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![]() Tinca Tinca di S. Zucchetti A mia sorella Lea Molti e molti anni fa, all’epoca delle ultime grandi trote lacustri, accadde qualcosa di cui vi debbo assolutamente raccontare. Badate, sebbene sia molto vecchia, non posso certamente esserlo al punto di avere direttamente vissuto ciò che mi appresto a narrare. E non crediate che, colta da demenza senile, mi sia inventata alcunché! Questa storia è verissima. L’ho ascoltata dalla mia saggia madre, la quale a sua volta l’ha sentita dalla mia povera vecchia nonna buonanima che ne fu diretta testimone in gioventù. Né pensiate adesso che possa magari trattarsi di mere chiacchiere da femmine perché è tutt’altra cosa. Se avessimo anche noi delle scuole e dei libri, allora credo proprio che vi trovereste pagine e pagine dedicate proprio a questo episodio importantissimo della nostra assai lunga storia. Ma vi starete forse già chiedendo chi diavolo io sia e di cosa mai vada cianciando, non è vero? Ebbene, dato che il mio nome per voi non sarebbe altro che una vibrazione impercettibile, assolutamente impronunciabile, sarò semplicemente Tinca Tinca, assecondando il vostro illustre naturalista, Carlo Linneo, che tanto scrupolosamente catalogò migliaia e migliaia di specie viventi, tra cui ovviamente anche la nostra. E sono un pesce parlante, parlante in senso lato, è ovvio, dato che sono muta, muta come solo un pesce sa essere, per nostra immensa sfortuna. Eppure, vedete, le mie sorelle e io conosciamo uno strano pescatore che inspiegabilmente comprende quasi tutto di noi e che, una triste mattina di fine Maggio, ha raccolto nell’acqua del lago il mio appello e, per quello strano sentimento che ci lega e che i più arditi tra voi forse chiamerebbero affetto o persino amore, adesso ha il fegato di scriverlo infischiandosene di ciò che penserete di lui. Da qui in poi il racconto in effetti vi parrà sempre più strano. Non per colpa però del nostro amico narratore ma più semplicemente perché, essendo questa una storia di pesci, dovrà per forza seguire le correnti, il sorgere e il tramontare del sole, le fasi lunari, il tempo circolare del nostro pinneggiare. E non c’è nulla da fare purtroppo, già lo so, questo vi riuscirà terribilmente difficile da capire, sulle prime almeno, tanto quanto a noi pinnuti risulterebbe difficile, che so, immaginare come ci si senta a camminare a piedi nudi nel prato, prato che, a proposito, è verde come verde è la mia casa e non blu come invece di certo voi tutti penserete. Sì, la mia casa è verde come verdi siamo noi tinche. E’ verde come l’alga, l’inizio, il rifugio, il solletico sul muso, il limite della luce, il confine sicuro mentre più in là verso il centro del lago, oltre la corona smeraldina, ci sta il blu cupo dell’ignoto, la paura; chi osa avventurarvisi, prima o poi sparisce. Soprattutto quando sei piccina, nuota troppo in là e finirai inghiottita come una misera larva dal grande pesce orco che rapidissimo appare dal nulla e nel nulla inesorabilmente ti trascina. Altro che paura, è una fifa da aola! Ma che al contempo è prontezza e velocità sfrenata nella fuga, che vuol dire salvezza, che vuol dire pazza gioia d’averla scampata una volta ancora. Quante povere compagne ho visto scomparire nel buio dietro ai miei opercoli stretti allo spasimo mentre nel frastuono mi fiondavo nelle alghe come un missile squamoso. Sono onde d’allarme così veloci che è il pericolo immediato, il panico completo. E sono sempre le più anziane le prime a emetterle quando scodano via senza il minimo preavviso. Difatti il primo comandamento tinchesco per sopravvivere il più a lungo possibile è <Segui sempre la nonna>. Sì, perché, immediatamente dopo che la nonna è sparita, arriva quasi immancabilmente l’attacco, insieme a quell’urlo disperato, muto per voi, certo, ma per noi invece assordante, insieme a quel terribile odore acre e nauseabondo che ci attraversa come una scarica, costringendoci alla fuga inconsulta a pinne distese, un movimento involontario come quello delle vostre palpebre che si serrano automaticamente quando qualcosa minaccia i vostri strani occhi concentrici. Noi invece no, gli occhi, i nostri occhietti vermiglio, quelli non possiamo certo chiuderli, nemmeno da morte, e per noi soltanto nelle notti più oscure, di luna nuova e cielo coperto, nelle notti più nere, nelle notti da anguille, il verde cessa di essere colore per rimanere soltanto cara e dolce alga, dimora accogliente e sicura. Eppure, sapete, il verde dell’alga per noi resta verde anche nel buio, solo che cessa d’essere colore per rimanere semplice profumo. Ma è sempre lo stesso amato verde dell’alga che ci è amica, così come nostro fedele compagno è il fango che ci protegge dal freddo inverno, l’alga e il fango che tanto ci amano e che tanto amiamo in un cerchio vitale, che noi riconosciamo a pelle di giorno così come di notte. Sembra strano però in fondo non è poi così difficile da capire. Chiudete gli occhi un istante e immaginate intensamente l’odore verde. Fatto? Io dico che non sbaglio affermando che vi sarà venuto in mente l’odore verde-prato o l’odore verde-foglia; ebbene, il nostro prato e il nostro bosco, soprattutto, è l’alga, e forse non è poi così diverso dal vostro di bosco. Le acque troppo aperte per noi sono quello che per voi umani un tempo devono essere state le praterie e le grandi distese, senza neppure un albero su cui arrampicarsi svelti per sfuggire all’attacco delle belve feroci. Quante di noi tinche ho visto scomparire nelle fauci di quelli che voi chiamate lucci, sebbene molte ma molte di più siano finite soffocate dalle vostre moderne reti sintetiche, sottili e invisibili come tele setose di famelici ragni e assai, ma assai più ancora, siano morte, tra mille dolori e tormenti, uccise lentamente dai vostri subdoli veleni. Avrete certamente notato che non ho menzionato né lenze né ami. L’ho fatto apposta, sapete? E la ragione risulterà ovvia ai pescatori più esperti, difficile da comprendere per chi non ci conosca bene e del tutto incomprensibile per tutti coloro i quali, nessuno escluso, in fondo ignorano totalmente cosa sia veramente una tinca. E va bene, vi svelo un segreto, anche se, ne sono certa, se solo sapessero, ciò manderebbe su tutte le furie le mie vecchie compagne! Il fatto è che noi tinche ora mai abbiamo sviluppato un senso dell’olfatto così straordinario che possiamo quasi infallibilmente cogliere il fetore di una sigaretta o la puzza del vostro disgustoso sapone sul boccone che avete appena innescato con tanta cura. Possiamo di norma avvertire i cento odori extralacustri delle vostre porcherie e dei vostri stupidi inganni e, a volte, persino annusare il metallo dei vostri ami. Per di più non siamo affatto smemorate come se fossimo tutte quante nate nello stagno di Collegno! No, cari miei, non abbiamo affatto quell’insulsa memoria da una manciata di minuti che la maggior parte di voi umani ci attribuisce, anzi possiamo ricordare più e meglio di voi! Sappiamo ricordare dove si trovava qualunque cosa e sappiamo ricordarla esattamente com’era, e-sat-ta-men-te. Così, quando notiamo un cambiamento qualunque, anche il più insignificante, ecco che nella nostra testolina immediatamente si accende un dubbio angosciante, martellante, talmente insopportabile da farci scappare a pinne levate. La nostra musica preferita per voi potrebbe intitolarsi <Sinfonia monotona del lago>, un sordo tum-tum-tum che segue le correnti dominanti, lo spartito mandato a memoria dei fondali sommersi e pressoché immutabili da millenni interi. La nostra giornata tipo vi parrebbe in fondo assai noiosa e piuttosto simile alla giornata di un’anziana perpetua di paese. La nostra forza però, vedete, sta proprio in questo: nella nostra totale mancanza di spirito d’avventura, almeno come lo intendete voi. Quello che per voi è piacevole sorpresa, per noi è puro spavento; ogni incidente, per noi è un accidente. E se qualcosa ci trascinasse fuori dall’acqua e avessimo la fortuna, qui da noi purtroppo rara, che quel qualcosa fosse la lenza tanto abilmente confezionata da un pescatore davvero “sportivo” allora potete scommettere che, una volta restituite all’acqua, ben difficilmente rifaremmo lo stesso sbaglio. Perché, sì, può anche darsi che talvolta assomigliamo a un gregge di pecore che bruca ma non siamo mica sceme, come del resto non lo sono loro, basti chiedere a un lupo qualunque.. Scusate? Come dite? Polenta? Pane fragrante? Vermi grassi e succulenti? Tenere larvette di zanzara? Questo, lo dico a mia difesa, ve lo sta sicuramente suggerendo, e piuttosto ineducatamente aggiungo, il nostro impudente amico. Troppo facile! E va beh.. E’ vero, lo ammetto, ma ditemi voi, quanto resistereste a pancia vuota davanti a un piattone fumante di bucatini all’amatriciana? Ve lo dico io, pochi secondi e vi ci avventereste sopra come un nugolo di pesci gatti! Come il vostro compianto Albertone nazionale direste: «Maccarone: tu mi provochi? E io mò me te magno!» Ma.. se nella forchettata ci fosse un amo aguzzo, ecco che ve lo ritrovereste conficcato in gola ancor prima di averlo sentito, cari miei furboni! Mentre noi, una volta raggiunta l’età adulta, appena appena il minimo dubbietto ci sfiora, incuranti della fame, siamo capaci di estenuanti, strazianti attese anche dinnanzi al più appetitoso degli spuntini; ovvero siamo solite lasciarlo dov’è, farci un giretto e ritornare dopo un poco per vedere se sia sempre lì e se sia il caso o meno di assaggiarlo. E i dubbietti possono essere mille, sapete? Volete un esempio? Proprio mentre stiamo passando in quel tratto dove il massimo del commestibile che abbiamo mai trovato da quando siamo nate è stato un bozzolino marcio attaccato a un ramo secco, strappato e gettato nel lago dalla Sarneghera, ecco che improvvisamente piovono larve su larve come i vostri coriandoli a carnevale! Bianchi, rossi, gialli, teneri, profumati bigattini, solo che… solo che non dovrebbero assolutamente essere lì! Capite? Grazie alla nostra prodigiosa memoria, badate bene, quasi del tutto insensibile all’eccitazione del momento, quelle leccornie sono assurde come per voi lo sarebbe un albero di Natale a Ferragosto. Ci fanno gola, certo, ma nel contempo ci spaventano a morte! Se, invece, un poco più in là, alla terza tappa del nostro solito giro quotidiano, proprio dove le bricioline di pane secco, gonfie e bianche, spesso si posano da tempo immemorabile, tanto gustose quanto innocue perché sfuggite ai becchi insaziabili delle anatre e dei cigni, che tanto voi amate e coccolate, una mattina trovassimo un boccone tutt’intero di pane morbido e fragrante, beh, allora quella sarebbe tutt’altra storia, soprattutto se quella mollica si trovasse all’estremità di una lenza talmente ben costruita da risultare praticamente eterea. Ma sto divagando, cosa terribilmente insolita per una tinca! Scusate, vi chiedo perdono e passo subito al racconto della mia vecchia nonna: Dunque.. vediamo.. Fu subito dopo la più calda estate delle ultime cento lune piene del vostro Agosto quando, una terribile sera, cominciò a tuonare come non mai, non dal cielo al lago cioè come natura vuole ma, orrore tremendo, dal lago al cielo! Colonne d’acqua impazzita improvvisamente esplosero in veloce successione tutt’intorno. Quasi tutti i pesci morirono subito o al massimo, i più fortunati, giacquero agonizzanti o vagarono intontiti per giorni e giorni. Tutto intorno c’era quell’odore inconfondibile e altrettanto insopportabile, puzzo di dolore e fetore di morte, ovvero un vero e proprio trionfo di Schreckstoff come lo definirebbero oggigiorno i vostri ittiologi più preparati. Era la guerra! Guerra di uomini contro altri uomini ma che al tempo stesso, come suole, presto o tardi era divenuta guerra di fame contro qualunque creatura o cosa seppur vagamente commestibile e quindi ovviamente anche guerra di uomini ai pesci, una barbara guerra di sterminio! E per nostra immensa sfortuna noi tinche, specialmente se ben cucinate al forno con la polenta, siamo semplicemente squisite, figuratevi un po’ quando gli stomaci brontolano a più non posso! Non che, del resto, si facesse troppa distinzione. Qualunque buon pesce finiva in grossi secchi di latta lucente. Come sempre ci finimmo noi tinche insieme ad altre specie ancor più pregiate e ricercate, quali trote, persici e lucci, destinate alle mense dei ricchi, mentre minutaglia e pesciame vario venivano sbattuti in cassette sporche di legnaccio ammuffito e finivano, senza intingoli né aromi, dopo essere stati arrostiti sulle stufe o nei camini, a riempire i ventri dei più. Ma questa guerra, almeno questa, non durò che pochi mesi, del resto come avrebbe potuto andare altrimenti?! Dopo spietati attacchi giornalieri con centinaia e centinaia di metri di reti d’ogni genere e foggia, permesse o, per lo più, vietate e collocate fino a ridosso della riva, dopo svariati lanci di carburo imbottigliato, esplosivi vari e persino varechina, non restarono che poche decine di noi, nascoste, immobili, anzi impietrite, negli angoli più impervi del lago. Pinna a pinna con assai meno nobili ciprinidi, soprattutto vecchi e furbissimi cavedani e scardolone furfanti di tre cotte, le ultime tinche del lago vissero così mesi d’inferno, sospese tra l’alga e il baratro, tremando a ogni minimo colpo di remo o rombo di motore e sussultando per le improvvise deflagrazioni, fortunatamente inutili poiché abbastanza lontane. Nonna raccontò che il peggio fu che a un certo punto si ritrovarono schiacciate tra una remota riva a strapiombo e un paio di giganteschi lucci famelici, in agguato nel profondo e pronti ad avventarsi su chiunque di loro, pazza per la fame, avesse provato a rompere l’assedio. Impararono così a stringersi negli anfratti delle rocce e ad appiattirsi come sogliole adriatiche tra le erbe del fondo, talmente bene che per quella coppia di mostri fu impossibile individuarle o, quanto meno, scattare veloci ad azzannarle senza rischiare di rompersi il grugno. Non che fossero loro, quei terribili luccioni, i veri orchi, no di certo, tant’è che, qualche settimana dopo, una piccola bomba a mano, lanciata ai margini del nostro nascondiglio, sicuro ma evidentemente non troppo, esplose proprio sul capo degli enormi esocidi, che vennero a galla, gonfi e boccheggianti, soltanto per essere raffiati e tratti a paiolo. Oh che ignobile fine, quale triste epilogo per quei due vecchi leoni di lago! I giorni e le notti trascorrevano nella più cupa disperazione. Arrivò l’autunno e non restavano praticamente che i pesci più grossi, più saggi e pazienti. E quando giunse il gelido vento dell’est, le vecchie tinche furono, per la prima volta nella loro relativamente lunga esistenza, assai felici di salutare l’ultimo sole e predisporsi al letargo poiché da quel sonno avrebbero benissimo potuto non risvegliarsi mai più. Come, non capite? Ma è chiaro, la prospettiva di una morte nel sonno non le spaventava affatto, anzi le consolava. I nervi a pezzi, le scaglie sbiadite e le pinne mosce, bramavano quel consolante e liberatorio adagiarsi nel caldo fango del fondo, abbandonandosi all’abbraccio di Lago Nostro Padre; desideravano soltanto lasciarsi per sempre alle spalle quell’incubo assurdo. E invece, invece venne il risveglio durissimo, seguito da una apparentemente lenta ma in verità insolitamente breve primavera e con la fine di questa si approssimò inesorabilmente il tempo della mossa, la dolce frega, la stagione dell’amore! Soltanto che stavolta ciò non avrebbe significato affatto nuova vita benedetta bensì, dato che i luoghi della riproduzione erano arcinoti a tutti i pescatori, semplicemente morte sicura. Come anche voi stolti umani ben sapete, non c’è forza più potente e irrefrenabile dell’amore. Dunque i pochi maschi superstiti, specialmente i più giovani e stupidi, si predisposero comunque all’inseguimento rituale e le tinche più “tinche”, una calda e struggente sera di fine maggio, presero a nuotare nel solo modo pensabile ovvero quel lento, ondeggiante, frivolo modo, vecchio come il mondo, un bel nuoto “da rimorchio” insomma. Ovviamente fu la loro fine. Non appena giunti sui letti di frega, morirono tutti nel sole di Giugno tra mille tormenti, chi fiocinato, chi salpato col quadrato, chi avvolto dal rezzaglio, in una rivoltante zuppa di uova, seme e acqua rossastra. Che grande idiozia è la guerra.. e quanto idioti siete voi che l’avete inventata e la fate da sempre! A nulla valse neppure la pur lodevole ma, ahimé, tardiva levata di scudi a nostra difesa degli anziani pescatori del lago. E’ un fatto storico, questa volta della vostra di storia: nell’anno 1943, fortemente preoccupati dalla degenerazione totale, dall’abbandono scriteriato di ogni regola e dalla definitiva dipartita del buon senso, i vecchi si rivolsero direttamente al governo centrale per chiedere l’intervento immediato della cosiddetta autorità costituita prima che i pesci del loro bel lago si estinguessero sul serio. Ma, come purtroppo anche adesso suole, si fece poco assai e assai troppo tardi. Seguì un’estate lentissima, più che mai apatica e vuota. Di noi tinche non erano rimaste che le più vegliarde, tinche talmente pazienti, sagge e d’animo profondo da riuscire a restarsene immobili nel limo, manco fossero state in pieno Gennaio. Gli scoppi non si udivano più da un pezzo; gli esplosivi erano finiti e con essi la voglia di sfidare la sorte e i gendarmi. I più affamati e disperati di voi, grazie ad un Agosto decisamente piovoso, avevano piuttosto concentrato ogni sforzo e rivolto le poche energie rimaste dapprima alle lumache e ai funghi, quindi alle bacche e alle radici di tutti i generi e saporacci e, finite anche quelle, agli anfibi, ai rettili e a qualunque genere di animale o vegetale seppure vagamente commestibile, poveri mici gatti! Così, improvvisamente come era cominciata, almeno per noi la guerra finì quasi del tutto. Ma come ritornare alla vita bella e serena di una volta? Le nostre file erano troppo rade e pressoché prive di maschi, i nostri branchi composti solo da vecchie zitelle. Immaginate un immenso acquario che fino a pochi mesi prima era stato un trionfo di colori, vibrazioni e guizzi di pesci di tutti i generi e taglia ma soprattutto pieno di giovani pesciolini allegri e scapestrati, che tanta gioia e calore portano in tutti cuori, diventare una scena desolatamente vuota, un inquietante paesaggio lunare ove le poche creature superstiti si aggiravano come fantasmi tra fantasmi, tra le ombre dei più, di tutti i bei pesci portati via dalla sventura.. sventura, sì, così si dice, ma in realtà cancellati dalla stoltezza di voi guerrafondai della malora! Tuttavia i vecchi pescatori del lago, sempre più abbacchiati e preoccupati, non avevano mai smesso di cercarci. “Dov’è che sono finite le nostre belle aole? Dov’è che sono andate le nostre preziose tenche?! Oh Signur, Signur, cos’è che faremo ora?!” ripetevano e ripensavano continuamente nel loro sguaiato dialetto da triotti. Ma il tempo e la natura, se appena appena possono, pongono fortunatamente rimedio a ogni genere di brutte cose, catastrofi o misfatti. Così molto lentamente ma altrettanto inesorabilmente la vita riprese a camminare, dapprima zoppicando e poi sempre meglio, sempre più speditamente, finché non si mise a correre a perdifiato per recuperare tutto quanto il tempo perduto. Un tiepido giorno di Settembre, un pugno di pescatori irriducibili della grande isola in mezzo al lago salirono sulle loro caratteristiche barche, i naét, e presero a remare. Con le loro antiche reti, ora mai apparentemente tanto inutili quanto stupide, finalmente riuscirono a catturare pesce. Dapprima si trattò di qualche alborella lucente e poi, appresso a quelle venne su un persicotto coloratissimo, e poi un luccetto e, sul fare della sera, addirittura un paio di belle tinche un po’ distratte. E allora sapete cosa fecero? E’ roba da non crederci, roba da matti! Ma per davvero! Ebbene, piangendo e chiedendo scusa al cielo, le liberarono tutte e due con ogni cura, volsero la prua a terra e corsero all’osteria a bere e brindare ancora, ancora ed ancora. Questo fecero. Brindarono alla nostra salute, al nostro benedetto ritorno, brindarono alla fine di tutte le guerre di merda e ai tanti sfortunati figlioli che si erano portate via. Brindarono ad un mondo di uomini e animali in armonia, secondo natura, un mondo anche di predatori e prede, sì, ma in cui i primi non sarebbero mai più stati così ciechi e stolti da rischiare di causare l’estinzione delle seconde e quindi anche la propria. Così il lago pian piano si popolò nuovamente di pesci, tanti pesci. Ma, purtroppo, insieme alla pace arrivò il progresso. Arrivarono la chimica moderna e la plastica, i fertilizzanti per i campi, il DDT, i PCB, le mille e una sostanze terribili e letali. Nelle vostre case sempre più linde e lucide, entrarono le lavatrici e le lavastoviglie e con esse detersivi sempre più potenti, che più bianco non si può, e chili, quintali, tonnellate di fosfati finirono nel nostro lago; per non parlare delle fabbriche e degli scarichi industriali, i più schifosi che possiate immaginare. I più avidi e spietati di voi in nome di quel fantastico progresso inebriante buttarono nel lago ogni genere di porcheria, infischiandosene delle conseguenze. Ecologia era una parola ancora sconosciuta e si inquinava con quotidiana ignoranza e indifferenza, senza pensare al tremendo disastro che si preparava. In soli trent’anni siete riusciti a perpetrare un crimine terribile, ciò che neppure il più tremendo cataclisma naturale in millenni sia mai riuscito a fare e, stavolta, senza neppure l’alibi della fame, dato che nessuno di voi soffre più d’inedia. State fottendo questo mondo meraviglioso. State avvelenando la terra e con essa irrimediabilmente anche il nostro lago, la nostra casa, la sola che abbiamo! Quello stesso lago che voi invece vi ostinate a chiamare vostro ma di cui però non vi curate affatto e che trattate come un immondezzaio. Non c’è più scampo, ora noi non possiamo fare altro che filtrare con le branchie quest’acqua assassina e morirne lentamente. La vostra chimica del diavolo ha reso praticamente sterili troppe di noi e le mucillaggini fetenti soffocano le nostre poche uova, uccidendo i nostri avannotti prima ancora che vengano all’acqua. Attorno a noi tutto marcisce e muore senza senso né giustificazione alcuna e noi tinche che da migliaia e migliaia d’anni siamo vissute qui in pace, senza far del male a nessuno, seguendo il tempo circolare della nostra esistenza, non abbiamo più pace né tempo né casa. Io, Tinca Tinca perciò vi prego, vi imploro di fermarvi. Forse siete ancora in tempo. Salvate il lago!
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