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Università della pesca
di Marco De Biase

Arriva il mese di Novembre e le prime perturbazioni veramente fredde incominciano a lambire la nostra penisola, specie la mia terra d'origine: la Puglia.
Questo fresco vento proveniente dal Nord è come un piccolo campanellino nella mia mente, il quale mi porta ad organizzarmi per le battute di pesca presso la classica “università della pesca”, cioè il porto e la pesca al cefalo.
Sia chiaro che non è permesso pescare in tutti i porti d'Italia: essi son come delle piccole fortezze, regolamentate in modo diverso da luogo a luogo.
Purtroppo, la mancanza di una legge quadro specifica per questo specchio d'acqua, da un lato non aiuta noi pescatori a stendere le proprie lenze in un placido porticciolo ( la pesca in porto è generalmente vietata per legge, sia essa sportiva o professionale), dall'altro però permette alle diverse Capitanerie di Porto di realizzare delle ordinanze ad hoc per i pescasportivi, così da dedicarsi alla propria passione sottoscrivendo un permesso, pagando una cifra, ecc. Attenzione quindi ad informarvi prima di andare a pesca in porto, il pericolo di multe è sempre dietro l'angolo.

Il cefalo, quindi, come sportivissima preda con la quale confrontarci in una battaglia serrata, fatta di colpi di scena.
Questa è la prospettiva.
La realtà, non è molto diversa da quanto si può immaginare.
Questo pesce è un abile nuotatore, molto agile e sospettoso. Un avversario difficile, la cui pesca richiede astuzia, pazienza ed ingegno. E' presente presso la tutta nostra penisola, anche se il versante tirrenico è più popolato rispetto a quello Adriatico e la sua specie presenta alcune varianti, come il bosega, il gargia d'oro e lo schiumarolo.
Normalmente il suo peso varia da alcuni etti (specie il cefalo schiumarolo) a due chili.
Nonostante sia un pinnuto ambito dai pescatori, è snobbato in cucina: le sue carni non sono molto prelibate, specie quando è pescato nei pressi dei porti, data la sua abitudine di cibarsi di scarti alimentari depositati sul fondo. Non a caso, mio nonno lo chiama, affettuosamente, il “netturbino del mare”. Ha l'abitudine di stazionare sul fondo o ad un palmo da esso, girovaga in gruppo ed è una specie gregaria infatti difficilmente lo si trova solo, in cerca di cibo.
Gli schiumaroli, invece, sono una specie che si distingue dalle altre per la caratteristica di nuotare sempre a mezz' acqua.

Prima di vedere la tecnica, una premessa è fondamentale.
Per pescare il cefalo o muggine, occorre pasturare. Quanto più sapientemente lo si fa, più alte sono le possibilità di avere successo in pesca. Ci sono diverse pasture idonee a far avvicinare i cefali nei pressi della nostra postazione di pesca. Le sarde, il pan grattato ed il formaggio sono gli elementi principali che ci serviranno per creare una buona pastura. Per quanto concerne le sarde, occorre acquistare presso il mercato del pesce (o in pescheria) circa mezzo chilo di questi pesci azzurri, poi macinarle in un tritacarne.
Vi consiglio di svolgere questa operazione in cantina o in un luogo all'aperto, in quanto l'odore delle sarde è davvero acre e disturba parecchio. Dopo averle macinate, si aggiunge una dose di 300/400 gr. di formaggio (pecorino romano andato a male oppure quello reperibile nei negozi di pesca) ed un chilo di pane grattugiato. Una spruzzatina di sale fino completerà l'opera.
Si mescola il tutto con dei guanti e, nel caso si voglia avere un impasto molto friabile, si può aggiungere dell'acqua sino a raggiungere la consistenza voluta. Questo è un esempio di brumeggio, di circa 2kg di quantitativo, ideale per una pescata di diverse ore in porto. Lo si può congelare o mantenere in un secchiello chiuso ermeticamente ed utilizzare nuovamente. Chi invece non ha possibilità di produrre una pastura personalizzata come la nostra, può acquistare quelle già pronte presso gli scaffali del negoziante di pesca.
Ovviamente, sarebbe preferibile integrarle con del glutammato o dell'olio di sarda, così da rendere più appetibile l'impasto. In commercio troverete pasture molto valide ed anche pasture scadenti, quindi siate coscienziosi nell'acquisto. Purtroppo i materiali che compongono lo sfarinato incidono parecchio sulla sua efficacia in pesca. Posso dirvi che ho provato con successo la Colmic Snack e la Tubertini Cefalo Bianca. L'invito, ovviamente è quello di sperimentare e di trovare la giusta pastura in quanto mi rendo conto che è una scelta molto personale.

Passiamo alla tecnica di pesca.
Essa si svolge principalmente con la canna fissa o la bolognese. In questo articolo, esamineremo la pesca con la canna fissa, una vera e propria università dove mettere in discussione le nostre capacità di pescatori.
E' richiesta massima concentrazione e caparbietà. La canna fissa permette un'azione di pesca molto rapida, in quanto c'è la massima precisione durante la fase di ferrata del pesce. Negli ultimi anni, seppur si è notato un declino dell'attrezzo a favore della bolognese, le case costruttrici hanno provveduto a realizzare telescopiche di alta levatura, con carbonio ed altri materiali sempre all'avanguardia, così da avere attrezzi leggeri, pronti, rigidi ed affidabili.
Occorrono attrezzi dai 6 ai 9 metri, le misure più comuni sono le 7 e le 8 metri. Si useranno galleggianti a goccia o a pera rovesciata, a seconda del vento e della corrente nelle misure varianti tra uno e due grammi, possibilmente con asticine sottili ma ben visibili. In condizioni di acqua ferma e di poca corrente, cioè le mie preferite, mi piace pescare il cefalo adottando galleggianti affusolati, proprio per avvertire con maggiore prontezza le abboccate del pesce.
La lenza da utilizzare coprirà quasi tutta la lunghezza della canna; sarà realizzata con del nylon di diametro variante tra uno 0,12 ed uno 0,16 in base alla piombatura, alla grandezza dei pesci da pescare ed alla limpidezza dell'acqua. La piombatura dovrà esser costituita da una torpilla che coprirà totalmente il peso indicato sul galleggiante, oppure una spaccata di pallini oppure un misto. Vediamo le differenze. Per una risposta immediata, è meglio raggruppare tutto il peso della piombatura in un unico punto, quindi il sistema vincente è la torpilla.
Se si preferisce pescare più in calata, con una lenza morbida e naturale, così il pesce abbia meno dubbi nell'ingoiare l'esca, senza sentire il peso del piombo, allora è meglio usare una decina di pallini, tutti concentrati in un metro e mezzo di filo, a scalare man mano che ci si avvicina al galleggiante. Quindi, più aperta nei pressi della girella e più stretta dall'altra estremità.
Qualora si vuole avere una lenza che risponda ad entrambe le esigenze, non resta altro che piombare il galleggiante con una torpilla per il 70% del suo peso e poi rifinire il tutto con dei pallini in uno spezzone di filo di circa 20 centimetri.

Poi, come collegamento tra il trave ed i terminali, è buona norma usare la girella oppure il micro-aggancio della Stonfo. I terminali dovranno essere a forcella, dello 0,12/0,10/0,08 a seconda delle condizioni dell'acqua e lunghi dai 40 ai 60 centimetri.
Uso spesso terminali in fluorocarbon ma i miei preferiti sono lo Smart SLR, il Reverge di Colmic ed il Dragon di Tubertini.
Anche in questo caso, l'invito è a trovare il monofilo più idoneo per i propri gusti, la scelta è davvero personale.
Gli ami più idonei per questo tipo di pesca sono quelli a gambo lungo, specie per l'innesco del pane e della sarda. A mio parere, i modelli migliori che mi sovvengono al momento sono i 120N ed i 6315 di Gamakatsu (le altre ditte hanno ami con forme simili, quindi altrettanto validi).
La loro forma permette l'innesco del pane o del filetto di sardina senza avere particolari difficoltà.
Sono altresì validi per la pesca con il bigattino.

Pescando con il galleggiante, dovremo far stazionare le esche sul fondo, tra i 10 ed i 30 centimetri da terra. E' necessario utilizzare un piccolo attrezzo, chiamato “sonda”.
Esso ci consentirà di sapere l'esatta profondità del fondale in quanto sposteremo il galleggiante sino a che esso non rimarrà immerso di una decina/ventina di centimetri sotto il pelo dell'acqua.
A questo punto, direi che è ora di togliere la sonda ed entrare in pesca, ovviamente preparando il fondale con delle palle di pastura ben compresse.
Le esche più utilizzate sono il filetto di sarda ed il pane francese, oltre poi al bigattino.
Quella più comune è il pane francese o pane a treccia.
Lo si acquista in panificio, poi, al momento della preparazione dell'attrezzatura, lo si ripone in un secchio pieno d'acqua, lo si fa gonfiare imbevendolo di liquido e lo si ripone su di uno straccio.
Si elimina la “scorza” e si lascia nello straccio umido la mollica.
Poi, si provvede a strizzarlo ed a eliminare l'acqua presente. Al termine dell'operazione, la mollica sarà umida e pronta per essere utilizzata.

Non avrei altro da aggiungere.
Vi auguro davvero tanta fortuna e spero che i vostri sforzi siano premiati.
Novembre e Dicembre sono mesi d'oro per la pesca al muggine, gli esemplari più grossi sono in caccia!

Alla prossima!

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