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“Attento che qui la profondità aumenta ancora”

Fario della prima ora

di Roberto Merciai


“Attento che qui la profondità aumenta ancora”. Un avvertimento che mi dà pensiero non appena abbasso lo sguardo e vedo che il livello dell’acqua già minaccia il bordo dei miei stivali a coscia. Ho paura che andare avanti sarà una mezza impresa, devo aggirare un salice che si protrae fin quasi in mezzo alla corrente.

Simone è attrezzato meglio di me, indossa un paio di waders aderenti che gli arrivano fino al petto: fra un paio d’ore soffrirà il caldo. Lo vedo lanciare il suo Rapala affondante in diagonale, verso monte, tagliando la corrente. Intanto a me non resta che risalire sulla sponda, anche questa non certo agibile, per ridiscenderne pochi metri più in là.

Siamo verso la metà di aprile, e quest’anno per me è la prima uscita seria (o presunta tale) alla trota. D’altronde, su questi torrenti appenninici di buona portata i salmonidi non sembrano convintidi svegliarsi del tutto fino a primavera inoltrata, e dato che il tempo da dedicare alla pesca è quello che è, preferisco recarmi sul fiume quando so che le chances di imbattermi nella fario di taglia (che qui non è infrequente) sono sensibilmente maggiori.

Non è così per Simone, che pur non essendo un fanatico dell’apertura, bazzica i torrenti del Mugello già dai primi di marzo. E dato che si dedica quasi esclusivamente alla trota, sia a spinning che al tocco, è un patrimonio d’esperienza che mi porto appresso ben volentieri. Tornando a me, sono appena rientrato coi piedi a mollo, e mi accingo a lanciare verso un invitante giro d’acqua a ridosso della sponda opposta. Il minnow disegna una parabola tesa, entra in acqua, lo lascio affondare tre secondi e inizio il recupero nei pressi del fondo. Poi sento un colpetto e avverto una leggera resistenza. “Devo aver preso qualcosa, ma noncapisco cosa”. Recupero fin sotto ai piedi e sollevo incredulo una piccola lasca penzolante dal rapala. Simone mi guarda dall’ombra dei suoi capellicespugliosi e ride, ma non è sorpreso quanto me in quanto dice di aver fatto di meglio in vita sua: “Una volta col rotante ho preso un carassio morto per la bocca, giuro!”. Il piccolo ciprinide nasuto è ricoperto di tubercoli nuziali, segno che la sua aggressività è dovuta anche agli… ormoni del periodo riproduttivo.

Fatto sta che altre lasche si susseguono incredibilmente una dietro l’altra. Dire che non sappiamo più che pesci pigliare è dire nulla…

Risaliamo ancora. Il sole non ha ancora fatto mostra di sé da dietro il monte sovrastante, la giornata è serena ma le condizioni di luce sono ancora ideali. Siamo in attesa della fario della prima ora. Precedo Simone di alcuni metri, facendo attenzione a non disturbare il suo posto, per andare a lanciare nella corrente a monte, a ridosso dei gabbioni di rete metallica della sponda opposta, tanto orribili a vedersi quanto promettenti come rifugio per qualche bella trota, essendo vuoti sotto. Cambio esca, metto un rotante argento del n.3.

Al secondo lancio intravedo una figura scura seguire il cucchiaino fino nell’acqua bassa, toccare l’esca senza bucarsi e tornare da dov’era venuta.

Non faccio in tempo a imprecare, che è Simone a chiamarmi. La sua canna, che pure non è un fuscello, è piegata fino al calcio, e quella che si esibisce in acrobazie furibonde è una fario che senz’altro passa il chilo. Il mio amico non si lascia intimidire, giacché le catture over 40 cm che annovera nel suo palmares non si contano più tanto facilmente.

La frizione canta allegramente, Simone abbassa la canna col cimino fin quasi in acqua e di lì a poco la preda è nel suo guadino da moschista.

Sette cm di rapala non sono granché, al cospetto di quella bocca irta di denti.

Simone si contiene, ma i suoi occhi lasciano trasparire l’esultanza: 48 cm fanno un certo effetto anche a uno come lui!

Entrambi galvanizzati, proseguiamo la risalita per qualche centinaio di metri, ma a parte un paio di esemplari sotto misura che attaccano sfacciatamente il mio grosso rotante, non si vede altro. Torniamo così all’auto e cambiamo zona. Il tratto più a monte ha una portata d’acqua minore, con carattere più strettamente torrentizio, ma presenta diverse buche che ospitano pesci di taglia meno imponente, ma senz’altro più numerosi.

Simone per oggi si ritiene soddisfatto, e più che altro si limita ad osservare la mia azione di pesca. Qui l’attività si rivela moderatamente più alta: ricevo subito qualche attacco di trotelle di misura che se ne tornano di volata in acqua.

Giungiamo in un punto in cui l’alveo, qui non più largo di 3 metri, crea un dislivello quasi impercettibile, al disotto del quale si protendono i folti rami di un salice.

Cerco di lanciare in quello spazio ristretto da debita distanza, stando leggermente a valle, ma non riesco a far lavorare l’artificiale come vorrei. Simone mi consiglia di avvicinarmi in modo da riuscire a lanciare trasversalmente alla corrente.

“Prego, accomodati” è la mia risposta. Lui si fa avanti, si acquatta ed arriva letteralmente a ridosso della zona “calda”. Io mi meraviglio perché ai miei occhi sta commettendo una grossa ingenuità: per quanto possa essere cauto l’avvicinamento, lanciare da un metro di distanza in acque cristalline mi pare improponibile. Probabilmente lo scetticismo mi si legge in faccia, dato che il mio amico mi guarda e mi spiega: “In acque mosse il pesce non ti vede poi così facilmente. E’ un fattore che va sfruttato per presentare l’artificiale nel modo migliore, che quasi sempre è in senso trasversale alla corrente, specialmente se si usano esche che si sentono poco in canna, come in questo caso”. Incuriosito, vado ad inginocchiarmi vicino a lui, e mi rendo conto che questo ragazzo sa il fatto suo.

Lancia sottovetta il Rapala (per tutto il tempo non ha quasi mai cambiato esca) posandolo silenziosamente in acqua, e lo fa guizzare a ridosso della pianta, facendolo spanciare vistosamente contro le pietre del fondo. Da sotto le fronde ecco uscire una fario, ben oltre il mezzo chilo, che per una, due, tre volte “pizzica” l’ingenuo pescetto di legno, ritornando ripetutamente verso il riparo dopo ogni beccata. Dopo la terza scompare e non si fa più vedere. Il tutto avviene nell’arco di 3 secondi netti. Simone è troppo educato per scomodare i santi del paradiso, e si limita ad alzare lo sguardo al cielo. Io rimango qualche istante a fissare l’acqua che scorre, pensando che forse ho ancora qualcosa da imparare.

Nel frattempo è quasi mezzodì, e mi sto rassegnando all’idea che oggi per me non è giornata. Specie dopo aver agganciato, e perso, tre trote di seguito dietro lo stesso masso, non grosse, d’accordo, ma che diavolo! Arriviamo così ad una buca formata dalla briglia sovrastante, il classico sbarramento insormontabile per la fauna ittica, e anche per noi, che stabiliamo di effettuare qui l’ultimo tentativo della giornata. Simone lascia a me l’onore del primo lancio. Stavolta ho un martin tandem da 6 grammi. Ho il sospetto che sia un po’ leggero per affrontare la turbolenza che ho dinanzi a me, ma ormai sono troppo svogliato per cambiarlo.

Lancio proprio sotto al salto d’acqua, e quando l’esca è a metà strada (riesco a seguirla visivamente a galla, lo dicevo che era troppo leggera) vedo un lampo bianco, sento l’urto che fa sbandare le palette del cucchiaio e poi più nulla.

“Lo sapevo, tanto oggi è destino, questa era pure discreta”. “Over 30?” chiede Simone. “Direi proprio di sì”. Rilancio. Stesso copione, altra padella. Io non sono educato come il mio amico e inveisco in malo modo. Altri due lanci ma senza niente di fatto. Simone suggerisce, giustamente, di ispezionare l’angolo apposto della buca. Tante volte infatti la trota, dopo aver seguito l’esca, non ritorna al rifugio da dove era sbucata, ma si va ad appostare anche qualche metro più in là. Per fare questo, mi sposto di lato fin quasi sotto la parete in pietra della briglia, e lancio da un lato all’altro. La trota è lì: altro colpo secco e poi nulla. Decido che in effetti è colpa del cucchiaio, non riesco a tenerlo basso: altre volte mi è capitato che le trote di buone dimensioni, notoriamente restie a sollevarsi dal fondo, attacchino l’esca da sotto, ma con diffidenza e tornando giù immediatamente. E’ anche il motivo per cui, quando peschiamo su un fondale abbastanza alto, il pesce, sia esso la trota, il luccio, la sandra o qualunque specie che non ami muoversi negli strati superficiali, spesso segue l’artificiale dal basso, sferrando l’attacco solo a un passo da noi, laddove la profondità diminuisce, in modo da raggiungere l’esca senza esporsi apertamente e rimanendo a stretto contatto con il fondo. Chiusa parentesi, decido che non è il caso di andare tanto per il sottile: piazzo in fondo alla lenza un martin 12 di un improbabile color “Bandiera Giamaicana” (fire-tiger) e lancio sottovetta. Diciamo pure che il pinnuto in questione non è il fior fiore dell’astuzia (siamo alla quarta abboccata), fatto sta che riesco finalmente a ferrarla e portarla a secco dopo un breve combattimento.

La livrea è veramente bella, ma le pinne pettorali e ventrali sono poco più che moncherini, classica trota pronta-pesca. Il che, a dire il vero, non è consuetudine da queste parti. Questo evidentemente spiega il suo comportamento… frescone.

“Non è il caso di mettersi a fare i difficili”, taglio corto io. La mia pazienza è già stata messa sufficientemente alla prova. 33 centimetri non sono poi male, per come mi si era messa la giornata, anche se scompaiono di fronte al pesce preso da Simone quasi sei ore prima.

Già, il tempo è volato, e in effetti le nostre gambe cominciano ad accusare. Meglio avviarsi a percorrere quel chilometro di strada che ci separa dalla nostra vettura.


 

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