
Siluri dell’Arno
di Roberto Ripamonti
Per un appassionato della pesca ai predatori il siluro è un traguardo obbligatorio e l’obbiettivo fisso di ogni stagione. La caccia a questo pesce oggetto di infamia e di controversie è un mio personale pallino dal 1995 anno in cui ebbi la fortuna di trovarmi nel Po nel momento di maggiore esplosione. In quegli anni la pesca al siluro era una attività veramente secondaria fatta da appassionati che, dotati di p otenti canne da surfcasting, lanciavano le loro esche con alterna fortuna. Poi fu l’avvento della barca e delle tecniche ad essa connesse, partendo dal clonk fino ad arrivare allo spinning pesante e la pesca da terra con le boe. Il traguardo della cattura da 2 metri è gradualmente diventato a portata di mano e tanti appassionati si sono riavvicinati alla pesca con entusiasmo per scoprire che il tempo delle canne e degli ami non era finito ma, erano solo cambiate le situazioni di pesca. Nel breve volgere di qualche anno tanti “cacciatori” dotati di nuove attrezzature hanno rivitalizzato un settore stantio che aveva bisogno di nuovo entusiasmo. Ma noi non avevamo scoperto nulla di nuovo bensì, fatto tesoro delle situazioni di pesca imparate all’estero ed importate in Italia laddove nel nostro Paese del siluro e delle sue tecniche di pesca si era all’età della pietra. Fu Olivier Portrat a spiegare come e dove pescare il siluro, come trattarlo per rimetterlo in acqua senza provocargli danni e godere appieno della sua potenza, e dello stupore che ogni volta appare sul volto dell’angler quando si riesce a farlo apparire in superficie. Tempi d’oro che non sono del tutto passati se non fosse che al siluro viene data una caccia senza pietà da parte di tutti co loro che non capiscono e si aggrappano a credenze popolari in pieno contrasto con le teorie di coloro che invece al siluro ed al suo studio comportamentale, hanno dedicato anni. Si è arrivati al commercio del siluro oppure ai proclami deliranti di chi vorrebbe metterli in padella, per continuare a far ridere tutto il mondo della pesca sportiva magari vendendoli ai ristoranti (commettendo un reato). Ora il PO non è più quello di prima, no certo per colpa del siluro che è abbondantemente diminuito da una pesca scriteriata senza che le altre specie per questo tornassero agli antichi splendori e l’interesse verso il glanis si è leggermente affievolito costringendo gli appassionati a emigrare verso luoghi in cui il catfishing è culto, come la Spagna del bacino dell’Ebro. Ma la diffusione del glanis nel frattempo ha raggiunto altri luoghi in cui, in modo criminale è stato immesso trovando ambienti adatti alla sua crescita. Un caso su tutti è quello dell’Arno in cui i siluri hanno trovato casa circa 20 anni fa crescendo quasi senza che nessuno se ne rendesse conto e sfruttando un fiume ricco come pochi in Europa. Poi la taglia è diventata importante e le rotture di lenza e gli attacchi sono aumentati fino a diventare quotidianità. Ma l’Arno, per fortuna ha mantenuto la sua pescosità tanto da risultare campo di gara al colpo senza paragoni ed ancora in grado di produrre manifestazioni con decine di chilogrammi in nassa. L’Arno oggi è un fiume dall’elevata concentrazione di siluri in cui la pesca d el glanis è possibile con una certa facilità e lasciando ai soloni da bar il compito di aggiungere sciocchezze su questo pesce, mi limito alla cronaca di due bei giorni di pesca trascorsi in compagnia di eccellenti esperti che conoscono queste acque e la popolazione di siluri, come pochissimi in Italia.
Capita infatti che decidiamo di ambientare le riprese di uno dei prossimi dvd nell’Arno grazie alla gentile ospitalità di amici che da anni praticano solo questa pesca al fine di creare un folto data base su cui operare uno studio reale e convincente sull’effettivo impatto ambientale del glanis sui corsi d’acqua. Per questa ragione, certi di vivere qualche giornata entusiasmante organizziamo questa sessione con le sole barche autorizzate a solcare le acque dell’Arno su concessione dell’Università di Firenze e raggiunto la zona a monte di Ponte Vecchio, prepariamo i nostri attrezzi e iniziamo a girare e pescare. Il fiume è di una bellezza esaltante resa mitologica dalla magnificenza di Firenze, dai suoi ponti, dal profilo della città che si sta svegliando e dal traffico che sta cominciando a crescere rumoroso.
Le esche sono quelle tipiche della pesca ai predatori e quindi abbiamo una piccola scorta di carassi, , anguille qualche cavedano mantenute nelle nasse. Gli attrezzi, sono potenti perché l’Arno p uò riservare delle belle sorprese salendo verso il limite dei due metri e dei 65 chilogrammi per cui, ai rotanti da 30 libbre si affiancano canne da 10 piedi studiate per la pesca con il galleggiante. La nostra azione infatti, sulla base dell’esperienza delle nostre guide, non prevede l’usod el clonk che risulta poco efficace ma, della sola azione di ricerca con galleggiante sotto forma di un palloncino reso scorrevole con la giunzione di un piccolo moschettone. Il finale è in dyneema da 200 libbre su cui è legato un amo del 8/0 con una giunzione di tipo Palomar.
Tutto insomma è tarato per pescare sul serio e combattere la preda più grande nel migliore dei modi perché le esperienze di Tiziano sono tali da farci optare per soluzioni che non ammettano troppe delicatezze. Esattamente la pesca che chiedo e che vado cercando da anni!
I primi attacchi.
La pesca dalla barca in questo tratto di fiume è lenta e fatta di una deriva nella pochissima corrente che ci sposta dolcemente permettendoci di far passare il galleggiante in tutte le zone interessanti. L’inizio è altrettanto lento con un primo siluro che attacca deciso facendo sparire il galleggiante per poi riapparire senza esito. Probabilmente una preda non grande anche a osservare l’esca appena toccata e non ferita. Ma questo è il campanello d’allarme perché arriva un secondo doppio strike sulla mia canna (innescata ad anguilla) e quella di Mauro (con un cavedano). Io non sono bravo abbastanza da lasciare il silur o prendere bene l’esca in bocca mentre l’amico ferra con decisione dando vita ad un bel combattimento. Sono fasi emozionanti in cui la barca è trainata dalla preda che si dimostra interessante e come al solito, potentissima. Dal ponte il nostro Gionata, addetto alle riprese non perde un istante compreso il simpatico commento delle persone che, attratte dalla situazione, si sono fermate a osservare questo enorme pescione che appare in superficie per poi riguadagnare il fondale in pochi istanti. Ma l’attrezzatura concede poche repliche ed anche per non sfiancare eccessivamente la preda si opta per una azione decisa di recupero agevolata da canne e mulinelli leggermente sovra dimensionati. Con il “gloving” di Pino, il primo siluro arriva in barca tra gli applausi del pubblico presente che diventano ancora è più forti quando viene rilasciato. Un piccolo spot a favore della pesca sportiva che vale più di migliaia di corbellerie scritte e dette sulla dannosità del nostro amico baffuto. Due foto prima di farlo tornare in libertà e l’augurio che torni tra qualche decina di chilogrammi.
Dopo meno di venti minuti, all’ombra di un ponte e proprio mentre imperversa una gara di pesca al colpo di livello nazionale, tocca al mio galleggiante sparire scoppiando. La ferrata questa volta è giusta e la preda affonda con decisione sfilandomi del filo dal mulinello e facendomi finalmente vivere quelle sensazioni che aspettavo da tempo. Non si tratta di un glanis enorme bensì di una preda da circa 35-40 kg ma, visto che siamo a Firenze, nel cuore di una delle città più eleganti del mondo, che importa?
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