
Salmerini della Sierra Nevada
di Andrea Beltrama
Lake Tahoe, con il suo abisso di quasi 700 metri, è il bacino d'acqua dolce più profondo degli USA. E’ un lago trasparente e immenso sdraiato nel mezzo della Sierra Nevada, il vasto massiccio montuoso che rappresenta l’ultima barriera contro i gelidi venti dell’Oceano Pacifico. La sua costa, vista dall’alto, è un misto di Sardegna e Toscana: l’acqua ha crepe turchesi che spaccano un blu mediterraneo; la terraferma è un’infinita distesa di pini altissimi, spiagge e betulle. Il tutto a 2000 metri abbondanti di altitudine. E’ da ormai due settimane che io e il mio compagno di pesca Alberto abbiamo deciso che questo posto inverosimile sarà la meta della nostra ultima spedizione di pesca americana prima del rientro in Italia.
A Lake Tahoe l’imbarazzo della scelta può giocare a un pescatore scherzi di pessimi gusto, visto che le opzioni sono praticamente illimitate e il prezzo da pagare immutato: una licenza statale da 38 dollari che permette praticamente di pescare ovunque, acque interne e mare. Le acque profonde del lago stesso ospitano trote, salmerini e persino salmoni Chinook, ma andarli a scovare è impresa ardua per chi non è un esperto del posto. Chi pesca qui ricorre solitamente alla traina di fondo, con la necessaria presenza dell’affondatore per far lavorare l’esca alla profondità adeguata. Ci sono carte nautiche con tanto di batimetriche e coordinate GPS dei punti migliori, ma è facile capire che questo sistema è un po’ troppo impegnativo, anche economicamente, per due studenti armati solo di due cannette da spinning e macchina a noleggio.
Come detto, però, il Lake Tahoe è solo una delle tante possibilità di pesca: nello specchio d’acqua si gettano almeno cinque o sei fiumi di notevole interesse (Trout Creek, Truckee River e Upper Truckee River i principali), che, dopo essere scesi lungo i pendii della Sierra, formano ambienti palustri a corrente lentissima prima di terminare la corsa nel lago. Queste acque, tanto difficili quanto stuzzicanti, offrono gustose opportunità al patito della mosca di misurarsi con iridee e fario nate sul posto: sono ambienti ricchi di cibo e nascondigli, che rendono i pesci estremamente diffidenti. Purtroppo però in questi corsi d’acqua la pesca è consentita solo dal 30 giugno al 30 settembre, per consentire ai salmoni e alle trote in risalita dal lago una frega il più possibile tranquilla.
Scartata anche questa opzione non ci resta che rivolgerci ai laghi circostanti. Non che questa scelta restringa particolarmente il campo, perché in verità ci sono almeno 500 (500, avete capito bene) laghi ricchi di pesce attorno al bacino principale: alcuni di essi, come l’Echo Lake e il Fallen Leaf Lake, possono competere per dimensioni con le nostre dighe più ampie e sono forniti di moli e scivoli per l’alaggio delle barche da pesca. Altri, incastonati vicino alle cime delle montagne, sono piccoli specchi d’acqua innevati per quasi 10 mesi all’anno. Per raggiungerli servono a volte camminate di ore, ma la ricompensa, in termini di salmerini, atmosfere e solitudine, è decisamente all’altezza dello sforzo. In aggiunta, bacini grandi e piccoli sono collegati da un fittissima rete di torrenti, fiumiciattoli e ruscelli disseminati di pozze e correntini che meriterebbero ore di paziente esplorazione.
Insomma, un’intera estate non basterebbe a sondare un quarto di queste acque. Figuratevi tre giorni, come quelli a nostra disposizione. La nostra scelta ricade sulla Desolation Wilderness, un’area selvaggia di oltre 160 chilometri e 100 laghi che si estende dietro alla sponda sud-occidentale del Lake Tahoe. Si tratta della zona ideale per chi vuole unire pescate memorabili a qualche miglio di sana camminata, evitando sentieri troppo scoscesi e spedizioni massacranti impossibili da portare a termine in una sola giornata. Che i laghi di questa zona siano pescosi me lo hanno sempre detto gli amici del Cal Fishing Club, il Club di pesca dell’Università di Berkeley con cui abbiamo girato la California con la canna in mano per tutta la stagione. Informazioni più dettagliate arrivano invece dai tantissimi diari di pesca che si annidano in rete: ci sono addirittura resoconti annuali minuto per minuto scritti da pescatori che ogni estate vanno a campeggiare nella Desolation Wilderness e esplorano minuziosamente ogni specchio d’acqua che interseca il loro cammino. In nessuno di questi racconti mancano foto di salmerini e trote così perfetti da sembrare scolpiti con la pietra. Nulla potrebbe essere più irresistibile. Arriviamo sul Lake Tahoe nel primo pomeriggio del sabato, dopo 4 ore di guida: i nostri piani prevedevano di giungere in loco in tarda mattinata, ma i saluti agli amici dell’università e le pratiche per il ritiro della macchina ci hanno lievemente rallentato. Nulla di grave, sia chiaro: la giornata è limpida e calda, la gente in giro pochissima. Viste le poche ore a disposizione prima del buio optiamo per il Granite Lake, piccolo laghetto dalle recensioni generose situato a circa 2300 metri, raggiungibile attraverso un sentiero ripido ma breve (nemmeno 2 chilometri). Il percorso si chiama Bayview Trail, e offre dal primo metro visuali incredibili del Lake Tahoe e della Sierra Nevada: mentre ci si inerpica sulla montagna, con la coda dell’occhio si vedono le chiazze smeralde dell’acqua e le vele bianche che navigano in mezzo al lago, spinte dal freschissimo vento dell’alta montagna. Sarebbe un panorama da osservare per ore, se solo l’istinto del pescatore non ci spiga a grandi falcate verso la meta.
Dopo aver fiancheggiato la montagna, il sentiero si inoltra in una radura punteggiata di mucchi di neve e ci porta direttamente sulla sponda del laghetto. Si inizia a fare sul serio, finalmente. Io parto con un rapala affondante di 5 cm, colorato con i puntini della trota fario. Alberto opta per un classico Mepps n.2 a puntini neri. La sponda da cui partiamo a pescare è sassosa e poco profonda: per paura degli incagli proviamo entrambi recuperi veloci, nella speranza di sorprendere una trota in caccia dei numerosi avannotti che popolano il sottoriva. L’esito tuttavia non è positivo: ci spostiamo dunque sull’altra sponda, dove la presenza di erbe vicino alla riva sembra rappresentare rifugio e terreno di caccia per eventuali catture. Il fondale qui scende molto più bruscamente, e così abbiamo più margine di azione per affondare l’artificiale a varie profondità. Inizio a raschiare il fondo, mettendo a repentaglio la vita del Rapala. La scelta, per quanto rischiosa, si rivela però subito vincente: un colpo secco, e la pancia rossa di un salmerino si dibatte nel sottoriva. Non è enorme, ma oppone una discreta resistenza. Tuttavia, una volta tirato fuori dalla zona più infrascata della riva, si lascia condurre agevolmente. A spanne arriva a 30 cm, ma qualsiasi misurazione impallidisce davanti alla sua livrea: dorso screziato, puntini bianchi piccoli e sparsi ovunque, pinne rifinite alla perfezione e orlate di una spessa linea bianca. Eccolo qui, il salmerino americano nel suo vero ambiente naturale. Siamo venuti apposta per lui, e già l’abbiamo trovato. Nel mentre, anche Alberto si converte al Rapala. Nemmeno il tempo di spostarsi di un metro, e la sua canna è già piegata. Come prima la lotta non è impossibile, ma si capisce subito dalla quantità di acqua spostata che il pesce è di ben altro livello. Nessuno di noi, però, può trattenere un’espressione sorpresa quando la cattura affiora in superficie: è un salmerino stupendo, ancor più colorato di quello di prima e di dimensioni ben maggiori. A occhio e croce sfiora i 40 cm, ma è la sua corporatura robusta, inusuale per questi aridi ambienti, a sorprendere maggiormente. La bocca spalancata sembra una ciabatta.
Dopo le foto di rito lo liberiamo; ancora provato dalla paura, il pesce trascorre qualche minuto nel sottoriva in nostra compagnia prima di filarsene di nuovo verso il centro del lago. In tarda serata, dopo le sette, inizia un lento movimento in superficie. Prima solo bollate sporadiche, poi tutto il lago inizia a ribollire sempre più freneticamente. Devono essere le trote iridee che entrano in attività, anche se, a uno sguardo più attento, ci accorgiamo che persino qualche salmerino, nel sottoriva, si dedica alla caccia superficiale. Proviamo tutto il nostro assortimento di aritificali galleggianti, ma di abboccate nemmeno l’ombra. “Ci vorrebbe una frusta”, penso, ma la soddisfazione per questa prima battuta di pesca di successo annacqua i rimpianti. Quando il buio inizia a calare sulla radura, prendiamo la via del ritorno: la zona è popolata da una fitta colonia di orsi bruni, e incontrarne uno sul sentiero potrebbe non essere un’esperienza piacevole. Il giorno seguente è dedicato alla spedizione più lunga, dal momento che è l’unica giornata piena a nostra disposizione. Anche in questo caso le scelta non è per nulla semplice: tutti i sentieri principali della Desolation Wilderness sono infatti organizzati in modo tale da lambire lungo il proprio tracciato diversi laghi, ad altitudine progressivamente maggiore. Quasi tutti i nomi di questi specchi d’acqua sono nominati almeno una volta nei diari dei pescatori, per l’impatto estetico del luogo e per la popolazione ittica stanziale. Dopo qualche titubanza ci buttiamo sul Glen Alpine Trail: il sentiero parte dal Fallen Leaf Lake, un vasto specchio d’acqua situato poco sopra al Lake Tahoe, e si addentra nel cuore della Wilderness passando accanto a quattro diversi laghi. Fissiamo come obiettivo minimo i due intermedi, Susie Lake e Heather Lake, situati a 7 e 9 chilometri dalla partenza del sentiero, rimandando a dopo l’eventuale scelta di raggiungere anche quello più in alto, l’Aloha Lake. La condizione delle nostre gambe e il morale per la battuta di pesca saranno i fattori discriminanti della decisione.
Percorsa in macchina l’angusta stradina che costeggia il Fallen Leaf Lake e insultati a dovere per l’invidia i proprietari delle case a ridosso della sponda, arriviamo finalmente all’inizio del sentiero. Sulla sinistra scorgiamo l’ennesimo laghetto di questa magica terra: si chiama Lily Lake ed è un piccolo bacino in mezzo all’erba creato dall’acqua del disgelo e alimentato da uno spumeggiante torrente. Solo il pannello informativo all’inizio della camminata ce ne rivela il nome, taciuto da tutte le altri fonti di informazione. ”Quando torniamo un lancio si fa” propongo, mentre finalmente iniziamo a camminare verso la meta. Come previsto il sentiero sale dolcemente lungo la montagna: tornanti e scalini facilitano l’incedere, mentre il silenzio della Sierra Nevada in breve tempo ci prende sottobraccio. C’è solo un inconveniente: ogni dieci metri la vista di una buca promettente nel torrente mi costringe a fermare la camminata e a dare un’occhiata, anche se l’acqua scorre troppo più in basso per mettere in mostra i propri pesci. Dopo una prima parte di cammino scorrevole, iniziamo a imbatterci in mucchi di neve sempre più frequenti. In breve tempo tutto il sentiero è coperto, e solo le impronte dei piedi di qualche eroe che ci ha preceduto permette di orientarsi tra la foresta di altissimi pini. Ora si cammina a singhiozzo: poiché non abbiamo scarpe adatte, in breve tempo i piedi sono inzuppati. Attraversiamo con qualche brivido un precario ponticello sul torrente: due assi di legno rese ancora più sinistre da un serpentello che ci spia. Finalmente incontriamo due essere umani. “Manca tanto a Susie Lake?” chiedo. “Oh, no. E’ vicinissimo” risponde uno. Ma prima di poter sospirare di sollievo, arriva la mazzata dal suo compagno. “Però non riuscirete mai a pescare là. Troppa neve”. Lo guardiamo sconcertati. Azzardo una domanda senza troppo senso: “E a Heather Lake?”. “Oh, lasciate perdere”. I piedi sono definitivamente gelati, come il resto del corpo. Colpevolmente non avevamo messo in conto che a quasi 3000 metri di altezza il tepore della tarda primavera non basta per pescare. Dopo un attimo di esitazione arriviamo comunque a Susie Lake: lo spettacolo è incredibile, come previsto. Peccato che sopra all’acqua ci sia prima il ghiaccio e poi un metro abbondante di neve, che nemmeno il lancio di un macigno riesce a scalfire. Decidiamo di tornare lentamente a valle per pescare in uno dei laghi ad altezza inferiore. La delusione per la fumata nera non riesce comunque a rovinare la pienezza d’animo per una giornata intera spesa in scenari simili. Mentre scendiamo proviamo senza fortuna a sondare con il cucchiaino le buche del torrente che sono accessibili dal sentiero senza troppi rischi. Il tempo scorre in fretta, e quando arriviamo al punto di partenza sono ormai le sette: c’è solo un’ora di pesca a disposizione. Ricordandomi della dichiarazione fatta ad inizio camminata, ritengo che la soluzione più rapida consista nel fare un tentativo nel Lily Lake, il laghetto all’imbocco del sentiero. E’ vero, non è segnato da nessuna parte e probabilmente la sua portata di acqua è legata a doppio filo alla quantità di acqua resa disponibile dal disgelo; eppure è alimentato da un torrente permanente che non presenta ostacolo alla risalita. Possibile dunque che i pesci possano spostarsi liberamente dal laghetto al torrente a seconda della stagione e delle loro prospettive di caccia.
Alberto prova ancora il Rapala, mentre io ho talmente voglia di risparmiare tempo che non cambio nemmeno il piccolo Mepps n.1 usato poco prima per esplorare il torrente. L’acqua è bassissima, la sponda interamente erbosa con un terreno reso paludoso dalla presenza di uno spesso strato di fango. Vista la scarsa profondità, effettuo recuperi veloci e cerco di muovermi costantemente lungo la riva. Arrivato a circa metà del perimetro del lago, arriva la sorpresa. Il recupero è rallentato da una goffa resistenza: sulle prime penso persino a un’alga un po’ pesante o a un ciuffo d’erba strappato dal fondo, quando una fuga improvvisa verso il centro del lago mi convince che si tratta di qualcosa di ben più interessante. Il pesce non è veloce, eppure il peso passivo mi da capire subito che le sue dimensioni sono notevoli. Affiora la sagoma a pelo d’acqua: due scodate creano spruzzi, prima che la lotta si sposti nuovamente sotto la superficie. Con molta fatica e tensione riesco a portarlo vicino a riva: a rendere la situazione ancora più intrigante è la curiosità di scoprire di cosa si tratti effettivamente. Una trota, un salmerino? Un salmone scappato da Lake Tahoe? Dopo cinque minuti abbondanti, la cattura è ormai a portata di macchina fotografica: se non fosse quasi buio, l’avrei individuata già da tempo. Invece la notte imminente mi permette di fare luce su di lei solo quando è sotto i piedi: il ventre giallo mette in mostra dei grossi puntini neri resi confusi dall’agitazione del pesce. E’ una fario, merce rara e preziosa nel continente dove l’iridea può riprodursi e colonizza quasi tutte le acque. In America queste trote sono solitamente grossi individui solitari, che stabiliscono il proprio territorio nelle acque ferme e raramente si schiodano da lì nel proseguo della loro esistenza.
Questa sfiora il mezzo metro e rappresenta senza dubbio la migliore cattura effettuata negli Stati Uniti nel corso di tutto l’anno. Sto per immortalarla quando con un’ultima testata si libera del cucchiaino e sparisce nella notte ormai calata. Così schiva da rifiutare persino una fotografia, mentre iniziano sospettare che ci sia un motivo preciso se questo laghetto nell’erba è sistematicamente ignorato da diari e guide di pesca della zona. C’è un’ultima mezza giornata a disposizione, prima di abbandonare Tahoe e spostarci a Yosemite Park per la seconda parte della nostra vacanza. Una mezza giornata che diventa ulteriormente risicata dopo una mattinata di tribolazioni per farci sistemare il bagagliaio della macchina dall’agenzia di noleggio locale. Contrattazioni e spostamenti ci costringono a partire per la pesca a mattinata inoltrata, ragion per cui decidiamo di puntare basso e ci “accontentiamo” di Floating Island Lake, un minuscolo specchio d’acqua ricco di salmerini situato a circa un terzo dell’impervio sentiero che porta a Mount Tallac, il picco più panoramico di tutta l’area di Lake Tahoe. Un’ora scarsa di camminata con buone vedute panoramiche è un buon compromesso, soprattutto se il tempo a disposizione è piuttosto esiguo (a dire il vero avere poco tempo per visitare una zona come questa è cosa vergognosa. Peccato le nostre famiglie in Italia, dopo un anno di nostra lontananza, non lo capiscano). Ma torniamo a trattare cose serie: il Floating Island è un laghetto sotto i 2200 metri di altitudine (dunque basso…), che prende probabilmente il nome da un cespo di erba che fa capolino in mezzo all’acqua sulla sua sponda meridionale. L’acqua trasparente e il fondo erboso conferiscono all’ambiente una dominanza di colore verde, la cui tonalità varia a seconda della posizione del sole e della profondità dell’acqua. Uno spettacolo incisivo, soprattutto perché molto diverso dal blu quasi gelido degli altri laghi visitati. Come sempre, proviamo con lo spinning: Rapala io, cucchiaino Alberto. Le condizioni però da subito sembrano proibitive: il sole è a picco e non c’è un filo di vento, cosicché si riesce a vedere tranquillamente la conformazione del fondale (in generale poco profondo) anche lontano dalla riva. I pesci potranno probabilmente fare lo stesso con noi. Inoltre, nonostante uno svolazzare fittissimo di effimere e insetti terrestri sulla superficie, non si vede traccia di una bollata, o di un movimento anomalo in superficie: solo le nuotate fulminee degli uccelli acquatici intaccano la tensione superficiale del liquido. L’unica soluzione consiste nel montare ondulanti vicino ai 10 grammi e cercare di lanciare il più lontano possibile, per cercare poi un lentissimo recupero radente il fondale.
Anche in questo caso però nulla accade, eccezion fatta per qualche ciuffo di alga rimasto impigliato nelle ancorette. Dopo due ore abbondanti di tentativi lungo tutto il perimetro del lago, desistiamo: a darci il colpo di grazia sono gli stormi di zanzare che infestano gran parte delle sponde e che non sembrano gradire la nostra presenza (o forse sembrano gradirla troppo). Non c’è tempo per provare un altro lago, perché la strada per Yosemite è troppo lunga e impegnativa per essere percorsa di notte. Scusandoci da subito per l’infrazione dei principi di pesca sportiva, decidiamo di abbandonarci in toto a una strategia attendista, più da gioco di rimessa che di attacco corale. Nel mio zaino c’è un vasetto di Powerbait multicolore, comprata per le emergenze al momento dell’acquisto dei cucchiaini. E’ un’esca che in genere considero orripilante, ma è anche l’unico straccio di esca “naturale” quando non si hanno vermi o uova di salmone. Mentre Alberto estrae i nostri panini, monto in fretta entrambe le canne a fondo con un finale dello 0.12, il più sottile a disposizione. Gli ami sono Gamakatsu del 16, un po’ piccoli per questo genere di pesca. Ma in borsa non c’è altro. Con le canne assicurate a un intreccio di rami di pino, posso finalmente rilassarmi e consumare il mio pasto. Dopo due giorni sempre in movimento, un po’ di riposo è anche ben accetto. Ormai la pesca è in secondo piano: mentre ci si sollazza al sole, si inizia a pianificare il viaggio per Yosemite e le giornate che spenderemo nel parco. Dopo quasi un’ora siamo già pronti per rimetterci in cammino, quando vedo con la coda dell’occhio che una delle canne sta cercando di andare in acqua, tirata all’altro capo della lenza da una forza bruta. Nemmeno il tempo di afferrarla, e mi accorgo che, con un finale così sottile, è indispensabile allentare la frizione per contrastare l’avversario.
“Allora c’è vita in questo posto!” esclama Alberto. Il pesce emerge al centro del lago: sono sempre più convinto che questa difesa dinamica appartenga a una trota, quando la cattura smette di tirare e inizia a nuotare velocemente verso di noi. E’ lì che mi accorgo che si tratta di un salmerino, per giunta di dimensioni clamorose. Vista la riva, il pesce riparte di nuovo: sfruttando la frizione, guadagna ancora il centro dell’acqua, dove compie un paio di spettacolari scodate. Poi, dopo un attimo di tensione, ricomincia a venire. La trasparenza dell’acqua è tale che se ne possono seguire tutti i movimenti, anche quando si trova lontano. Sembra quasi di essere alla consolle di un videogioco di pesca. Il salmerino torna ancora verso di noi, ma questa volta non ha più le energie per ripartire. Prova un paio di puntate verso il fondo, ma Alberto riesce a immortalarlo lo stesso, mentre si avvicina alla superficie, sempre più stanco. E’ quando siamo ormai pronti a prenderlo in mano per le foto di rito che la scena della sera prima si ripete: un’ultima testata, e l’amo viene sdegnosamente sputato verso di noi. Un attimo di delusione, prima di riprendere il sorriso quando guardiamo le foto sullo schermo della digitale. Mentre raduniamo le ultime cose per tornare a valle, il salmerino resta lì nel sottoriva a farci compagnia, boccheggiando senza fretta a mezz’acqua. Poi, ritrovate le forze, prende lentamente il largo, mentre noi ci allontaniamo. Sarà quella l’ultima, nitida immagine di una vacanza di pesca indimenticabile.
Nel posto incantevole dove quasi tutti si recano per giocare ai Casinò del Nevada o per sciare in compagnia, noi siamo andati nei luoghi più remoti per stanare i pesci e portare loro il nostro saluto, riuscendo quasi sempre nell’intento. Se per caso capitaste in zona, non esitate nemmeno un secondo. I supermercati della zona vendono dignitose Daiwa da 2 metri a 14 dollari con mulinello già incluso nel prezzo; i laghi della zona vendono salmerini orlati di bianco di dimensioni da fotografia. Quelli si portano a casa a un prezzo un po’ più salato in termini di fatica, ma ricambiano sempre l’investimento.
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