
Bolentino profondo
di Eros
Bianchi
Le secche profonde
Il bolentino di grande profondità è strettamente legato
alle secche che si ergono da fondali importanti: parliamo di strutture
rocciose, meglio se accidentate e irregolari, possibilmente di discrete
dimensioni. Qui una notevole varietà di pesce trova il proprio
habitat ideale.
Le specie che necessitano di rifugi veri e propri riescono a conquistarli
tra gli anfratti più profondi, e il nutrimento è assicurato
sia dalla ricchezza di piccoli organismi, sia dai pesci più piccoli
che servono da pasto a quelli più grossi. Un mondo vasto e variegato,
dove la fauna presente è decisamente ampia: si va dai prelibati
naselli ai grossi totani, dai mastodontici gronghi ai piccoli scorfani
di fondale, dagli agguerriti pesci sciabola alle delicate mostelle,
dai numerosi sugarelli ai rari pesci castagna, dalle enormi cernie ai
diversi tipi di squalo. Ma il re degli alti fondali è l'occhione,
il vero motore di questa disciplina, l'obiettivo dichiarato da parte
degli appassionati. Non tanto per le dimensioni, visto che raramente
supera i 2 chili di peso, quanto per tutta una serie di prerogative
che lo indicano come la preda più classica e ricercata. La sua
presenza è una costante: colonizza le strutture rocciose a partire
dai 100 metri sino a scendere giù, fino a quote praticamente
abissali. In generale, la conoscenza del fondale incrementa ed agevola
l'azione di pesca: per questo è consigliabile una attenta valutazione
dell'area interessata. La conoscenza delle diverse abitudini del pesce,
unite all'uso corretto delle attrezzature, portano sicuramente quei
vantaggi che ci permettono di sperare nella buona riuscita dell'azione
di pesca.
Il fascino dell'ignoto
Una battuta negli alti fondali va preparata con la massima cura, ad
iniziare dall'imbarcazione, che deve essere capace di sopportare lunghe
navigazioni ed in grado di assicurare il rientro anche nel caso di un
improvviso ed imprevisto cambiamento delle condizioni dello stato del
mare. Quando il mare è mosso ed il vento teso diventa difficile
pescare, e quindi non vale proprio la pena di correre rischi inutili.
Meglio rimanere a terra, e preparare a tavolino le successive uscite,
consultando con attenzione le carte nautiche, alla ricerca di nuove
o migliori zone di pesca. Il principio è semplice: osservando
l'andamento delle batimetriche, si deduce la conformazione del fondo.
È chiaro che a questo meticoloso lavoro teorico deve abbinarsi
l'esame reale, quello fatto sul luogo prescelto e condotto da bordo
con l'ausilio di due strumenti indispensabili: il GPS e l'ecoscandaglio.
Localizzata l'area interessata, si procede a verificare il fondo cercando
di interpretare i segnali che provengono dalla sonda. Riportando i punti
cospicui sul GPS possibilmente corredato della cartografia, ci ritroveremo
ad avere delle indicazioni preziose, che andranno poi valutate rapportandole
ai risultati dell'azione di pesca vera e propria, per poter insistere
dove si sono avuti i risultati migliori.
In pesca
L'attrezzo che domina l'azione di pesca è sicuramente il recupero:
può essere anche manuale, ma la tendenza è rivolta verso
sistemi elettrici. Schematizzando, in questo ambito abbiamo un paio
di scelte: la prima è costituita dal tradizionale salpabolentino,
che ormai da anni dimostra la propria validità. La seconda rappresenta
la ricerca della massima sportività, ed è costituita dall'abbinamento
di una potente canna ad un mulinello elettrico. Passando all'azione
di pesca vera e propria, in debita considerazione va tenuta la piombatura,
che varia normalmente tra i 500 grammi ed il chilo e mezzo. L'appesantimento
cambia in proporzione all'intensità della corrente, alla profondità
e all'attrezzatura impiegata. Il terminale, costituito da una lenza
madre non inferiore allo 0,70, porta un massimo di 5 braccioli, che
possono essere sia in nylon che in filo metallico, con carichi di rottura
adeguati alle ipotetiche prede: è evidente che un terminale per
occhioni sarà ben più leggero di uno per le cernie. A
questa regola non si sottraggono gli ami che possono variare da un 2/0
sino a raggiungere un 6/0 per le prede più grandi. La bobina
del salpabolentino sarà caricata con multifibre: sono indispensabili
almeno 500 metri, ma è meglio abbondare ed arrivare anche a mille.
Il ricorso ai nuovi materiali tipo Dyneema consente, mantenendo elevati
i carichi di rottura, di utilizzare diametri ridotti, che oppongono
minor resistenza alla corrente. Un bel dilemma è quello se pescare
ancorati o a scarroccio: pescare da fermi comporta il dover calare per
centinaia di metri un rampino e faticare per il relativo recupero; in
compenso se indoviniamo il punto buono le catture si susseguono a ripetizione.
Andare in deriva obbliga a dover periodicamente risalire la corrente
o, peggio ancora, il vento; abbiamo più probabilità di
incontrare un branco di pesci, ma anche il rischio di perderli rapidamente
a causa del nostro movimento. L'azione di pesca è in ogni caso
piuttosto semplice: si calano le lenze fin sul fondo, si attendono le
abboccate, si dà un incoccio pronunciato, e, se il pesce rimane
allamato, si inizia il recupero, mantenendo una velocità non
eccessiva e regolando adeguatamente la frizione affinché ci sia
la possibilità, per la grossa preda, di portar via filo quando
necessario.