
Virtuale
di Stefano Zucchetti
“Che bel fiume!” Sono arrivato in un posticino davvero splendido: l’acqua vicino alla sponda è cristallina e poi man mano che si avvicina al centro si tinge d’azzurro fino quasi a confondersi con il cielo sereno. Qualche decina di metri più a monte, un’ansa calma e profonda riflette il verde tremulo degli alberi lungo la riva.
Non so dove mi trovi né come ci sia arrivato. Questo angolo di fiume è tanto bello quanto sconosciuto. Potrei essere in qualche valle dell’Austria o forse più a est, chissà. Non ricordo che giorno sia né il mese né l’anno ma qualcosa nella testa mi dice di non preoccuparmi troppo e di pensare solo a divertirmi.
Il canto degli uccelli, il soffio lieve del vento e il tepore sul viso mi parlano di una giornata di fine aprile, inizio maggio. Mi avvicino all’acqua, mi abbasso fino a toccarla col dorso della mano. E’ piacevolmente fresca; non è certo acqua di neve. “Forse è già giugno”, concludo.
Poi mi guardo attorno e solo allora mi accorgo della canna e il resto dell’attrezzatura, sistemata alle mie spalle, pronta per l’uso, proprio come e dove l’avrei voluta, tuttavia non ho la minima idea di cosa ci faccia lì la mia roba. Io non ce l’ho messa sicuro.. nella testa ancora una volta qualcosa mi dice di godermela, di pescare e basta senza farmi troppe domande.
Impugno la canna, è perfettamente bilanciata;controllo la montatura e la scopro impeccabile. Frugo nella tasca sinistra e ci trovo il mio vecchio e fedele sondino. “Che strano”, penso, ero certo di averlo perduto un mucchio di tempo fa. Lo fisso all’amo e misuro il fondo scoprendo che questa operazione dev’essere già stata fatta da qualche altro pescatore, un pescatore molto in gamba per giunta.
Raccolgo la sacca con l’esca, del pane talmente bianco e fragrante che viene voglia di mangiarlo e mi porto nel punto in cui, lo noto soltanto ora, c’è un reggicanna nella corrente ed una nassa già ottimamente posizionati. Faccio per innescare ma il pane mi sfugge dalle dita e si attacca da solo alla paletta dell’amo neanche fosse calamitato. “Che cavolo mi succede?”, mi dico. Sono proprio confuso ma la voglia di pescare in quel paradiso è irresistibile così cerco di non fare troppo caso neppure a quest’altra magia.
Lancio leggermente a valle e la lenza si stende e cade leggera leggera, perfetta. Ora la puntina rosso acceso del galleggiante scende benissimo la corrente, trattengo un paio di secondi e subito affonda decisa. Ferro!
Per un decimo di secondo ho l’impressione di aver agganciato il fondo ma quel fondo si muove! Una forza tremenda quasi mi strappa la canna di mano e la frizione si mette a ronzare come un motorino.
Il pesce mi prende subito dieci, venti, trenta metri di lenza. Già dispero di poterlo tenere ma poi, giunto alla buca più a monte, tutt’a un tratto si ferma. “Ecco, è arrivato dove voleva”, penso, “ Quello è il posto dove va a nascondersi quando ha paura”.
Sento le sue testate lente. Adesso è più calmo ed ha un piano: cercare al più presto di liberarsi dall’amo sfregando il muso contro la ghiaia del fondo. Il tempo passa.
“Così facciamo notte, sempre che il nylon non ceda prima”, mi dico.
Decido di forzarlo per vedere che succede. Stringo la frizione, sblocco l’antiritorno e tiro pian piano verso di me. La canna si inarca paurosamente e fischia nell’aria ma il filo sembra tenere e dopo qualche lunghissimo secondo sento finalmente il grosso pesce staccarsi dal fondo. Tenta di ritornarci. “Eh no, bello mio!” Lo fermo, chiudendo gli occhi per un lunghissimo instante, pregando che non schianti la lenza. Ruoto lentamente la manovella del mulinello. Giro dopo giro dopo giro lo avvicino sempre di più. Ma giunto nel centro della corrente il pesce ha un sussulto improvviso, si rianima. Dà ancora una, due, tre testate rabbiose e riparte come una carpa verso l’ansa a monte. Una voce forte e aspra, come quella di un sergente dei marine, rompe il silenzio urlandomi alle spalle Backwind, backwind!!. “Chi diavolo?!” penso, voltandomi di scatto. Nessuno. Non c’è nessuno. “Certo che devo dare filo!”, esclamo mentre ho già concesso al pesce di prendersi i giri di manovella che voleva. “Non ho bisogno di consigli inutili e in inglese per giunta!”.
Ricomincia il lento tiro alla fune. Poi finalmente riesco a intravedere a un paio di canne da me la sagoma del pesce come un lampo verde argento nell’azzurro. Qualche istante dopo è a un paio di metri, a pelo d’acqua . “Mio Dio!”, mi dico, “Non può essere! E’ pigo, un pigo enorme!”
Mi piego leggermente, inserisco l’antiritorno e sobbalzo ancora perché mi trovo di colpo nella mano sinistra un capiente guadino a manico corto senza sapere da dove è sbucato. Scosso da quella ennesima stregoneria, cerco di concentrarmi sul pesce che ormai è a tiro. Lo salpo. Appoggio la canna al sostegno e lo afferro faticosamente con la mano destra. Ha la schiena talmente larga!
E’ un esemplare magnifico. Sarà almeno sui due chili, forse due chili e mezzo. Lo alzo verso il cielo, incredulo ed ebbro di gioia, quando sul dorso della mia mano appare chiaramente un numero e una scritta rosso fuoco:
Rutilus Pigus 2,360 gr. “Che cosa mi succede?!”
Mi gira tutto e il grosso pesce cade nell’acqua come un grosso sasso. Faccio un paio di passi indietro. Cerco disperatamente la riva ma mi sento mancare. Non ce la faccio, sto scivolando via…
Signor Landi, signor Landi!! Su si svegli, va tutto bene, è tutto a posto.
Riapro gli occhi e mi ritrovo in una stanza bianca senza finestre. Nelle orecchie ho uno strano ronzio. Mi tasto gli abiti preoccupato, sono asciutto. Non indosso più gilet da pesca né stivali ma una tuta morbida morbida e un paio di scarpini leggerissimi. Di fronte a me una donna matura in un elegante camice color crema mi dice con un tono tra il severo e il bonario: Quante volte le ho raccomandato di non collegarsi al virtual reality senza avvisare il personale?!
Signor Landi, capisco l’impazienza ma non deve mai dimenticarsi di prendere il Leisurex altrimenti lo vede che succede?. La guardo senza fiatare, improvvisamente mi sento terribilmente vecchio e stanco. “Che vuole da me questa infermiera dal viso fresco e liscio come un petalo di rosa e dal fisico da playmate?”
Quindi mi fa sedere su una poltroncina comodissima e si avvia verso la porta a vetri della stanza bianca, che, mi accorgo ora, è piena di strani divanetti, simili a triclinii dell’antica Roma, con delle persone distese sopra, immobili, un casco nero in testa e cavi collegati ai piedi, alle mani, al petto. Apre la porta e la mia sedia si mette a camminare da sola, seguendola come un docile cagnolino.
La testa riprende a girare. “Dove sono? Chi sono? Perché mi chiamano Landi? Chi è questo signor Landi?” Attraversiamo un lungo corridoio illuminato da una luce giallognola. Sento sempre quel ronzio di fondo. Un’altra porta si apre da sola. La donna entra e la poltroncina dietro di lei con io dentro. Eccoci qui signor Landi. Su, si stenda un attimo e cerchi di riposare. Il dottor Rossi sarà qui a momenti.
Dissociazione da virtual game machine, è molto pericolosa alla sua età, sa?
Ed è già la seconda volta. Signor Landi, deve promettermi che non andrà mai più nella sala ricreativa senza avvisare prima la nurse in modo che possa accompagnarla ed assicurarsi che prenda il suo Leisurex. Non vorrà costringerci a toglierle la hobby card vero?
Ecco, beva questo. Il dottore, un uomo alto e dal fisico prestante, anche lui senza un’età precisa, mi porge un bicchierino. Bevo. Qualche secondo e piombo nel buio.
Al mio risveglio, la nurse e il dottore sono scomparsi assieme al fastidioso ronzio nelle orecchie. Ora so tutto: “Mi chiamo Matteo Landi. Sono nato a Pavia, il 25 aprile del 1982. Soffro di una malattia cardiocircolatoria molto grave e purtroppo non posso lasciare questa clinica.”
Mi alzo e vado verso la parete di fronte al letto. Ap!, esclamo e la tenda si alza come per incanto. Fuori è tutto grigio e impolverato. In lontananza oltre i grossi blocchi bianchi delle case, senza terrazzi né balconi e dai tetti neri e lucenti, intravedo una cicatrice scura che taglia tutta la pianura brulla e desolata.
“Ecco quello è ciò che resta del mio bel Ticino.”
Ho un nodo in gola. Mi volto e guardo assente il display a muro:
16.09.2100 – h. 17:53
Ext. Temp. 49 C° Internal temp. 21 C°
Humidity 35%
SUNNY |
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