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Alla corte del predone
di Roberto Ripamonti - www.robertoripamonti.it

L’inverno ci porta naturalmente a considerare i lucci come una delle prede principali ed a scegliere acque e strategie leggermente differenti.

L’inverno è arrivato dopo una stagione calda abbastanza strana e che ci ha permesso di anticipare i tempi a partire dalle colossali piogge che abbiamo avuto tra la fine di agosto e settembre. I fiumi si sono ingrossati impedendoci di cercare i perca e quindi, le mezze giornate solitamente dedicate (nelle mie pause del carp fishing), a questo splendido predatore, sono ora state mirate al Signore del lago e del fiume; il luccio.
Ammetto che la sola idea di averlo in canna mi ha sempre elettrizzato anche perè ogni volta la mia testa corre al 1973 quando, in una roggia parallela al Sile verso Morgano (Treviso), un luccio attaccò un mio cucchiaino decidendo di diventare il “mio” primo luccio. Ho ancora ben fisso in mente quando “lui” apparve da un erbaio, aprì le pinne e quindi esplose contro quel frullino che gli era passato sopra la testa disturbandolo. Ora, a distanza di quasi 30 anni l’emozione è sempre la stessa.
Nell’ultimo periodo in cui ho avuto la fortuna di vivere in Maremma, l’amicizia con Giancarlo Franceschi, il “Gianca” mi aveva portato a scoprire che i piccoli canali e le rogge possono ancora portare a catture importanti e quella esperienza mi è servita a familiarizzare con il Maniè visto che l’Ombrone ed il Merse non hanno altri predatori.

Trasferitomi a Roma, grazie a Pino e Mauro, abbiamo scoperto cosa può effettivamente produrre il maniè quando usato in acque in cui vi sono lucci e prive di quei problemi, alghe ed erbai, che nei canali rappresentavano il maggiore dei problemi. La prima volta che andammo a tentare la sorte con i lucci, avvenne in un lago immenso in Umbria e dalle profondità spesso inesplorate in cui, i giorni precedenti i miei due amici avevano catturato molti lucci con gli artificiali.
Loro stessi, in piena onestà, apparivano scettici verso il Maniè tanto da guardarmi in modo perplesso mentre mi apprestavo a innescare una scardola.

Eravamo in mezzo la lago, verso una scarpata di pietre e non appena la mia esca toccò l’acqua notai qualche cosa di strano….Chiesi: “..Pino quanto è profondo qui?..” E Pino….”..beh, credo 18 – 19 metri….”. E di nuovo; ..”OK allora l’ho preso…”.
Al terzo lancio arrivò un secondo luccio e prima del quinto lancio, il mio amico Pino era diventato un fans del morto manovrato contagiando Mauro che quel giorno non era con noi. Da quel giorno si è aperto un mondo nuovo e le immagini di lucci che vedrete e che avete visto non sono frutto di fotomontaggi o di viaggi all’estero; no, è Italia al 100% dalle cave del Piemonte, Veneto fino ad arrivare ai laghi più grandi del Centro e del Sud del Paese. Tutti presi e rilasciati con un sistema di pesca efficace se ben eseguito, terribile, se usato nelle giornate migliori.
Ma il possedere quest’arma ci deve mettere di fronte all’obbligo di rilasciare sempre e comunque le prede perché i lucci sono pochi, raramente si possono catturare con i metodi tradizionali, raramente sono davvero grandi e devono essere trattati sempre come una risorsa preziosa che NON deve essere uccisa. I lettori di Pescare sanno che la politica di questa Rivista da almeno 20 anni è quella che le prede si rilasciano perché questa è la pesca moderna e l’unica risorsa che abbiamo affinché il nostro hobby sia praticabile ancora a lungo.

Attacchi a 360°
Il luccio a differenza delle sandre che sono animali tremendamente pigri e stazionano sul fondo, ha un raggio d’azione che va dalle profondità enormi dei laghi alla superficie degli stessi. Questo perché il predatore tende a seguire i branchi di alborelle o di coregoni o qualsiasi cosa possa rappresentare un pasto importante. In Austria ad esempio ho imparato che i lucci stazionano sempre attorno ai branchi di coregoni per cui, trovarli a 25 –35 metri di profondità, non è raro.
Alcuni dei maggiori esemplari di sempre sono stati catturati in queste situazioni. Spesso però, nell’arco della stessa giornata è possibile trovare anche i lucci a galla, quasi stessero prendendo il sole.
Ovviamente non è così ma, queste situazioni ci portano ad attacchi nel momento stesso in cui l’esca tocca l’acqua. Non è facile quindi individuare dove possiamo lanciare perché si tratta di una ricerca a 360° che a volte lascia disorientati. Certo è che alcune zone sono classiche e per i meno esperti, non posso esimermi dall’indicarle.

Ostacoli sommersi
il luccio staziona sempre dove trova facilmente rifugio, spesso un tronco sommerso o una roccia sono la sua tana di partenza da cui si muove per raggiungere le zone di caccia. Ovviamente si deve avere una buona conoscenza del fondale per potere individuare queste zone e, una attrezzatura adeguata per poter combattere la preda senza vederla infilarsi in mezzo ai rami alla prima fuga.

Sottoriva
spesso un lancio nell’immediato sottoriva porta ad u attacco se abbiamo compiuto un avvicinamento silenzioso a piedi o in barca. I lucci stazionano anche in pochi centimetri d’acqua laddove non vi siano disturbi alla sua quiete per cui, un lancio deve essere sempre tentato magari da una certa distanza.

Erbai
un altro ambiente classico per il luccio e quello in cui spesso lo possiamo vedere a galla quasi come un tronco ..con le pinne. Sono zone facili da vedere e che devono essere esplorate con pochi lanci al limite della vegetazione anche perché se il pike è in azione, l’attacco arriva subito.

Pietraie
sono ambienti difficili perché il contatto della lenza con le pietre porta spesso alla rottura ma, la presenza di lucci nelle scarpate di pietra è certa durante la maggior parte dell’anno.

Ponti
queste sono altre zone classiche di pesca sebbene i ponti debbano essere “attaccati” da terra o da una barca e MAI dal ponte stesso. Eppure la pesca del luccio dal ponte è una abitudine che raramente viene colpita da chi è preposto al controllo. Lasciando perdere l’intrinseco pericolo che si corre dallo sporgersi da una facciata a testa in giù per controllare un galleggiante, quali speranze ci sono di recuperare un luccio vero da 20 metri di altezza? Troppo spesso si assiste a ributtanti spettacoli in cui pescatori cercano la preda direttamente dai ponti ricorrendo ad acrobazie indegne della pesca del 2000.

I lucci persi
Nei precedenti appuntamenti ho sempre ammesso di preferire l’intrecciato al classico nailon poiché permette una maggiore sensibilità soprattutto nelle mangiate più delicate.
Nel luccio questo deve essere visto sotto un’altra ottica. Uno degli aspetti salienti che abbiamo sperimentato negli anni passati è nel numero di lucci persi durante il combattimento. In certe occasioni si trattava anche della totalità delle mangiate che, dopo potenti ferrate seguite da altrettanto emozionanti combattimenti, se ne andavano via nei pressi della barca op sotto ai piedi.
La cosa è stata anche imbarazzante e tale da non lasciarci mai pescare tranquilli. Credo che la colpa debba essere equamente sparita tra tre responsabili; il tipo di lenza, la rigidezza della canna e le ancorette…praticamente mezza attrezzatura.
Le canne da Maniè sono storicamente molto rigide ed alcune di esse, tipo la Shogun della Daiwa, lo sono in modo forse esagerato tanto da disegnare una curva che denota un design imperfetto. Altre canne in circolazione hanno problemi analoghi oppure, una carenza di potenza individuabile nel manico troppo morbido rispetto alla potenza della preda. Sono sottigliezze tecniche però ad oggi, sono veramente poche le canne da maniè veramente di livello tanto che alcuni dei migliori angler che io conosca usano attrezzi personalizzati nati da blank non commerciali.
Una canna da luccio, ma da Maniè in generale deve comunque avere un minimo di sensibilità e non limitarsi ad essere un “paletto” come troppo spesso abbiamo provato in questi anni. Il problema e che fatta eccezione debita, non esistono in giro molte persone in grado di disegnare una canna da maniè che non sia un attrezzo da spinning irrigidito. Ma questo mi sembra sbagliato. Altro aspetto che va sottolineato è dato dalla rigidezza delle trecce che, soprattutto nel combattimento ravvicinato, forzano troppo la tenuta dell’amo.
Con i lucci più grossi infatti abbiamo assistito a salti tremendi proprio sotto la barca ed è chiaro che in queste occasioni la tenuta dell’allamatura è ad alto rischio. Per ovviare questo problema e quello dell’abrasione dovuta allo sfregamento della lenza contro gli ostacoli abbiamo scelto (io, Mauro e Pino) di usare un nailon ad alta resistenza all’abrasione come l’Amnesia oppure il Fox Soft Steel da 042 mm. Non vi è infatti treccia, anche da 30 libbre, capace di resistere allo sfregamento di una pietra e di un pilone di un ponte! Il nailon ci fa perdere di sensibilità, cosa assai marginale con i lucci ma ci fa guadagnare di elasticità e questo probabilmente ci da un margine in più nel combattimento finale.
Terzo aspetto è dato dalla scelta delle ancorette perché troppe volte ancorette troppo rigide si sono dimostrate poco utili per i nostri scopi e, ancora più spesso, troppo piccole per la bocca di un luccio…vero. Dal mio punto di vista esistono tre marche in grado di offrire ancorette adatte e di qualità assoluta: Owner, VMC e Fox International.

Rig per il pike vai con l’acciaio!
Le montature da luccio sono solo più grandi di quelle che usiamo per la sandra o il persico reale mentre per il resto sono esattamente identiche. I braccetti delle ancorette sono ovviamente in acciaio, mentre con gli altri predatori possono essere in dyneema e l’intero rig è collegato ad un cavetto che ie rotture. La lunghezza del cavetto deve essere abbondante, anche 40 centimetri e lo stesso deve essere flessibile al massimo per garantire naturalezza dell’esca. La preparazione del cavetto è quindi importante perché la scelta dei materiali impatterà sulle prestazioni del nostro finale e sulla sua mobilità.

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