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Into The Wild

di Jader Lazzari

Racconto preso dal forum di POL che vi riproponiamo.

E’ un classico giorno di inizio luglio in una pianura rovente, dove il tasso di umidità pare farci nuotare muovendo aria. Il lavoro è alle solite, fra chilometri incessanti e cellulare frenetico ma la testa è altrove. Penso a quel lago, alla sua pace, ai suoi pesci, al suo fresco. In uno dei rari momenti in cui l’autostima prende il sopravvento sulla tabella di marcia quotidiana, mi lascio abbindolare dalla mia anima repressa. L’Animale domina e prende in mano la situazione.


Percorro quei chilometri che da Reggio Emilia mi portano a Bologna in un tempo da criminale ma adesso sono in garage che sto trasformando la carriola da strumento di lavoro a strumento di piacere, facendo le scale tre alla volta, fiondandomi in casa con i vestiti gia sbottonati come se di fronte a me ci fosse l’amante di un sogno erotico pronta a consegnarmi lo scrigno del piacere. Voglio soltanto una maglietta, un pantaloncino, ginniche da bagno ed una boccia d’acqua fredda. Scrivo due righe d’amore a coloro che sapranno aspettarmi. Ridiscendo le scale, stavolta saltandole. Il portellone spalancato accoglie voglioso ogni sorta di giocattolo piscatorio e, manco a dirlo, la macchina è carica come un uovo. E’ la mezza ormai, mentre ingurgito catrame chiamo al volo il negozio che, vista la gravità e senza batter ciglio, mi fa trovare due sacchi di stoffa appesi alla ringhiera pieni di cari animaletti bianchi destinati al sacrificio. Prendo l’autostrada di nuovo e non capisco più se la lancetta che balla di più è quella della velocità o quella del serbatoio, ma in un attimo arrivo a destinazione. Il solito barista ormai prepara ciò che sa senza nemmeno dirglielo, quando mi vede arrivare sorride compiacente e capisce, per questo ormai è una tappa fissa ogni volta. Schizzo via, ora sto per vedere il Paradiso. Il lago è una meraviglia, il sogno di due ore prima prende forma e per un attimo capisco di aver bisogno di un dottore, ma di quelli bravi...


Apro la canna, l’amica francese, e preparo due cime, una da galla e una da fondo. Uno zerodieci e uno zerotrenta mentre qualche fiondata di riscaldamento parte a segnalare l’imminente partita. La consapevolezza di una lunga pescata senza limite di orario, mi fa assaporare ogni gesto con tutta la calma necessaria. Osservo tutto ciò che mi circonda e ne respiro l’essenza, suoni ed odori di vita lontano dal mondo. Drin drin, mi frega un cliente, ma taglio corto e cade la linea... toh, qui non prende... almeno fino a domani. La fionda comincia a lavorare incessantemente ed entrano i primi pescetti, gardon e persici ad un ritmo elevato, tanto da capire che sarà dura sfamarli anche con fiondate piene di bigatto, canapa e mais. Insisto fino a vedere una mangiata palesemente diversa. Lenta, lentissima, due tocche infinite e l’affondo lento e deciso.

Il Preston blu del nove asseconda ogni sua prevedibile fuga e la prima medaglia della giornata vale gia tutto il sacrificio fatto per essere li adesso. La tinca sul mezzo chilo, piccola quanto gigantesca per il mio cuore entra in nassa, a far compagnia ad una ventina di gardons ed ai molti altri che arriveranno. Deduco che i cavedani non collaborano, nemmeno sulla lenza da galla con zerodieci di filo e altrettanto decimo di grammo di galleggiante, spallinata e aperta, con tutti i dogmi da “controcazzi” che ognuno prova dando fondo alla proprie riserve di neuroni. Capisco immediatamente tante cose quando nel giro di mezz’ora conto 4 lucci, 3 cuccioli ed uno pseudoramo sul metro abbondante pinneggiare minacciosi. Qualche schizzo di pesce fuori dall’acqua in giro per il lago sono una garanzia di coprifuoco. Svolto la carta gialla, innescando un chicco di mais sullo stesso amo che poca fa vedeva un bigatto appeso a metà della schiena. Il chicco non tocca il fondo che l’elastico continua la discesa. Il pesce è bello, tiene il fondo ma non sfuria come certi baffi impongono, spostandosi lentamente senza far fischiare l’elastico e senza cambi repentini di corsia e, purtroppo, anche senza overboost.
Assecondandolo ed aspettandolo al varco, si staglia sulla superficie un carassione da chiloemezzo che, una volta guadinato, ho bisogno di due mani per tenerlo. Il serie 30 del 22 ed il Fluorine dello zeroottotre han cambiato obiettivo. Raccolgo le idee, parcheggio le ambizioni da pesce bianco e nobile ed il dubbio se aumentare il diametro di finale mi assale, certo che nelle prossime ore potrei patire dispiaceri. Insisto sul fine e parte una carrellata di volgari pesci alloctoni che però, pescati così, a tacche da un chilo alla volta, regalano emozioni alla pari di altri pesci ben più pregiati. Una leggera brezza e diversi richiami provenienti dalla boscaglia fanno capire che Bambi esiste ancora ed ora mi spiego meglio perché nei bar del paese proliferano bacheche con foto eloquenti di caccia grossa. Di tanto in tanto riprovo ad innescare il bigatto, singolo, in coppia, più su, più giù, ma i gardon sono sempre li, famelici, pronti talvolta a rompere le scatole anche sul mais, con tanti lisci e qualcuno che si fa fregare. Un vicino, intento a cercare il “papero pinnuto” innescando i gardon che ad intervalli regolari mi veniva a chiedere, vede ben due partenze seguite da altrettante slamature. Ora capisco perchè il sottoriva è cosi pullulante di minutaglia, ce ne saranno a milioni, consci che a pochi metri da riva si nasconde la morte certa e nemmeno li probabilmente la sicurezza regna...
Per miracolo, in una delle tante prove, frego un cavedano sulla caduta, ma siamo ben lontani da certi nonni che in diversi giorni di grazia divina scelsero di soggiornare nella mia nassa. Domina il mais e con esso i carassi, che nella rete ormai stan pure stretti ma di certo non sono in pericolo di vita... L’ennesima affondata finalmente mi fa piangere l’elastico, stridendo nel suo fine corsa e con la canna a tutta stecca implorante pietà. Finalmente c’è anche Lei all’appello, mentre la lampadina del neurone solitario mi segnala che l’amo ed il filo alzano bandiera bianca, riesco comunque a fermarla, avendo la fortuna di fargli cambiare direzione.
Ora siamo a destra, ma ben lontani dalla resa, tenendo il timone della situazione per un decina di minuti. Posso solo sperare, guai a forzare! Mi gira sotto, con la lentezza consapevole di chi tiene il pallino in mano.

Se almeno prendesse aria, giusto per vederla, ma lei non cede. Eppure è bella ma non gigantesca... Comincio a smontare un pezzo alla volta, staccandola dal fondo ed a canna alta, con la rouby a 9 metri e finalmente vedo il primo gorgo d’acqua, sintomo che si è girata in prossimità della superficie. Mi basta la sagoma, dai, e Lei si concede alla mia vista, come una vergine pudica, lasciandomi sperare. Il guadino è pronto e tutto il rituale si appresta ai meccanismi consolidati. Ormai è mia, non sarà piu di due kili ma la lenza chiede l’eutanasia...
Quella che sembrava la resa finale, lascia spazio ad un ultimo sussulto di permalosità, trasformando il cambio di direzione in una testata al guadino. L’epilogo è scontato, lo schianto avviene quasi come una liberazione, tanto per il pesce quanto per la lenza. Non ho il coraggio di imprecare, sono intimamente dopato da quanto sto vivendo ed accetto lo scappellotto morale con un sorriso. Rifaccio la lenza su uno nylon del 12 diretto, ma ahimè, carpe non ne vedrò più, consolandomi con i carassi.

L’imbrunire rinfresca ed acuisce la “selvaticità” di ciò che mi circonda, una persona normale qui da sola penso non starebbe tranquilla, in balia totale di qualcosa ben più grande e potente di lei. Per scaramanzia riaccendo il telefono e riprendo contatto con il mondo. Lei mi dice che sono le 9, io le confermo che il gallo si vede ancora. Chiudo e torno in pesca, avendo cura di radunare tutti i gingilli seminati in terra ai piedi della macchina, conscio che fra un ora non vedrò nemmeno il sentiero. Riprendo la marcia sui carassi e non oso pensare al sollevamento della nassa, mentre pian piano il buio mi avvolge.

Ora il bosco non canta più. Urla la sua vita.
Inerme, con un occhio al tappo e uno alle spalle, guadino l’ennesimo pesce, sazio ma non troppo di cotanta situazione. Ore 21 e 40, poco più di 20 gradi fuori e la febbre dentro, vorrei non andare a casa, datemi una starlight, voglio stare qui! La Dea Bendata mi degna di apporre il sigillo di qualità sull'atto finale, la giusta parola FINE ad una giornata speciale. L'ennesima affondata lenta e timida, aiutata dall'incertezza visiva di un galleggiante ormai invisibile, mi regala il match point con la seconda tinca della giornata, appena più bella della precedente e ripiena di una gioia al limite dell'infantile mi obbliga ora a chiudere. Smonto con calma lasciando la nassa come ultimo atto, mentre carico la macchina sperando di non fare cazzate lasciando regali al prossimo.
E’ buio pesto e solo la controluce dei lampioni arancioni mi guidano nel solito gesto che mi ripaga e mi riempe di soddisfazione, donando la libertà ai compagni di giochi e tenendo per ultime, nella testa di guadino parzialmente immerso, le due meravigliose creature verdi dagli occhi e le labbra arancioni. Come si fa a non inchinarsi ad una così disarmante bellezza? Sciacquo rete e guadino e mi volto verso la macchina a cercare il sentiero.
Una costellazione di stelle intermittenti mi ricordano che le lucciole non esistono solo sulla via Emilia e che a questo punto, per oggi non posso più chiedere nulla alla vita. Salgo in auto e abbasso i finestrini, raccogliendo quanta più qualità possibile e per qualche minuto giro con la seconda al minimo. E’ un arrivederci quasi sofferto, ma di certo a breve. Il barista che mi vede alle dieci e un quarto mi anticipa la risposta ad una domanda che nemmeno mi fa...

“Anche oggi ti sei divertito” diretto, concreto e discreto, “Ormai spuntano le setole pure a te...” mentre sbafo la prima cosa commestibile che trovo e sigillo con un bel bicchiere di vino la giornata appena trascorsa. Dieci euro al self service o non arrivo a casa, sebbene il ritorno sia stato degno del taxista piu rilassato che era in me. E’ quasi mezzanotte quando mi rimetto la divisa da marito e da babbo, la serenità che mi circonda è qualcosa di molto diverso da ciò che 12 ore prima mi imprigionava. La doccia ristoratrice libera la mente e rilassa il corpo... ma non tutto... sperando a questo punto che sia Lei a chiedermi di tornare a pesca pure domani...


 

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