
L’etica del carpfishing ed il gioco di squadra
di Roberto Ripamonti
La pesca non è un momento solitario della nostra vita sebbene spesso, almeno per ciò che riguarda l’atto finale, lo sia stato per molto tempo. A mio parere l’opera portata avanti da un team affiatato può portare a risultati assai importanti di ciò che il più forte dei solisti può raggiungere.
Questa lezione la appresi quasi venti anni fa quando amavo pescare dalla spiaggia e sfidare i mari forza 4 della Sardegna Occidentale alla ricerca di grandi spigole, saraghi ed orate. Quella pesca era fatica, sacrificio, forza fisica e per mia fortuna, un puro lavoro di squadra. All’epoca infatti esisteva un gruppo di appassionati surfisti tutti provenienti dalla Sardegna di cui il sottoscritto, unico non isolano, era onorato di fare parte; quel team era stato denominato “Quater” ed aveva contribuito a scrivere alcune delle più importanti pagine della storia della pesca dalla spiaggia.
Leggendari personaggi come Sandro Meloni e Marco Falchi, oggi purtroppo ai margini della pesca sportiva nazionale (e devo dire spesso ingiustamente visto ciò che circola oggigiorno) pescavano e, mi insegnavano ad affrontare il mare con metodi che mai avrei potuto vedere in altre parti del nostro Paese.
Quel meccanismo oliato e perfettamente funzionante si basava su alcune regole elementari quali amicizia, rispetto e voglia di condividere successi ed insuccessi. Di quegli anni meravigliosi che mi hanno permesso di accumulare tesori di esperienze e di lezioni di vita ho sempre portato con me la consapevolezza che un gruppo affiatato può essere capace di superare ogni ostacolo.
Ho fatto questa introduzione perché credo che il carpfishing sia, più di ogni altra tecnica, quella che maggiormente ci porta a operare in gruppo dividendo spese, sforzi, sacrifici e meriti; tutto in egual misura, tutto perfettamente bilanciato. Ed in queste righe cercherò di spiegare il mio punto di vista ben sapendo di non dire nulla di nuovo ma solo per sottolineare quelle che sono aspetti della nostra pesca ce spesso sono sottovalutati ed altrettanto spesso meritano una riflessione tanto quanto un appunto di tecnica di pesca.
La pianificazione
Credo che una delle chiavi di volta dell’efficacia di un gruppo sia la consapevolezza dei ruoli, il totale rispetto reciproco ed una pianificazione rigorosa quel tanto che basta da essere...elastica. In pratica si deve essere d’accordo su dove pescare nella stagione che arriva, come affrontare l’acqua, come scegliere i settori e come pasturarli ovvero, un lavoro monumentale.
All’inizio della stagione si devono individuare le priorità, i luoghi futuri di pesca, i tempi di pasturazione e le modalità per affrontare quel dato posto che magari, per essere pescabile ha bisogno di un lavoro di preparazione per eliminare rovi, cespugli e per rendere la postazione praticabile.
Fatta la scelta si passa alla pratica e se fossimo da soli, potremmo forse permetterci di pasturare con la continuità offerta da un team di 3 o 4 angler che sanno esattamente cosa e come devono farlo? Io da solo non avrei nè il tempo, nè la forza per farlo! Allo stesso modo deve essere chiara, tanto da non richiedere commenti, la consapevolezza che i successi e gli insuccessi sono materia che si divide tra i membri del gruppo in modo matematico poiché il contributo di ognuno è essenziale.
Che brutto sentire angler vantarsi delle catture fatte da altri con la pessima frase “....gli ho fatto prendere...”, o peggio ancora, “..gli ho fatto recuperare quella carpa con le mie canne....” .
Parole che da sole descrivono chi avete davanti e lo qualificano in modo appropriato. Che rispetto meritano invece coloro che al termine di una sessione di team, mettendo da parte magari una bella cattura, sono pronti a dividerne i meriti parlando al plurale..”.....abbiamo catturato...” oppure stabiliscono dal primo istante che si recupera una preda a testa, a prescindere su quale canna arrivi.
Per me è diventata una regola da molti anni e chi pesca con me sa esattamente che, dopo la prima partenza recuperata sulle proprie canne, si recupera una volta a testa e non esistono più le “mie” e le “sue” canne ma, le “nostre canne”...e tutte le catture sono le “nostre catture”. Basta così poco a volte per trasformare una bella sessione in un momento di gioia condiviso tra tutti! Ho trascorso giornate terribili in compagnia di un angler piuttosto conosciuto in cui, una sua conoscenza approfondita del posto significava una serie di partenza davanti al mutismo totale delle mie .
Esperienza che non vorrei più ripetere e che non consiglio a nessuno che non voglia rovinarsi una sessione di pesca in cui le regole e lo spirito di gruppo siano chiare.
D’altra parte, se la scelta del posto è opera del team e la successiva pasturazione è divisa tra i membri già poniamo delle basi solide in tema di condivisione di successi..
Se poi peschiamo a distanza, questo concetto è ancora più esteso e chiaro. Colui che sta a terra e tiene le canne ha infatti un ruolo importante tanto quanto l’angler incaricato di uscire in barca e calare la lenza poiché, l’ottimizzazione di questa operazione è frutto di un lavoro di squadra e non di un solista. Colui che sta ai remi nel recupero, conta tanto quanto chi che manovra il mulinello e a frizione.
E questa condivisione è chiara anche al momento delle fotografie.
So che esiste una pessima abitudine di angler anche di rango “beccati” a farsi fotografare con prede altrui e credo che alcune di queste prede siano anche servite per corredare articoli o copertine di riviste. Io sono totalmente contrario a coloro che si fanno “prestare” le prede per poi finire pubblicati.
Condividere invece la gioia ed il ricordo di una preda frutto di una lavoro di team è invece giusto nel momento in cui le regole sono chiare.
Poi poco importa con quale canna è stata recuperata la preda poiché il lavoro di gruppo moltiplica le forze e non peschiamo più solo con le nostre 2 o 3 canne ma, con molte di più.
So che questo argomento non è tecnico, troverà qualcuno discorde e magari solleverà qualche polemica ma desidero sempre ricordare che stiamo parlando di pesca ovvero una attività in cui la “chiacchera” è parte fondamentale, lo sfottò è indispensabile ma la correttezza e l’educazione sono basilari. Intanto, da quando ho riscoperto la lezione e la forza del lavoro di gruppo, non passa giorno senza che non vi sia la voglia di provare, cercare e parlare del nostro magnifico hobby.
Mentre da “solista”, questa voglia passa molto in fretta al nascere di quegli ostacoli che in gruppo si superano facilmente ma che da soli, sono muri impenetrabili.
Ma la pianificazione come si attua? Cercando di avere le idee chiare e ponendo dei limiti e delle regole che vado a spiegare.
La stagione di pesca va basata su una serie di uscite “lunghe” ed una sequenza di uscite “corte e medie”. In entrambi i casi le acque che andiamo a valutare sono differenti e le strategie da attuare sono diverse perché è differente il tipo di approccio che dobbiamo realizzare. In una stagione, un team può essere in gradi approfondire la conoscenza con un massimo di tre / quattro bacini siano essi fiumi o laghi ed altrettanti dovranno essere gli ambienti destinati alle sessioni corte (da uno a tre giorni).
Perché amare il carpfishing.
Questa tecnica mette insieme alcuni aspetti che la vita di tutti i giorni tende ad ignorare e di cui invece abbiamo bisogno; aria aperta e voglia di socializzare. Nessuna tecnica di pesca oggi permette di vivere l’ambiente come il carp fishing che è costruito e si svolge secondo regole abbastanza precise ed alle quali tutti noi, siamo in qualche modo consapevolmente sottomessi.
Ecco perché il lavoro di team è prevalente e la necessità di aggregarsi è importante e sentita da tutti, perché questa pesca è un lavoro di gruppo i cui frutti, sono merito del gruppo e di nessun altro! E lo scrive e dichiara colui che, forse per la prima volta nella storia della pesca italiana, ha assunto una posizione ed una popolarità che mai si era registrata in passato. Qui, lo dico chiaramente, non esistono “stelle” ma solo carpisti che dedicano più o meno tempo al proprio hobby e quindi hanno qualche possibilità in più o meno di catturare una carpa di taglia record.
Ammesso poi che il record (ma qual è veramente il record?), conti qualche.
Per questa ragione, una foto o un articolo su una delle riviste diventa un traguardo da raggiungere anche a costo di imbrogliare. Il paradiso poi é visto sotto forma di contratti con le aziende del settore per cui, diventare un personaggio è il traguardo della vita. Il problema è che una volta raggiunto questo traguardo, ci si accorge che tutto sommato è , si bello ma, non ne vale la pena (economicamente) ed è invece assai difficile rimanere in quella vetta ipotetica conquistata con l’inganno. Ed allora la catena degli inganni e degli imbrogli prosegue rubando credibilità ad un movimento che si basa su altre regole che non quelle di “diventare delle star della pesca” .
Carpfishing è libertà, spazi aperti, notti da vivere davanti alla tenda, temporali che sconquassano tutto, nevicate e gelate, caldi torridi in attesa …di una partenza. Del momento liberatorio che ci fa capire che il nostro lavoro è stato premiato. Che poi sia una preda da 8 o da 15 kg, quella è statistica e francamente ad un vero carpista, importa poco.
Il catch and release.
Questo è il momento più importante della nostra azione di pesca poichè, dopo aver messo a frutto il nostro lavoro, liberiamo sempre e comunque le prede con la massima delle attenzioni.
Nel carp fishing la slamatura è un momento sacrale di cui nessuno deve fare a meno se vuol far parte della nostra comunità. E’ integralismo allo stato puro di cui noi, in tutt’Europa, andiamo fieri e non ammettiamo alcuna replica anche perché, qualsiasi replica sarebbe coperta subito dal ridicolo di oltre 50mila appassionati.
Il nostro trofeo è lo scatto di qualche foto ricordo ed è questo ciò che ci portiamo nel cuore e nella mente; la consapevolezza che la creatura che ci ha regalato tante gioie è ancora libera e pronta ad altre sfide. I tempi delle carpe appese a ganci da macellai devono essere finiti poichè, in caso contrario rischia di finire la pesca stessa.
Per rispettare le catture servono pochi ma importanti accorgimenti; una materassino (unhooking mat), un sacco di detenzione (carp sack) e la voglia di agire affinchè vengano eliminati i rischi e le sofferenze per la nostra preda.
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Dopo la cattura la carpa va posata su un materassino bagnato preventivamente ed abbondantemente.
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La slamatura va effettuata mantenendo la pelle della carpa , bagnata
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La preda va messa eventualmente in un sacco (se possibile ciò va evitato) e posta in acqua fonda e priva di pietre o ostacoli. Meglio ancora se all’ombra.
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Per la foto dovremo tenere la preda fuori dall’acqua il minor tempo possibile
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Durante la foto non deve essere mai schiacciato il ventre del pesce.
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Il rilascio va effettuato con dolcezza e rapidamente
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