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Se avessi...
di Serena Bragante - Concorso Amarcord: 5° classificato


Se avessi a disposizione una macchina del tempo o una lampada di Aladino, con tanto di genio che esaudisca anche uno solo dei miei tanti desideri, o la possibilità di scegliere il sogno che farò questa notte, vorrei poter rivivere una di quelle domeniche mattina di almeno vent’anni fa, quando ero solo una bimba di sei anni, con i capelli corti e un sorriso spensierato.
Si, proprio quel giorno, la domenica, perché papà mi portava a pescare.
Lui era un patito per la pesca, talmente patito che è stato in grado, poco più che ragazzino di trasformare il suo hobby in lavoro, mettendosi a produrre retini, nasse e guadini. Forse io ero comprensibilmente un po’ meno appassionata di lui a quello sport apparentemente poco movimentato e non proprio femminile, ma comunque sia, la domenica era il giorno a noi riservato e ci adoperavamo per compiere il nostro solito rituale: ci alzavamo di buon’ora, salivamo in macchina e ci dirigevamo verso il laghetto prescelto il giorno prima. Scaricavamo la valigetta verde in plastica e le nostre canne, la mia, color azzurrina, me la ricordo ancora.

Appena arrivati si salutavano i tanti conoscenti domenicali distribuiti uniformemente tutti attorno al laghetto di turno, ciascuno con la propria attrezzatura, ciascuno con i propri modi di fare. Ciascuno convinto che la propria postazione fosse quella più produttiva, ma pronto a rispondere “qui non si prende niente”a chi avesse chiesto “com’è la tua zona?” per paura di perdere il posto la volta successiva, e ciascuno convinto di portare a casa, a fine mattinata, fiero come un vincitore di una maratona, una cesta di pesci, sperando di riuscire così a meravigliare la propria moglie non sempre contenta di vedere il marito prendere e andarsene via l’unico giorno della settimana in cui si sarebbe potuto stare assieme. Papà mi sistemava uno sgabellino tra i sassi, sulla riva, e preparava la mia canna… io intanto aprivo la valigetta e mi mettevo a rovistare tra ami, piombini e scatolini colorati contenenti una carica di camole striscianti. Appena la canna era pronta, con tanto di vermicello infilato sull’amo, con filo ben arrotolato sul mulinello, papà la lanciava, poi me l’affidava e io mi sedevo in attesa. Quell’attesa era estenuate. Fissavo il galleggiante colorato senza battere ciglio, avrei gridato appena lo avessi visto scendere di un mezzo millimetro sull’orizzonte dell’acqua. Dopo solo un momento dicevo: “papà, qui non si prende nulla…” e lui mi rispondeva che bisognava aspettare e avere pazienza, perché i pesci non vanno volentieri da chi ha fretta di prenderli.

Alla fine, per noi, non era neanche importante quanti pesci saremmo riusciti a portare a casa, a noi piaceva stare insieme, chiacchierare, ascoltare i rumori dell’ambiente, le voci degli altri pescatori, e i borbottii delle fidanzate annoiate che avevano seguito i propri uomini.
E così mi risedevo paziente ma sconsolata. Osservavo papà che preparava le sue canne, nessun ultimo modello, niente di supercostoso e poi andava a cercare in giro rami e sassi che si trasformassero in puntali, era il colmo per un produttore di articoli di pesca non avere nemmeno un puntale per appoggiare la sua canna, non sarebbe rientrato nella lista dei nostri buoni clienti!
Ma a mio papà piaceva così, diceva che c’era più contatto con la natura, che nella pesca tante cose erano inutili. Come erano belle quelle domeniche, tutte conservate nella mia scatola dei ricordi. Ma c’è una domenica che merita di essere raccontata, perché quel giorno io ero stata la protagonista del laghetto. Era una fredda, direi polare, domenica di gennaio… e come d’abitudine ci preparammo per la nostra giornata, quelle temperature da Circolo polare artico non ci avrebbero mai fermato. Arrivammo al laghetto e scoprimmo che tutta la sua superficie era coperta da una lastra di ghiaccio, talmente solida che ci si poteva pattinare sopra. Di pescatori ce n’erano, anche se un po’ meno del solito. I più coscienziosi avevano scelto di restarsene a casa con la moglie, per una volta. Prendemmo posto e mio papà fece un buco nel ghiaccio per poterci pescare dentro..la situazione appariva alquanto strana: pescare attraverso un buco non era da tutti i giorni. Come tutte le volte mi sedevo con la mia mini canna tra le manine, infagottata per non patire troppo freddo.

Nessuno prendeva nulla… anche i pesci con quel freddo chissà dove erano spariti. Ad un tratto ho sentito la mia canna tirare, non poteva essere, si trattava certo di un sbaglio, forse era l’amo che si era andato a incagliare da qualche parte. Poi ancora uno strattone e ancora di più.
E allora chiamai:” papà mi sembra che qualcosa ha abboccato” ma papà non dava importanza alle mie parole… ogni domenica ripetevo quella frase ad intervalli regolari di cinque minuti, come credermi! “Papà, mi sembra proprio che questa volta ho preso qualcosa”. “No, Serena, non può essere” mi rispondeva lui. Dopo un po’ si stancò di sentirmi , venne a vedere… si, in effetti qualcosa c’era… ed era proprio un pesce, l’unico pesce sopravvissuto era venuto da me, dall’unica bambina pescatrice infreddolita, ad abboccare all’amo della mia piccola canna. In un batter d’occhio, la voce si era sparsa fra tutti gli altri pescatori… che avevano lasciato ognuno il proprio “buco nel lago” e la propria attrezzatura e tutti arrivarono da me, si misero in cerchio, tutti sbalorditi, tutti stupiti e tutti un po’ invidiosi. Con l’aiuto di papà tirai fuori quel pesce, non era tanto grande..ma a me sembrava enorme, un trofeo d’oro zecchino. Tutti iniziarono a battermi le mani… Io bambina… fiera, felice e soddisfatta, con un sorriso che mi illuminava il faccino. Siamo tornati a casa prima del solito quella domenica, avevamo già conquistato il mondo e ci sentivamo i suoi padroni.
Quella giornata è rimasta impressa nel mio cuore e nella mia mente..oltre che per l’insolita vittoria, per la febbre che mi era salita nei giorni a seguire. Papà si era preso una bella ramanzina da mia mamma…non si poteva tenere una bimba di 6 anni fuori al freddo.

Quanto tempo è passato… quante cose sono cambiate… Le belle abitudini pian piano vanno a diradarsi e altri impegni prendono il sopravvento. Papà se ne è andato sei anni fa e nessuno mi porta più a pescare. Mi rimangono i ricordi che il passato mi ha lasciato, preziosi come gemme rarissime, mi resta l’amore per la natura e la passione per quell’attività lavorativa che papà aveva cominciato da giovane. Grazie papà per quelle domeniche e scusa se poi non sono più venuta a pesca con te.
…Averlo saputo…

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