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di Eros Bianchi Una grande passione É inutile negarlo: per praticare con successo la traina alla ricciola ci vuole una grande passione. Stiamo parlando di pesci grandi, di quegli esemplari che ormai si sono fatti furbi e non cedono alle lusinghe degli artificiali. Ben si sa che le piccole ricciole sono attratte dalle esche finte, ma quando la taglia aumenta difficilmente si fanno trarre in inganno da falsi bagliori. Talvolta si ha notizia di esemplari di media taglia allamati con gli artificiali, ma si tratta di episodi occasionali, che ricordano con forza la classica eccezione che conferma la regola. Anche le esche morte, seppur sapientemente innescate, non offrono buone possibilità, e il ricorso al vivo comporta, ovviamente, la grande difficoltà nel suo reperimento. Sarà forse questa, unita a tutte le successive problematiche, la causa del numero relativamente ristretto di cultori di questa disciplina, che è capace però di regalare grandi soddisfazioni. Basti pensare che la traina alla ricciola permette di insidiare grossi pesci pur rimanendo vicino alla costa, mentre per tutti i grandi pelagici è necessario spingersi in altura. Ed è per questo che chi ha provato prima l'emozione di ricciola indiavolata e poi la soddisfazione di uscire vincitore della sfida, ben difficilmente abbandonerà la strada intrapresa, continuando ad insidiare il grande carangide. Per ottenere buoni risultati di è necessario conoscere costa e fondali, abitudini e stagioni dei pesci, correnti e temperatura dell'acqua, secche remote e punte a strapiombo, relitti sommersi e promontori notevoli, scogli isolati e scalumate profonde. Qui, dove l'esperienza dice che la ricciola è in agguato, si calano le traine, e si prova a cercare, fino a quando la cicala del mulinello segnala che l'idea è stata giusta. Succede talvolta che il risultato sia ottimale, e allora la soddisfazione è grande tanto e più della stessa ricciola: e se pensiamo che il pesce delle foto ha fatto fermare l'ago della bilancia su 35 chili, bisogna proprio dire che l'appagamento ha raggiunto l'apice.
Idee vincenti Nella molteplicità delle soluzioni possibili, pur sapendo che tutto è opinabile, ciascuno si crea le proprie convinzioni, nelle quali crede fermamente. L'esca, innanzitutto: come ben si sa, pur rimanendo nell'ambito del vivo, per la ricciola sono ottimi bocconi la seppia, il totano e il sugarello: ma per i nostri amici toscani ci vuole rigorosamente l'aguglia. Una scelta dettata da parecchi fattori, quali ad esempio una buona presenza e una discreta conservabilità, ma anche dalla convinzione di una maggiore attrattiva. Se dobbiamo dar retta ai risultati, questa tesi trova una ferrea conferma; c'è forse solo da aggiungere che nei casi di irreperibilità dell'aguglia forse bisognerebbe fare buon viso a cattivo gioco ed optare per altri inneschi. Talvolta, va detto, riuscire ad imbarcare un'aguglia è paradossalmente più difficile che far abboccare, successivamente, la ricciola. Ed è frustrante sapere che c'è il gigante, mentre il piccolo belonide si fa desiderare. Spesso bisogna insistere a lungo, variando la tecnica e cercando i luoghi migliori per riuscire ad avere un pesce nella vasca del vivo. Riusciti ad avere almeno un paio di esche, si può cominciare la pesca vera e propria. Tra i diversi sistemi di affondamento viene preferito la classica palla di cannone con cavetto metallico, al quale vengono collegate due canne, che pescano a diverse quote. Una scelta valida, che permette di sondare contemporaneamente due diverse fasce d'acqua; in quella più profonda è probabile che gli attacchi siano portati dal dentice, mentre quella che viaggia a mezz'acqua è espressamente dedicata alla ricciola. Traina lentissima, un solo nodo, rasentando i bordi delle secche ed insistendo dei punti migliori: i risultati non tarderanno ad arrivare.
Pescare l'aguglia
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