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A caccia di riali nell’appennino umbro marchigiano
di Michele Moscati
foto Santarelli - Ferrando

L’entroterra umbro, così come quello marchigiano, è ricco di piccoli rivoli d’acqua e minuscoli riali, a volte nemmeno menzionati nei regolamenti di pesca regionali, dove trote autoctone con livree fantastiche e multicolori vivono ancora indisturbate e protette da vegetazione rigogliosa e incontaminata.
Solo la voglia di avventura e il piacere assoluto di vivere una giornata immersi in questi luoghi ci da la forza per affrontare ore e ore di cammino ripagate da piccole, ma meravigliose catture.

La tecnica più adatta per affrontare questi luoghi è sicuramente il micro-spinning, divertente, veloce e soprattutto poco invasivo, importantissima caratteristica per preservare ciò che la natura ha creato in decenni e che nessuno dovrebbe avere la possibilità di distruggere.
Si parte molto presto, quando ancora nel cielo brilla la luna, e muniti di tanta buona volontà e di spirito d’avventura si cammina, a volte perfino delle ore, per raggiungere quei luoghi dimenticati dal tempo. Il riale è molto stretto, caratterizzato di tanto in tanto da piccole e medie buchette ricche di prede che si fiondano come impazzite sui nostri artificiali.
Man mano che si risale il letto del rivolo il paesaggio intorno a noi diventa sempre più pittoresco, il cielo e le nuvole sono sempre più vicine; qui non prendono nemmeno i telefonini, sarà un segno del destino, ma è meglio così, sarebbero davvero fuori luogo in mezzo a questo incanto. Alcuni passaggi sono davvero impegnativi, talvolta necessitano dell’ausilio di corde, e spesso ci si trova a qualche metro dall’acqua tanto la roccia è stata erosa dal tempo e dalle intemperie, ma anche questo è parte integrante di una giornata di pesca fuori da comune.

Siamo in tre, tanti per questo tipo di acque, ma pescando uno alla volta e dividendoci i tratti pescabili non incontriamo nessuna difficoltà, oltretutto è sempre bene non affrontare questi luoghi in solitaria, se non altro per una sorta di sicurezza personale, fattore importantissimo quando ci si trova molto distanti dalla strada transitata. Lanciamo nelle correntine, nelle buchette e in ogni dove in rapida successione.

A volte sono anche due le trote che attaccano i nostri artificiali, piccole e veloci o bei pesci ma un po’ più guardinghi, tante le ferrate a vuoto o le false mangiate, ed è un continuo cambiare artificiale per provare colori e dimensioni. In una piccola lama da 6/7 metri di lunghezza per due palmi d’acqua Andrea sbaglia una trota con un martin rosso e nero del 4, passa e ripassa un altro paio di volte ma senza esito. Gli porgo lo stesso artificiale ma questa volta del n.1 piccolissimo, al limite del lancio.

Tende il filo e il piccolo rotante parte come una freccia, io lo vedo passare sotto al tronco, entrare in acqua e cadere lentamente ruotando verso il fondo. Il filo si tende, 4 giri di mulinello e lei, eccola li uscire di nuovo a ghermire l’artificiale. Stavolta la ferrata di Andrea è perfetta e dopo qualche salto molto pittoresco fuori dall’acqua viene calma tra le mani per essere delicatamente slamata e reimmessa.
E’ fantastico vederle scattare da dietro un minuscolo sasso o dal fondo di una buchetta alta non più di 40 cm e materializzarsi come dal nulla. La necessità di pescare da molto lontano e spesso anche inginocchiati per non insospettire le stanziali infatti, non permette nemmeno di vedere la loro effettiva posizione nel torrente, rendendo la pesca ancora più divertente e molto intuitiva. In questa giornata ventosa e di sole, anche se rintanati laggiù in basso nel riale non se ne sente e vede poi tanto, il giallo ha prevalso su tutti gli altri colori, e anche il rame si è ben comportato.
La gomma?
Questa volta l’abbiamo lasciata in macchina, abbiamo preferito il ferro, tecnica antica come antichi sono i luoghi dove abbiamo pescato. Le catture si susseguono, difficilmente sopra i 25 cm anche se con qualche bella sorpresa strada facendo, e molte sono le sottomisure che vediamo bene di trattare con i guanti bianchi.
Per tutte la caratteristica predominate è sicuramente la stupefacente colorazione, scure sui tratti scuri e ombreggiati del riale, gialle sulla roccia illuminata dal sole, tendenti al verde in mezzo all’erba, bellissimi miracoli di madre natura. Due di noi pescano con del nailon e solo uno con tracciato bianco dello 0.04. Il tracciato si è rivelato decisamente migliore nella fase di lancio, visto il poco spazio a disposizione per i movimenti, e soprattutto molto più veloce in fase di ferrata.
A parità di trote allamate però, il nailon ne ha portate alla slamatura molte di più rispetto al tracciato che ne ha perse un buon numero per strada. Canne e mulinelli saranno chiaramente di dimensioni ridotte; da 1.80 ad un massimo di 2 metri per le prime e un 1000 massimo 1500 per i secondi. Si potrebbe anche pescare senza l’ausilio della girella, tanto sono corti i lanci da effettuare e poca la possibilità che il filo si leda torcendosi, ma data la necessità di cambiare molti artificiali per insidiare trote che attaccano una sola volta, abbiamo optato tutti per una girella e moschettone del 20, abbastanza piccola ma anche rapida da aprire senza doversi soffermare a lungo.

Si cammina e a volte ci si sposta in macchina percorrendo pochi chilometri su strade comunali al fine di raggiungere il sentiero per un altro riale nelle immediate vicinanze. A 600 metri di altitudine, e veramente lontani da ogni forma di civiltà Luigi lancia in una buca sotto una cascatella, qualche giro di mulinello e attacca qualcosa.
Non salta, un rapido guizzo a destra, uno a sinistra e poi si fa recuperare delicatamente, è un’iridea.
E come è arrivata fin qui? Percorriamo mentalmente a ritroso tutto il corso di questo riale, almeno 3 o 4 chilometri per arrivare allo sbocco nell’altro che a sua volta, dopo mille millecinquecento metri attraversa un centro abitato.
Proprio alle porte di questo piccolo borgo c’è un laghetto per la pesca sportiva alla trota, e le acque del torrentello gli scorrono proprio parallelamente, ne ha fatta di strada per arrivare quassù. Anche lei, mossa da quale istinto avrà risalito la corrente per tutti questi chilometri, e in cerca di cosa, se quassù l’acqua in alcuni tratti basta a malapena a coprirla.

La slamiamo delicatamente, e sebbene non nel posto giusto viene ugualmente reimmessa, la guardiamo nuotare e sparire tra le cristalline acque della cascatella. Ogni pesce un’emozione, ogni trota colori nuovi e sgargianti, immersi nel verde quasi fino a non ricordare più il caos della vita quotidiana, momenti del genere ti danno la forza per affrontare qualsiasi stanchezza e qualsiasi difficile passaggio. La giornata volge al termine con un’infinità di catture per ciascuno di noi suddivise in due diversi riali dell’appennino Umbro Marchigiano. Ma sembra proprio che le sorprese non finiscano mai, e proprio nell’ultima buca, ultimo posto abile per risalire verso la civiltà moderna prima che il torrente si perda tra due montagne, lo stupore e la meraviglia riempie i nostri occhi.

Lancio un rotante del 4 in mezzo metro d’acqua sotto una fronda d’albero, praticamente in una buca priva di luce e da un metro di distanza un siluro nero come la pece si fionda sull’artificiale fendendo l’acqua a formare una V. la mia canna si arcua e io faccio fatica a controllare la situazione. Com’è possibile, li non c’era nulla! La fario si dimena e sembra non voler per nessuna ragione percorrere quei pochi centimetri che ci dividono. Mamma mia che trota! Un mostro per questi riali. Finalmente stanca dopo l’impeto iniziale viene alla mano, mi chino lentamente e lei guizza fuori in un ultimo scatto d’orgoglio. Ho fortunatamente la prontezza di alleggerire la presa, ma il tracciato si strappa e lei cade, ancora più fortunatamente tra l’acqua e la riva, un po’ intontita e con l’artificiale e un pezzo di filo in bocca si fa prendere delicatamente come a chiedere di essere liberata dall’impiccio e lasciata andare per la sua strada. Bella, bellissima, gialla e non nera come sembrava al buio della buca, con pochi e perfetti punti rossi, un pesce da favola che passa bene i 40, la natura non finirà mai di stupirci.

Io e Luigi ci guardiamo tremolanti, mamma mia che pesce, quassù! E dopo un paio di foto velocemente le ridoniamo la giusta libertà; un guizzo e anche lei sparisce nella buca da dove era venuta, infilandosi tra le radici dell’albero che la proteggeva da tempo, visto le dimensioni ragguardevoli. Da li in avanti non si prosegue, almeno non con mezzi a nostra disposizione. Ci vorrebbero corde e qualcosa per entrare nella vegetazione, ma se questo pesce era qui… I nostri pensieri per un attimo spaziano a cosa ci potrebbe essere più avanti.

Ma la prossima volta, forse... Per ora è giunto il momento di abbandonare e tornare verso casa, ma con una bella sensazione addosso e una promessa, quella di tornare, camminando nuovamente fianco a fianco a due amici sinceri, condividendo emozioni e lunghi discorsi nell’immensa bellezza di questi luoghi incontaminati.

 

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