
Ritorno a Cuba… da dimenticare
di Giordano Massari (nick Giordaloco)
Finalmente dopo troppo tempo eccomi in partenza, causa notizie di irrigidimenti al controllo peso devo fare una oculata scelta di quanto mi porterò dietro, anche se so che utilizzerò la solita “trampa” (trappola): valigia e canne sui 25 chili e bagaglio a mano da 5, lasciando in custodia al figlio altri 10-15 chili che trasferirò dopo il check in quello a mano, l’ Italica furbizia, ma si sà, le cose da pesca pesano. Sembra che la dea dell’aria mi sia propizia, il volo è in orario perfetto, si sale a bordo ma questo non decolla, sperare che rendano note le motivazioni è pura fantasia; finalmente dopo più di mezz’ora sfila nel corridoio un tizio che guarda caso fanno accomodare al mio fianco e finalmente si vola. Il tipo, un cubano che torna per la prima volta al suo paese dopo due anni, è il diretto responsabile del ritardo, complici irresponsabili anche quelli della compagnia aerea che per fargli pagare il sovrappeso hanno fatto attendere un aereo e più di 200 persone; d’accordo che il meschinetto aveva leggermente esagerato: valigia da 40 chili, due borse a mano da 15 cadauna più in dosso 3 paia di pantaloni, tre camice e due giubbini, ma tenere fermo un aereo per tre quarti d’ora mi sembra da mentecatti.
Penso che voglia rifarsi delle spese vendendo il tutto; parlando, non starà zitto per tutto il viaggio, vengo a sapere oltre a tutte le sue parentele, amanti, aborti e corna che ha in valigia più di 30 orologi, regalini per i famigliari dice lui; come pensa di far passare alla dogana cubana quella roba è un mistero, o ha un amico corruttibile in loco o lo spolpano come pollo, oltre i 20 chili quelli ti fanno pagare una pila di CUC (moneta cubana) e non può certo sperare che non gli controllino il tutto: fuori peso e cubano di ritorno per giunta. Il volo fila liscio come l’olio ma un’ora prima dell’atterraggio un vuoto d’aria mi inonda di caffè e coca cola ed eccomi a sbarcare all’Avana ridotto a una tuta mimetica, al transito mi guardano male, non so se pensano che sono un nuovo tipo di antirivoluzionario in avanscoperta o un barbone che dormiva sotto i ponti; il fatto avrebbe dovuto farmi prevedere che questo viaggio non sarebbe stato tutto rose e fiori, ma io sono duro di comprendonio; dopo un paio d’ore ci riimbarcano e via per Camaguey, paese a sud di Cuba.
Al controllo passaporti una gentil donzella fa le solite domande: già stato a Cuba? Quante volte? Che ci viene a fare? Dove alloggerà? Quanto si fermerà? Che lavoro fa? Insomma ficcano il loro nasone rivoluzionario in tutta la tua vita. Mentre mi accendo la prima sigaretta dopo 14-15 ore di penitenza e aspetto che il nastro trasportatore mi vomiti i bagagli guardo fuori delle vetrate e con la manina alzata scorgo Dakevis che mi aspetta con al fianco il fido Delmo; in qualche modo sono riusciti a farsi affittare una macchina e sono venuti a prendermi. La mia valigia arriva ma le canne latitano; la sala si sta svuotando e io sono ancora lì che aspetto , finalmente mi decido e chiedo lumi ad un super graduato decorato che staziona presso un gruppetto di valige non ritirate, il tipo si infila nel buco passaggio valige e torna comunicandomi che non c’è più niente, le canne si sono volatilizzate, gentilmente mi indica un banchetto sullo sfondo e se ne va.
Trascino la “maleta” (valigia) sconsolato e mi presento ad una favolosa rubia (bionda) con occhiali, se non ci fosse fuori la novia (fidanzata) ad attendermi avrei messo in calcolo una settimanina a Camaguey, gentile e cinguettante come un pajarito (pappagallino) si occupa della cosa: prima mezz’ora per compilare il foglio di bagagli perduti e poi miracolo impensabile in 5 minuti scopre che le canne sono rimaste all’aeroporto di Milano, mi dice che saranno disponibili tra tre o quattro giorni e di telefonare prima; con un sorriso equivoco e lasciandomi negli occhi il paradiso di un fondo schiena da urlo si eclissa; per tutto questo tempo il mio compagno di volo stava cercando di far ragionare dei doganieri che stavano sciorinando le sue cose sui banconi; sventolava delle carte prese da internet con il regolamento doganale Cubano; qualche tempo fa ne avevo dato una scorsa unitamente al regolamento di pesca e se le nostre disposizioni sono equivoche quelle Cubane lasciano spazio ad ogni genere di interpretazione, non invidio il malcapitato, lo saluto mentalmente e mi avvio verso il sole Cubano; appena fuori un colpo di vento quasi mi atterra, altro segnale di quanto mi aspetterà per tre settimane.
Mi sistemo e il giorno dopo, “alquilado il carro” (affittata la macchina) parto alla ricerca di viveri commestibili e notizie pescatorie; i risultati sono grami; las tiendas (i negozi) sono vuote, alla modica cifra di 8 cuc (7 euro) mi assicuro mezzo litro di scadente, olio Spagnolo e un paio di pacchetti di spaghetti italici di sconosciuta marca, ultimo rimasuglio dei tempi che furono; le notizie sulla pesca sono ancora più deludenti: di tre centri pesca due sono stati chiusi e uno, oltre che praticare prezzi da strozzinaggio non esce a pesca per via del vento, al massimo se voglio mi porta tra i canali e le mangrovie alla ricerca di cuberite e parghetti; 170 cuc al giorno per robetta da 1-2 chili se va bene, SPQC (sono pazzi questi cubani).
Mordo il freno mentre aspetto che l’organizzazione italo/cubana mi faccia rientrare in possesso delle mie canne e intanto le notizie sono sempre più negative: nessuno prende nulla, nemmeno quelli che pescano tilapie, bass e gattos e il vento non accenna a finire; per passare il tempo visito i vecchi posti di pesca per i gatos finalmente, dopo un viaggio di più di 300 chilometri tra andata e ritorno sono in possesso delle mie canne. Non mi lascio crescere l’erba sotto i piedi e la mattina dopo alle 4 sono in pista, destinazione La Pasa: un’entrata del mare in laguna che non mi ha mai tradito, tarpon e cubere da sogno; dopo un’oretta siamo sul posto e inizio subito a spinneggiare; il vento è forte ma alle spalle e mi permette di lanciare, la corrente è come un fiume come piace a me e ottima per tarpon, ma dopo due ore, con la luce che ormai illumina il mio triste cappotto desisto e decidiamo di andare a Cajo Gulliermo, altri 70 chilometri per trovare dei pescatori che hanno fatto la notte sul solito ponte e che non possono vantare che un parghito da un chilo e qualche ronco immangiabile, non ci provo nemmeno e tiro due foto.
Al ritorno proverò in tutti ponti che incontro ma il risultato non cambierà; anche se hanno tolto da un anno i corral con le camere della morte che chiudevano le lagune e smesso di gettare reti in laguna il danno è ormai fatto e il ripopolamento richiederà sicuramente qualche anno, inutile tornarci. Visto che anche la pesca nelle lagune d’acqua dolce non mi dà nessun risultato da terra decido di noleggiare una barca e provare in zone incontaminate, pio desiderio: nella Laguna della Leche il mare ha rotto un argine e ha sterminato i gatos, alla Redonda, conosciutissima laguna da bass, 8-10 anni fa si facevano facilmente 40-50 bass al giorno hanno continuato lo spopolamento: corral sui canali principali e anche in tutti i canalizzi secondari, senza contare chilometri di reti ovunque; ma qualcosa devo pur fare e quindi provo. Appuntamento alle 6,30 ma come al solito i primi arrivano alle 7 e il lancero prima delle 8 non ha ancora la barca pronta, solita precisione Cubana; finalmente si va . La vista dei corral e delle reti non mi mette certo di buon umore, nel primo canalizzo sento un’enorme sciacquio e vedo un corral che vibra, come ci avviciniamo scorgo nell’acqua scura un enorme gatos (pesce gatto), sicuramente oltre il metro e trenta che si agita nella camera della morte, dopotutto forse qualcosa è ancora in
circolazione.
Ma l’azione di pesca dimostra il contrario: qualcosa c’è, si vedono le scie di bolle dei gatos che cercano cibo sul fondo, ma non sono sicuramente quei bei branchi degli anni passati e inoltre sembrano essersi fatti furbi e diffidenti: passano nelle vicinanze delle esche ma non accennano a mangiare; dopo quattro ore di pesca metto a carniere solo questi due esemplari di taglia media per fortuna che le zanzare, grazie al vento incessante sembrano essere sparite,
cosa più che buona visto che a Moron sono stati segnalati nuovi casi di Dengue.
Comunque non voglio rinunciare e mi metto in contatto con un mio amico Italiano che vive a Cuba ormai da tre anni e si e trasferito a Caibarien, mi sconsiglia di raggiungerlo causa vento, ma si sa che sono testardo e parto; mi fermo tre giorni e tutto quello che riesco a prendere sono: due barracuda che non arrivano al metro, una cuberita sul chilo, due docciate galattiche e un pollo “stancato” con la macchina durante il viaggio; l’unica nota felice saranno i giorni passati a Zaza alla ricerca dei Tarpon. Forse è meglio che mi dia alla cucina usufruendo delle nuove pentole elettriche distribuite da Fidel.

Il mese di Marzo sarà da cancellare dal calendario come adatto ad un viaggio a Cuba, ma anche il resto non mi invita certo a ritornarci; credo che per un pò me ne starò lontano, lasciando tempo ai pesci di ritornare e forse a qualcosa di cambiare, la speranza è l’ultima a morire.
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