trazioni sospette. E’ questione di tempismo: capita infatti spesso che al momento del dunque molti pescatori, presi dall’eccitazione, sbaglino i tempi delle manovre e compromettano la cattura, perché si dimenticano che ogni pesce mangia in modo diverso e richiede un’azione particolare, che un buon pescatore, se vuole definirsi tale, deve conoscere e padroneggiare alla perfezione. E certo Marcello un buon pescatore lo era sempre stato, pur dandosi poche arie.
«C’è» sussurrò a mezza voce, come se gli altri non se ne fossero accorti. Restarono quelle le uniche parole che disse nell’indimenticabile mattinata.
Il mostro c’era, e si giocava le sue carte con irritante tranquillità: il filo abbandonava il sughero del bolentino e scorreva via tra il pollice e l’indice della mano, diretto in linea retta verso il centro del porto, dove nelle ore calde si vedono i raggi solari che si fanno largo tra le particelle in sospensione dell’acqua. Era chiaro che la salpa per prima cosa tentasse la fuga di potenza, e Marcello poteva solo assecondare la sua volontà, tenendosi a mente le parole di quel grande pescatore che fu Zio Gianni: «Quando sta lottando con il pesce dimentica tutto quello che verrà, e pensa solo a cosa fare in quel momento per non perderlo». E allora non restava che concedere metri, chilometri di lenza a quella forza del diavolo: se la immaginava, mentre nuotava con potenza a una spanna dal fondo, con la calma del guerriero più forte. Non poteva vederla, ma sentiva le vibrazioni attraverso il polpastrello, l’occhio della mano su cui i più grandi pescatori hanno costruito la propria fortuna, quando le canne ancora non esistevano. Marcello però non mollava, non ci pensava nemmeno: il pesce chiedeva filo?
E lui glielo dava, tanto ne aveva 500 metri da concedere, e li avrebbe fatti passare tra il pollice e l’indice fino all’ultimo minuscolo segmento. La formidabile accelerazione iniziò a perdere un po’ di incisività; Marcello, sempre attento a tenere la lenza in tensione, approfittò di quegli attimi di pausa per recuperarne un po’, pronto a concederne ancora qualora la salpa fosse ripartita. Non funziona così anche il braccio di ferro? Fintanto che l’avversario ha l’iniziativa e spinge più forte di te, non puoi fare altro che limitare i danni ed arginare la sua irruenza, sperando che lui non abbia abbastanza forza per buttarti giù al primo attacco. Poi, quando si rilassa, gliela fai pagare, recuperi, cerchi di riprenderti quelli che eri stato costretto a concedere e intanto trovi fiducia per continuare la lotta. Marcello con quelle dita costruiva piccoli capolavori: non avendo i mulinelli mostruosi e le frizioni impeccabili dei grandi campioni, poteva contare solo sulla sensibilità di quel polpastrello, che stringendosi o allontanandosi dal pollice per frazioni di millimetri rappresentava il vero prolungamento del suo cervello impegnatissimo.
«Non forzarla!» lo incitò Giuliano, visibilmente eccitato.
«Dai che viene!» seguì Alessandro, più che mai partecipe. Ma quella ogni tanto ripartiva: ci furono almeno altre tre fughe, tutte della stessa intensità, tutte assecondate da quel magico indice che si apriva impercettibilmente, lasciando al nylon lo spazio per uscire. Poi, all’improvviso, si fermò completamente, mettendosi di traverso, come un mulo che si impunta. Eccolo lì il momento per cui ogni pescatore ha scelto di vivere: il dinamismo della forza lavoro si rapprende per un attimo nel corpo del pesce, e viene sostituito dall’ingombrante passività della forza peso. La forza del pesce era solo massa m, perché l’accelerazione a era stata spazzata via dalla pausa improvvisa della salpa. Non c’erano veli, né trucchi: sentire la salpa così era come vederla. Ma ora che si doveva fare?
«Avvicinala un po’ senza forzare! Dai!» fu il suggerimento di Alessandro. «Brutta bagassa» fu quello di Giuliano. Marcello si limitò ad aspettare: dentro di sé una, due, cento voci, che forse erano solo eco della coscienza, gli dicevano che la storia era ancora lunga. Poi c’era la voce roca di Zio Gianni, e raccontava le cose che anni prima raccontava sempre a Marcello, quando i muggini della darsena abboccavano alla sua lenza e poi si slamavano: «Il pesce furbo non abbocca quasi mai, e quando abbocca proprio perché è furbo sa tirarsi fuori dai casini». Quella salpa continuava inspiegabilmente a pinneggiare di traverso: il filo vibrava e si spostava in qua e in là con lentezza, senza prendere una direzione precisa. Il corpo a corpo medievale era diventato guerra fredda: basta armi, basta spade, basta fiocine, solo lucida strategia. Da un lato quella di un pesce, che non si capiva bene se avesse abboccato perché sorpreso dall’arguzia dei pescatori, o perché voglioso di umiliarli in una maniera nuova, più sottile, e più mortificante. Da un lato quella di tre pescatori uomini di mare, che avevano avuto il coraggio di riconoscere l’abilità dell’avversario e di fare un passo indietro, affrontando con le mani nude, senza canna, quella bestia segretamente bramata da tutti i pescatori di Portorotondo. Il fragile equilibro della scacchiera attendeva solo la prossima mossa. Il filo impercettibilmente riprese a muoversi, con disumana lentezza: tutti si aspettavano un’altra fuga verso l’abisso, dove da trent’anni sono legate le boe che tengono assicurano alla banchina le barche grosse, dove nessun uomo aveva più gettato lo sguardo da quando Portorotondo era stata costruita. E invece il filo si dirigeva verso il pontile su cui erano appollaiati. Che diavolo di mossa era? A che cosa era finalizzata? Cosa c’era sotto al pontile? Erano troppo stremati dalla lotta e dal vento per trovare una spiegazione. E quando Marcello riconobbe lo scacco matto era troppo tardi.
Eccola lì la via di fuga del pesce furbo ed esperto, imboccata di soppiatto dalla muscolosa salpa. Non era certo la profondità, dove la libertà di nuotare trasforma il fondale del porto in una sterminata prateria, dove la melma si fa savana e i pesci diventano gazzelle e antilopi. Quello è un ambiente suggestivo, ma duro, spietato, anche per chi, come le salpe, le leggi del porto le conosce e le sa far rispettare. Cosa fa il bandito astuto quando cerca la salvezza? Non si fa sedurre dall’illusione dello spazio aperto, ma si butta dove la conformazione del luogo è funzionale ai suoi piani. Non si affida all’intuizione chi è furbo, ma si basa sul sillogismo. E il luogo funzionale alla salvezza della salpa era il filo del pontile, quello spigolo invisibile ma tagliente che corre lungo la trave di legno che disegna il contorno della banchina. La stessa trave che a Portorotondo, entrando e uscendo dall’acqua, segna perfettamente il corso delle maree. Il nylon 0.16, che fino a quel momento era sembrato un cavetto d’acciaio, si sbriciolò all’istante, come la sottile crosta che il sole cuoce sopra la spiaggia nelle ore più calde. Una stretta di mano ideale, strana, ma straordinariamente sincera, aveva posto fine alle ostilità.
Il silenzio aveva rapito Alessandro e Giuliano. Solo il maestrale, con il suo ululato acuto che traeva forza dagli alberi delle vele all’imboccatura, conservava in quel rimpallo di sguardi e cuori impazziti il diritto di parola. Come sempre a Portorotondo.
Note:
[1] Vecchia Darsena: piccola insenatura del porto di Portorotondo frequentata da cefali di grandi dimensioni
[2] Salpe: pesci della famiglia degli Sparidi
[3] Raimondo Bucher: pioniere della subacquea italiana, inventore, nuotatore, fotografo. Un uomo che ha cambiato e riscritto la storia del rapporto tra uomo e mare. Ultranovantenne, vive la sua pensione in una barca ormeggiata a Portorotondo, sul molo dove è ambientata questa storia |
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