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A ledgering in città
di Sabino Civita

Non di soli barbi...
... vive il pescatore a ledgering.
Quindi, per variare, ho ascoltato di buon grado il consiglio che da tempo alcuni amici mi davano: vai a pescare in
Borgo.
Borgo Ticino, appena a valle del Ponte Vecchio, è quel quartiere di Pavia che mostrano sempre in televisione ogni volta che c’è una piena del Ticino.
Le case finiscono sempre sott’acqua, fino al primo piano quando è veramente brutta.

Molte case portano i segni del livello dell’ultima piena, quando non ci sono delle targhe ad indicarlo, con data e metri raggiunti dall’acqua.

Bene, proprio in
Borgo, il Ticino dà la miglior prova di sé per quantità, dimensioni e varietà di pesce pescabile.
Io finora l’avevo quasi evitato.
Non mi piace pescare in città.

L’ho fatto per verificare effettivamente se
Bruno – il mio spacciatore di fiducia per quel che riguarda canne, monofili e mulinelli – e Massimo – anch’egli frequentatore del suddetto spaccio – esagerassero oppure no.
Mi dicevano:
“Vai in Borgo! Adesso è lì che si pesca.
E se c’hai cuore becchi anche qualche bella carpa che ce n’è di grosse”.

Naturalmente non hanno usato il sostantivo “cuore”.
Provare una volta non poteva poi farmi male, e così l’ho fatto.
Non esageravano.
Infatti ci sono anche tornato.

Trecciati
Per l’occasione ho caricato il mulinello di dyneema dello 0.12, circa 18 libbre.
Ho poi confezionato una montatura per il pasturatore con del monofilo dello 0.22 piuttosto elastico.
La realizzazione è abbastanza semplice: per ottenere una montatura di circa un metro si prendono circa 170 centimetri di monofilo e vi si infila la girella del pasturatore o la perlina con moschettone a cui agganciare il pasturatore stesso.

Con un nodo semplice doppiato si forma poi un’asola di circa mezzo metro, e poi un.altra di una trentina di centimetri in cui resterà a scorrere il feeder o la perlina con moschettone.
Un altro nodo doppio formerà l’asola a cui attaccheremo il terminale, direttamente – come preferisco - oppure usando una girella.

La doppiatura del filo in tre asole dà un discreta rigidità al tutto, con un effetto anti-garbuglio non infallibile ma sufficiente alla bisogna.
Mettere tra dyneema e finale uno spezzone di monofilo spesso ma morbido mi è sempre parsa una soluzione migliore che unire direttamente il tenace e rigido trecciato ad un molto più elastico – e più fragile – terminale in monofilo.

La montatura ottenuta infatti, pur essendo abbastanza robusta da resistere ai lanci con pasturatori di peso, funge un poco da ammortizzatore tra il dyneema e il terminale.
Ho preparato poi, su ami del 14 e del 12, diversi finali dai sessanta agli ottanta centimetri, con monofili dello 0.14, 0.16, 0.18 di diametro e controllato la mia scorta di pasturatori pesanti, da 75 grammi in su.
Una guardata alla fida dodici piedi, una pulita al mulinello preferito e sono pronto.

Prima volta
È stato tutto come mi avevano detto.
Preparata la mia postazione di pesca – seggiolino, pastura e bigattini, guadino, nassa, appoggiacanna e, naturalmente, canna – carico il primo pasturatore e lancio.
La corrente è molto più forte di quanto mi era sembrato, e il fiume molto profondo; ora, col fiume ancora basso per la passata torrida estate, pescare con una bolognese da meno di sette metri è sconsigliabile.

Ovviamente il trecciato – che pure ha il vantaggio di eliminare lo shock leader e dare, a mio parere, più immediatezza nella ferrata - in questi casi non aiuta, vuoi per l’elasticità nulla che tende a “spiombare” il feeder dal fondo ad ogni movimento di corrente, vuoi perché, a differenza del nylon, un po’ tende a “bere” e a farsi trascinare dal fiume più facilmente dei monofili.

In breve il mio pasturatore da 90 grammi viene trascinato a valle.
Recupero, alzo l’asta dell’appoggiaccanne il più possibile, ricarico il feeder e rilancio, un po’ più a monte e avendo cura di tenere alta la canna sino a quando non mi pare che il pasturatore si sia posato sul fondo.
Così va meglio.

Mi ci vogliono un altro paio di tentativi per capire dove e come è meglio lanciare per tenere stabile il feeder, poi sono felicemente in pesca.
Neanche il tempo di essere soddisfatto del mio ingegno di lanciatore che avverto una tocca che mi coglie di sorpresa.

Sto per ferrare, so già che è troppo tardi e mi fermo.
Tuttavia il cimino vibra di nuovo e io ferro.
È un pesce piccolo, ma mi accorgo subito che non è un barbo.
Una carpetta appena in misura ha voluto fare la sua prima colazione approfittando di quei bei tre orsetti – che però erano innescati su un amo del 14.
Riempio il pasturatore e riparto.
Pochi minuti di attesa e il cimino si piega violentemente, continuando ad agitarsi.
Non c’è neanche bisogno di ferrare, ma questa volta il cliente è un po’ più impegnativo.
Una carpa, credo appena superiore al chilo.

Continua così, tra carassi, carpe e barbi, e pure un paio di curiosi ibridi carpa-carassio; anche se non si è visto nessun pesce dalle dimensioni degne di nota comincio a non detestare più così tanto la pesca cittadina.

Seconda volta
Soddisfatto, me ne torno a casa, pregustando già la prossima uscita - che riesco a organizzarmi di lì a qualche giorno.

È un venerdì ed è sciopero, e alle nove e mezza di una inaspettatamente fredda giornata di questo pazzo ottobre inizio a pescare.
Il freddo mi fa ricordare che, se continuerò ad usare il trecciato nella stagione invernale, quando gelerà dovrò rammentarmi di lasciare la bobina immersa nell’olio (da cucina, non olio per auto!) per evitare il ghiaccio sul filo.

Ma adesso, peschiamo.
La storia è la stessa di qualche giorno prima.
Barbi, carassi di taglia, ingenue ma combattive scardole, qualche raro e battagliero pigo, un cavedanello suicida o miope che non bada il mio 0.16 dopo aver rifiutato lo 0.08 del passatista a monte.
Si fanno così le undici e mezza di mattina e proprio mentre sto augurandomi che l’aria si scaldi un po’ la canna si piega a metà e io la prendo su senza neanche ferrare.
Me ne pentirò.

L’amico dall’altra parte della lenza viene dietro, io recupero, ogni tanto la frizione ronza, ma sostanzialmente è come portare a riva un sacchetto di sabbia.
Quando il sedicente sacchetto arriva a dieci metri, io non lo vedo ancora – ma lui decide di farsi sentire, gira la coda, punta verso Porta Nuova – sull’altra riva – e da sacchetto si trasforma in un furgone diesel.
Apro un poco la frizione e comincio a lavorarmelo, riesco persino a riportarlo vicino, poi, il nulla.
Mestamente recupero, convinto di aver rotto il finale, non vedendo alcuna traccia di esca in fondo al terminale, e mi stupisco di trovare ancora l’amo – completamente ripulito, ma intatto.

Forse, se avessi ferrato invece di sollevare la canna come uno straccio vecchio, quella “cosa” (tendo a pensare fosse una grossa carpa) sarei anche riuscito a vederla.
Magari anche a guadinarla.
Maledicendomi mi rimetto a pescare, prendo un altro carassio, un barbo non grosso, poi la scena si ripete – ma stavolta ho ferrato.

Stesso recupero a “sacchetto di sabbia”, poi violenta sgroppata, ma questa volta, dopo cinque minuti di combattimento, cede il terminale proprio sopra l’amo, probabilmente snervato da tanti pesci e due lotte improbe per un misero 0.16.
Dopo la battaglia con la prima presunta carpona (o forse era la stessa, vai a sapere), avrei forse fatto meglio cambiare il finale.

Oppure, molto più semplicemente, ho trattato una Signora del Fiume con un po’ troppa condiscendenza, tronfio di un bottino di pesci che non richiedevano neppure la metà della perizia necessaria a vincere un duello con Lei.
Mentre metto un nuovo amo e mi alambicco con questi pensieri, una vola di pescetti schizza fuori appena alla mia sinistra.

La scena non è nuova e tutte le volte si è ripetuta a pochi passi da me.
“Ma che c’è in giro una trota?!”, penso.
In realtà lo dico ad alta voce, perché qualcuno dietro di me risponde che no, sono persici.
Così faccio la conoscenza di Pietro, che mi dice che, caspita, quello che hai perso prima doveva essere grosso, io gli dico che credo fosse una carpa, e che era la seconda volta stamattina, lui mi risponde se sono sicuro che non fosse un siluro perché qui ce ne sono, io gli dico che tracce di bava sul filo non ne ho trovate, eccetera.
Discorsi fra pescatori.

Stiamo un buon venti minuti a parlare, poi se ne va dicendo che sarebbe ripassato di lì a poco con la canna, per vedere se riusciva a prendere qualche persico.
Così ha fatto; è tornato, abbiamo parlato ancora, lui ha preso due persici con un rotante del 2 dai colori molto vivaci, ci siamo scambiati le coordinate, qualche promessa di pescata in barca, io ho preso ancora qualche altro pesce,
Pietro mi ha aiutato a fare le foto, ma la battuta di pesca, per me, era già finita da un pezzo: da quando avevo perso i due pesci più belli della giornata.
O forse era lo stesso, vai a saperlo.
Ma ti ripiglio, oh se ti ripiglio!

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