
Concorso Amarcord 2008, 2 ° classificato
Una vita ed un fiume
di Giovanni delle Donne
Lanciai la mosca nella buca più profonda. Profumi, colori, sensazioni, emozioni. Il mio spirito era annegato nella natura. Il sole scomparve dietro i monti di quelle terre dimenticate da ogni dio, quando la trota bollò e, come indemoniata, cominciò la sua lotta. Delicatamente l’avvicinai a me. Il tramonto ornava la sua livrea di puntini scintillanti. Sembravano stelle, quelle stelle piangenti a cui ero solito affidare i miei sogni, nelle notti d’estate. Slamai la trota e, per attimi eterni, rimasi a contemplare il cielo. Le nuvole si erano trasformate in drappi rosei, dalle sfumature amaranto. Non esisteva null’altro che la natura in quella sera. Già pregustavo, con un sorriso malizioso, la notte che sarebbe seguita. Estate, festa di paese, gente, musica, risa. E poi lei, la donna che custodiva il mio cuore. Cosa potevo chiedere di più alla vita?
Eppure quando mi voltai verso il mio amico Utis, il mio sorriso scomparve di colpo. Mi succedeva spesso negli ultimi tempi. Pensai alla sua povera esistenza, priva di forti emozioni, priva di qualsiasi divertimento. Non aveva studiato, era rimasto a vivere in campagna coi suoi genitori, per aiutarli nella coltivazione della terra e nell’allevamento del bestiame. Non si curava affatto: la sua barba si fondeva perfettamente con la lunga capigliatura. Non aveva neppure idea di cosa offrisse il mondo al di fuori della frazione in cui era nato. Sapevo che quella notte avrebbe rinunciato alla festa, per starsene allungato sui prati, ad occhi spalancati verso l’infinito, ascoltando le dolci melodie dei grilli. Ero pure cosciente di essere il suo solo amico, l’unica persona con cui si confidava apertamente.
Non a caso ero anche il suo unico compagno di pesca. Già, ma io ero l’opposto di Utis: arrivista, conquistatore, vanitoso, orgoglioso, giudice inflessibile. Ritenevo che tali mie peculiarità fossero indispensabili per vivere agiatamente nella società ed esortavo Utis a rinforzare la sua personalità, a combattere, ad esprimere con vigore le sue idee. <<Altrimenti>>, gli dicevo, <<Il mondo ti schiaccerà>>. In effetti in molti si prendevano gioco di lui. Lo usavano per i loro tornaconti, sapendo che in quel ragazzo non v’era traccia di rabbia, rancore o vendetta. Ma ogni volta che gli ripetevo le mie preoccupazioni sul suo modo di vivere, lui si metteva a ridere e cambiava discorso. Mi diceva che forse, un giorno, avrei capito.
Gli ultimi raggi di luce coloravano le valli. Utis mi chiese se era il caso di chiudere le canne. Anuii. Mentre riponevo la canna nel fodero di seta, osservavo i gesti del mio compagno di avventura: era lento, lentissimo. Richiudeva la sua vecchia canna fissa di bambù. E sì, perché lui pescava solo con quella canna, qualsiasi fosse il pesce da adescare. Cambiava solo la montatura. Se andavamo a trote e cavedani sul fiume, utilizzava un mozzo di coda di topo con un finale a cui innescava dei grilli. Se andavamo a carpe montava uno 0.35 con galleggiantino di sughero e qualche piombino. Insomma per lui la pesca era viversi la natura, non per forza ricercare tecniche ed attrezzature sofisticate. Anche in questo eravamo evidentemente opposti. Riposte le attrezzature nel cassettone del suo treruote, ce ne tornammo a casa. Cercai di convincerlo a venire alla festa di paese, ma le mie parole furono proferite a vuoto. Però mi feci promettere che la domenica successiva saremmo andati di nuovo a pesca.
Che notte favolosa fu. Come l’avevo immaginata. La mia terra, la mia piazza, la mia gente, la mia donna. Dopo mesi trascorsi sui libri, potevo finalmente godermi istanti di pace assoluta, danzando e bevendo vino, con gli amici di una vita. I fuochi d’artificio coronarono lo splendore di quella festa. Tornai a casa, con scariche di adrenalina persistenti, che mi punzecchiavano il corpo. Sentivo la mia giovinezza, la mia forza, il mio vigore. Sentivo la vita esplodere nel mio cuore. Sulla soglia di casa mi attendeva, come al solito, il mio cane Horus. Lo abbracciai e per un po’ mi fermai con lui ad osservare le stelle. Orione, l’Orsa Maggiore, Cassiopea. Che spettacolo incredibile. Io ero un punto infinitesimale, affogato nel Firmamento. Ma, al culmine della mia gioia, avvertii una fitta al petto. Un pensiero cruento prese forma. Di colpo la mia mente cominciò a pormi mille domande, anzi le solite mille domande, che, ripetutamente, nel corso della mia vita, mi avevano accompagnato: <<Ti senti felice, eh! Ma quanto durerà? Ancora qualche ora, ancora qualche giorno, ancora qualche settimana? Poi tornerai alla tua solita vita: l’università, le incombenze, gli impegni. Tutta la serenità svanirà e ti sentirai di nuovo solo e triste. Certo avvertirai sprazzi di euforia, ma la tua vita è corsa, combattimento, è raggiungere una meta, non lo dimenticare. Tu sei destinato a diventare un uomo potente, ricco. Avrai tempo per ridere, ma sarà poco rispetto a quello che dovrai dedicare al tuo lavoro. Anche la tua famiglia dovrà essere sacrificata per il successo>>.
E di seguito altre voci interiori: <<Ma sei sicuro che è questo che vuoi? Sei sicuro che vuoi invecchiare così?>>. Qualche attimo di tregua e poi: <<Ma in fondo chi sei? Cos’è la vita? Ragioni, quindi sei? Oppure proprio perché ragioni, non sei consapevole di chi tu sia in realtà? Se non comprendi cos’è la vita, come fai ad attribuirle un senso, un valore? Magari tutto ciò che farai sarà sbagliato. Rimembra che sei un essere impermanente, destinato a scomparire prima o poi. Rifletti, rifletti, rifletti…>>.
E più riflettevo, più le domande aumentavano, diventavano complicate ed in me affiorava un senso di inquietudine, paura, sgomento. Quella notte, come molte altre notti della mia vita, faticai a dormire.
Domenica arrivò in un baleno. Decisi di pescare a spinning e preparai tutto il necessario. Utis arrivò col treruote sgangherato alle 6:00 in punto. Due colpi di clacson, canne nel cassettone e via verso il fiume. Agli inizi di Settembre, le aurore sono avvolte da un alone magico. Il sole spunta timidamente, l’aria è acquosa, i campi trasudano foschie. Le beccacce solcano i cieli blu cobalto e svegliano la natura. Arrivati sulle rive di quello che consideravamo il ‘Nostro Fiume’, ossia il Trigno, decidemmo di pescare in un tratto ricco di vegetazione e, come ben sapevamo, di pesce. Utis montò la sua solita canna e, innescato un grillo canterino, lanciò tra alcuni alberi morti. Bollata. Ferrata decisa. Il combattimento durò pochi secondi. Un cavedanello venne accuratamente slamato e rilasciato da Utis. Io optai per un cucchiaino rotante dal corpo giallo, con tigratura nera e dalla paletta argentata, a cui avevo aggiunto delle piume di fagiano. Mi acquattai nei pressi della sponda e lanciai a pendolo su un grosso masso liscio. Delicatamente, lasciai scivolare l’artificiale in acqua.
Pochi giri di manovella e una forza brutale mi piegò la canna. Ferrai di polso ed un cavedano enorme emerse in superficie, dibattendosi con vigore. Utis mi lanciò uno sguardo d’approvazione e si godette, da lontano, lo spettacolo del combattimento. Col cuore in fibrillazione, mi opposi come potevo alle fughe del grosso pesce, fin quando riuscii a tirargli, per pochi secondi, la testa fuori dall’acqua. Non v’è ciprinide che possa resistere alla tortura di non avere ossigeno a disposizione. Quindi lo avvicinai e, con estrema cura, utilizzai la pinza per liberarlo dall’unico amo senza ardiglione del cucchiaino. Dapprima stordito, appena si sentì libero, guizzò via e riacquisì il suo diritto di vivere. Nel frattempo Utis non era stato a guardare e mi accorsi che anche lui stava combattendo con qualcosa di veramente grosso e potente.
Restai ad osservare in silenzio. Di nuovo potei ammirare la calma del mio amico. La sua canna di bambù era piegata all’inverosimile e la lenza volteggiava, disegnando splendide traiettorie. La cosa strana era che il pesce teneva senza alcuna fatica il fondo. Spesso avevo assistito ai combattimenti di Utis con cavedani oltre il chilo di peso e tutte le volte avevo notato che l’estrema rigidità della sua vecchia canna faceva affiorare velocemente il pesce in superficie, per quanto forte fosse. In tale occasione, invece, era Utis che doveva assecondare le fughe repentine della preda, per evitare che il suo gioiello d’antiquariato si frantumasse. Conclusi che doveva trattarsi di un cavedano da record, considerando che in quel tratto di fiume non v’erano altri pesci al di fuori di cavedani e di qualche trotella fario. E invece, all’improvviso, dall’acqua uscì un pesce dai mille colori: un’enorme trota iridea schizzò fuori dal fiume per liberarsi dalla presa dell’amo. Non potevo credere ai miei occhi. Un’iridea.
E per di più enorme. Non esitando, corsi verso il mio amico per aiutarlo. Lentamente e pazientemente, Utis stancò il pesce e lo avvicinò alla riva. Mi bagnai le mani e tentai di prenderlo, ma appena mi arrivò a pochi centimetri, si spaventò a morte e riprese la sua forsennata lotta. Ancora pochi minuti, poi, stremata, la trota finì tra le mie mani. Era davvero bellissima. Una iridea leopardo con pinne lunghe e potenti, coda perfetta, livrea luccicante e puntellata di macchioline. Io ed Utis ci guardammo, sorridendo beffardamente. Entrambi eravamo stupiti e tremanti per l’emozione. Per alcuni minuti contemplammo quella preda tanto rara. Poi la ridonammo alla natura, in un silenzio irreale, disturbato solo dal canto delle cinciallegre.
Sicuramente quella splendida trota era capitata tra le fario immesse attraverso il ripopolamento di qualche anno precedente, considerando la sua perfetta forma fisica, molto rara tra i pesci d’allevamento.
Che pescata quel giorno. Continuammo ad allamare cavedani in continuazione, ma la mia mente era focalizzata su quella trota. In realtà stavo bruciando dall’invidia per Utis, a cui la natura aveva regalato quella splendida cattura. Ecco un’altra differenza sostanziale tra me ed il mio amico: io pescavo per mostrare il mio talento, per far notare che la mia tecnica era infallibile, che la mia attrezzatura era invincibile. Lui, al contrario, pescava semplicemente per pescare. Ma è anche vero che lui viveva solo per vivere. Non aveva mai un secondo fine nelle cose che faceva. Se camminava, camminava, se mangiava, mangiava. Io, al contrario, camminavo e visualizzavo i miei mille progetti, mangiavo ed organizzavo i miei impegni. Insomma non ero mai consapevole dell’azione che stavo compiendo. La mia mente era sempre in funzione.
D’altronde, pensavo, solo coloro che, come Utis, rinunciano alla frenesia della società, possono permettersi il lusso di una mente vuota.
Le campane di una chiesetta c’informarono che era arrivato il Mezzogiorno di quella domenica settembrina. Riposimo le canne ed andammo a pranzo a casa di Utis. Giunti sull’aia della sua masseria, la madre ci accolse col solito e caloroso sorriso, avvisandoci che un pollo ripieno ci attendeva in una pentola stracolma di sugo. L’acquolina in bocca cominciò a farmi rivoltare lo stomaco. Tra vino e chiacchiere passai uno splendido pomeriggio. I familiari di Utis erano di una semplicità disarmante. Consideravano la vita un gioco che avanzava con le stagioni e non conoscevano assolutamente la parola ‘fretta’.
L’estate finì, l’autunno spogliò i boschi, l’inverno gelò i campi. A Pasqua tornai al mio paese natale. L’inizio della primavera è un momento elettrizzante. Che profumi dalle aiuole fiorite! Che colori nel cielo del tramonto! Che serenità nel cuore degli anziani! Utis passò, puntuale, alle 7:00 di mattina. Strombazzata di clacson e via verso una nuova avventura sul ‘Nostro Fiume’. Il treruote terminò la sua corsa nei pressi di un canneto selvaggio. Metri e metri di canne palustri ci dividevano da acque molto profonde. Armati di falci, ci ritagliammo un percorso e guadagnammo la riva. Montammo le attrezzature. Utis la sua solita canna di bambù. Io una bolognese di sei metri. Galleggiante, qualche pallino di piombo, amo dorato e mais costituivano la lenza.
Preparammo una pastura con farina di mais, grano e crusca. Ne lanciammo qualche palla appesantita con la terra e cominciammo a pescare in trattenuta con l’amo radente il fondale.
Il profumo della natura era talmente potente che le mie narici rischiavano di otturarsi. Due timide mangiate ed il galleggiante affondò. Ferrai con potenza. Dai colpi di testa del pesce che mi piegavano il cimino, intuii che si trattava di un barbo ed infatti non errai. Un barbo dai barbigli d’oro comparve alla mia vista. Lo slamai, lo liberai. Altri barbi si fecero attrarre dalle nostre esche nei minuti successivi. Poi, per un quarto d’ora, più nulla.
Utis, come al solito, aveva un sorriso dipinto sul viso. Ad un tratto mi accorsi che lo stavo fissando. In verità la sua pace interiore scompigliava la mia mente. In quel periodo stavo attraversando una fase della mia vita particolarmente intensa. La fine dell’università s’approssimava e dovevo decidere del mio futuro. Da una parte ero portato a seguire la carriera, rinunciando agli affetti e trasferendomi all’estero. Dall’altra non volevo abbandonare la mia famiglia e l’ambiente nel quale ero cresciuto. Ero davvero combattuto. La mia mente era particolarmente agitata, il mio corpo altrettanto. Quelle voci interiori, che mi avevano sempre accompagnato, divennero fortemente insistenti, tanto da farmi sfiorare la follia. Decisi di parlarne con Utis.
<<Ma cos’è per te la vita?>> esordii.
Utis mi guardò pietrificato. Forse non pensava che uno come me, apparentemente sicuro di sé stesso e completamente affogato nel flusso della vita, potesse porsi un tale interrogativo. Forse aveva compreso il mio disagio.
<<Non lo so>>. Non riuscì a dire altro in un primo momento. Poi riprese fiato e proseguì: <<Credo che la vita sia un mistero. Non credo si possa definirla in alcun modo. Si può solo viverla>>.
<<Ed io e te cosa siamo? Cos’è in realtà l’uomo? Qual è il fine della sua esistenza?>>, gli chiesi.
Di nuovo replicò: <<Non lo so>>.
<<E allora come fai a vivere sempre tranquillo e sorridente? Come fai a non pensare che ogni giorno invecchi sempre più?>>, gli dissi.
Mi rispose: <<Lo sai che io non penso quasi mai. Mi limito a vivere. Accetto ogni momento dell’esistenza e non desidero nulla in particolare>>.
D’improvviso ricordai perché lo avevo soprannominato Utis. Lui non leggeva quasi nulla, ma sul comodino della sua stanza da letto era da sempre presente una versione illustrata dell’Odissea. Era stregato dal mito di Ulisse. Leggeva e rileggeva quel libro, da averlo imparato a menadito. Per tal ragione cominciai a chiamarlo Utis. Tale nome indicava una rielaborazione linguistica del termine greco Nessuno, con cui Odisseo si presentava a Polifemo. Lui era molto simile ad Ulisse: amava vivamente l’avventura, la scoperta del nuovo. E voleva essere lui stesso l’artefice della scoperta, voleva lui stesso varcare le colonne d’Ercole del sapere. Per tal ragione era restio ad acculturarsi attraverso gli scritti di altre persone. Dunque non studiava, leggeva pochissimo e non ascoltava mai la televisione. Semplicemente viveva e, privo di condizionamenti esterni, scopriva ciò che l’esistenza gli offriva. In effetti lui era un essere totalmente incondizionato dal mondo esterno. Ricordo bene, durante le scuole elementari, gli sforzi che il maestro profondeva al fine di invogliarlo ad apprendere, ma lui era passivo ad ogni insegnamento. Al catechismo era la stessa cosa: sembrava sordo, anzi sembrava quasi stupido, quando non riusciva a ricordare dove era nato Gesù. Eppure stupido non era affatto. Me ne accorgevo quando rimaneva inebetito a fissare i tramonti, i torrenti, la luna. Comprendevo che rispetto agli altri fanciulli, frettolosi e litigiosi, lui possedeva una qualità molto rara: riusciva ad interagire con la natura e con il suo spirito. Amava la solitudine, la pace, il silenzio. Rifuggiva acremente il frastuono della società. Era un ragazzo davvero particolare e sicuramente diverso da me, che, al suo contrario, ero una spugna pronta ad assorbire qualsiasi input del mondo esterno.
Toc toc. Il mio galleggiante traballò. Focalizzai la mia concentrazione sull’imminente abboccata. Improvvisamente, sulla mia testa, sentii un taglio nell’aria. Una poiana, con i suoi artigli, aveva sbilanciato un cardellino, il quale, avendo perduto inesorabilmente l’assetto di volo, precipitò in acqua. Non ebbi neppure il tempo di seguire l’esito dell’attacco del rapace, che una forza tremenda quasi mi strappò la canna dalle mani. Scarica di adrenalina. Il corpo si preparò al combattimento. Dall’altra parte della lenza c’era qualcosa di grosso. Utis disse: <<Ecco il primo carpone!>>. Infatti dalle fughe lineari e da come teneva il fondo, non poteva essere che una bella carpa. In quel tratto di fiume era sempre così: barbi e cavedanelli inauguravano la battuta di pesca. Poi facevano il loro ingresso trionfale le grosse carpe. Lavorai parecchio di mulinello. Assecondai le fughe del pesce giocando con l’antiritorno e la frizione. Utis, intanto, ferrò. Ottimo: un pesce in canna a testa.
Quindici minuti ci vollero tutti prima che dai due metri di fondale apparisse la testa della mia carpa. La guadinai con cura e, come ero solito, la contemplai con gioia. Doveva pesare sui quattro chili ed il forte colore giallo che le dipingeva il ventre ne sottolineava la maturità sessuale. Le pinne erano lunghissime e, di conseguenza, potentissime. Alla base erano colorate di rosso scarlatto. La baciai e la rilasciai. Utis, nel frattempo, sembrava un acrobata. Si piegava vistosamente, affinché la sua canna fissa non venisse distrutta dal grosso pesce, che aveva allamato. <<Dev’essere davvero inferocita questa carpa!>> mi disse. Infatti lo era, tant’è vero che, ad un tratto, un rumore secco sottolineò la totale esplosione del cimino della canna di Utis. Il cimelio di tante pescate aveva ceduto durante l’ennesimo combattimento forsennato. Utis scoppiò a ridere come un pazzo. <<Lo sapevo che non poteva resistere per sempre questa cannetta. Vorrà dire che dovrò passare qualche pomeriggio a ripararla>> disse. E invece quel pomeriggio non giunse mai. Improvvisamente ed incomprensibilmente, Utis perse la sua smisurata passione per la pesca.
Lanciai la mosca nella buca più profonda. Nessuna bollata. Corressi il lancio, poggiando delicatamente l’imitazione di effimera sotto la vegetazione della sponda opposta. Niente da fare. Le trote non erano in attività. In effetti il caldo era eccessivo. Il sole del primo mattino mi scaldava la fronte, le rondini planavano sull’acqua, dissetandosi. Volsi lo sguardo in direzione della lontana casa di Utis. Mi mancava. Mi mancava il suo spirito allegro, la sua voglia di vivere, la sua canna di bambù. Rimembrai la sua affezione al mitico re di Itaca, Odisseo. Erano davvero simili lui ed Ulisse: entrambi nati per seguire virtù e conoscenza, non per vivere come bruti. Entrambi devoti alla scoperta, al superamento dei limiti, alla distruzione di ancestrali credo. Ambedue capaci di diventare Nessuno. Perché Utis si era totalmente annullato o meglio aveva distrutto il suo Ego. Il ciclope rappresentato dalla società aveva tentato di imbrigliare il suo spirito libero e lui, con estrema astuzia, era diventato Nessuno, era diventato Utis. In tal modo aveva accecato le barriere umane e sociali, riottenendo la libertà. Lo incontrai per l’ultima volta quasi un anno fa. Per l’esattezza andai di proposito a casa sua a parlargli. Era diventato silenziosissimo, quasi sfuggente. Eppure il sorriso sulle sue labbra era sempre presente. Gli portai la Divina Commedia e gli lessi il passo dell’Inferno, in cui Dante immagina Ulisse ed i suoi compagni impegnati in un’ultima, estrema sfida: superare le colonne d’Ercole, ossia il limite del conosciuto. Gli commentai l’epilogo in cui un gorgo marino risucchia le navi degli anziani condottieri, uccidendoli. Gli spiegai che, nella visione medievale di Dante, questa era la punizione divina per coloro che vivevano tentando di forgiare il proprio destino, senza affidare la propria vita a Dio.
Appena finii di parlare, Utis esplose in una risata. Aveva gradito il racconto, ma non condivideva il finale. A lui piaceva credere che Ulisse fosse morto tra le braccia della sua amata Penelope, sulle spiagge di Itaca. <<Trascorriamo la vita intera a lottare tra ciò che definiamo Bene e ciò che chiamiamo Male. Continuamente dobbiamo effettuare delle scelte. Le nostre menti sono sempre al lavoro: ragionano, riflettono, calcolano, prevedono, ricordano. Dunque viviamo o nel passato o nel futuro. Non abbiamo neppure idea di cosa sia il presente. Se Dante avesse osservato la sua mente e se non si fosse aggrappato ad una fede religiosa, avrebbe scoperto il suo profondo spirito. In tal modo non avrebbe potuto scrivere un capolavoro come la Divina Commedia, in cui si diverte a dare Giudizi Universali, ma avrebbe potuto esprimere al meglio la sua creatività, seguendo le vie del cuore e non quelle della mente. Ma purtroppo lui, come quasi tutti gli uomini, ha trascorso una vita nella paura. Ha avuto paura di scoprire la vita e quindi s’è aggrappato alla tradizione, alla religione, ai falsi credo. La vita può essere scoperta solo conoscendo a fondo le paure che ci attanagliano ed accettandole. In tal maniera esse si dissolvono da sole. Se invece si tenta di combatterle o di ignorarle, esse s’annidano nel cuore e lo soffocano>>. Queste furono le ultime parole che mi rivolse. Quel giorno uscii da casa sua assolutamente sconvolto.
Mentre scrivo queste parole sono seduto su un grosso masso del ‘Mio Fiume’. Osservo l’acqua che scende dalle montagne millenarie e, con naturalezza, si getta nel mare. Sento il canto lontano degli uccellini, il suono del vento tra i pioppi. Sono solo e silenzioso. La vita ha deciso di risvegliarmi. Lo ha fatto in maniera violenta, sconvolgendo la mia esistenza, la mia mente ed il mio corpo. Miracolosamente ora riesco ad essere consapevole delle mie azioni. Sono presente, attento, vigile. Non sono nel passato e neppure nel futuro con la mia mente. Semplicemente sono qui ed ora. O forse sarebbe più corretto dire che io sono del tutto assente. Non ci sono. Sono diventato un Nessuno, sono divenuto Utis. Solo ora mi rendo conto che in effetti Utis non era il mio compagno di pesca, bensì una parte di me, che non conoscevo e, inconsciamente, cercavo di reprimere. In realtà Utis vive in ogni essere umano e prende forma quando si abbattono le possenti mura dell’Ego e non si ostacola più il flusso della vita. Solo diventando Nessuno, un uomo può fondersi al Tutto. Nella pioggia che accarezza i campi è racchiuso il segreto: ogni goccia, finché si ritiene goccia, rappresenta una parte, un frammento. Poi improvvisamente impatta con l’oceano. Per quanto immenso esso sia, la goccia ne scuote la superficie, creando un’onda. In quell’attimo la goccia sprofonda nell’oceano e l’oceano si immerge nella goccia. Diventano un Tutto. Così è per l’essere umano. Finché crede di essere Qualcuno, rappresenta un frammento infinitesimale. Il suo Ego lo separa dal flusso energetico del Cosmo. Poi, istantaneamente, nel momento in cui diventa consapevole di non essere Nulla, di essere un Nessuno, di essere un Utis, avviene la fusione. L’uomo sprofonda nella vita e la vita s’immerge nell’uomo. Si ricrea il Tutto. L’uomo non è più separato dai suoi simili, dalla natura e dalle stelle. Cessa di essere un individuo e diventa la Totalità.
Il sole ormai è basso tra i monti. Affretto la scrittura. Mi mancano poche righe, ma il mio cuore non mi suggerisce più nulla. Mi affido alle parole del fiume. Chiudo gli occhi ed ascolto. Percepisco qualcosa, ma non riesco a descriverla. Nel silenzio della sera, resto sospeso tra una vita ed un fiume.
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