
Ledgering sul Ticino
di Sabino Civita
Il nostro utente Sabino, ci ha inviato questo interessante articolo
di tecnica
Sentii
parlare per la prima volta del ledgering durante gli anni ’80.
Qualche raro articolo sulle riviste specializzate - ovviamente più
orientate verso l’altra vittoriosa tecnica d’oltremanica,
la pesca all’inglese con il waggler
- a quei tempi vennero un po’ distratte da quest’altra “novità”
che assomigliava un po’ troppo alla pesca a fondo e che, soprattutto,
nessuno praticava in gara. Più rare ancora erano le canne a disposizione
presso i negozi – mentre di pasturatori (feeder), chissà
perché, ce n’erano a iosa. Io volevo iniziarmi a qualcosa
di nuovo ed ebbi la ventura di entrare in possesso di una Browning da
9 piedi.
La prima uscita, sul Ticino a Vigevano, fu subito una sorpresa, nonostante
la mia palese mancanza di esperienza e di tecnica. Numerosi finali strappati,
un paio di pasturatori persi, ma anche un buon cestino di barbi, savette
e pure qualche cavedanello sprovveduto che si attaccava al mio amo del
17 su un finale dello 0,12.
Bastarono poche uscite per capire che potevo migliorare le catture con
un’attrezzatura più adeguata: la povera 9 piedi fatta per
al massimo un’oncia gemeva sotto il peso di pasturatori da due once
colmi di pastura, e le forti correnti delle prismate del Ticino piegavano
il parabolico attrezzo come un fuscello. Il povero mulinellino da spinning
che impiegavo quasi si sgranava nei recuperi.
Riuscii a trovare una 10 piedi, sempre Browning, un po’ più
robusta.
Non uno di quei “pali” da beach ledgering di oggi, ma meglio
dell’altra, e cambiai il mulinello con uno che fosse all’altezza.
Le cose migliorarono, naturalmente, e da allora, il ledgering divenne
una delle mie tecniche di pesca preferite. Poi imparai che il ledgering
non significa solo correntoni, e che ogni attrezzatura da ledgering ha
il suo uso. Ma questa è un’altra storia.
“No, non sto pescando a fondo”
Questa la risposta che più spesso mi è capitato di dare
ai curiosi che mi interpellavano mentre pescavo a ledgering. Certo, da
diversi anni a questa parte mi capita molto più raramente –
ma capita.
L’idea però è questa: normalmente, nella maggior parte
delle tecniche di pesca, ci si sforza di offrire alla nostra preda un’esca
ben presentata e più o meno stabile sul fondo. Tuttavia è
molto importante avere la possibilità, nella più forte corrente
e a distanze anche ragguardevoli come nel morto e sottoriva, di percepire
le abboccate del pesce in maniera distinta e inequivocabile. Di più,
volendo – ma non è sempre necessario - usare monofili molto
sottili per pescare pesci anche grossi, devo avere la certezza di non
rompere il finale durante la ferrata o nel combattimento.
Per finire, si vuole mantenere pasturata la linea ideale che dalla preda
conduce dritti alla nostra esca. Quindi: amo mantenuto su fondo da un’idonea
zavorra, canne dall’azione robusta ma parabolica e pasturatore a
fungere da zavorra stessa. Pesca a fondo, si dirà. Nella pesca
a fondo si possono stare ore senza vedere un’abboccata. Inoltre,
a volte, si deve far precedere la battuta da una pasturazione preventiva
del luogo. Pescando a ledgering la posizione del feeder, continua sulla
linea del vostro amo, garantisce una pasturazione ideale e istantanea.
E poi provate ad andare a barbi o a cavedani con la vostra attrezzatura
da anguille e dopo mi direte: mulinello caricato col trenta o col trentacinque
un paletto da due metri corredato di quattro anelli come canna, olivetta
da cinquanta grammi amo del 4, campanello o starlite. Questa è
pesca a fondo. Bella e italica quanto si vuole, ma non redditizia e polivalente
come il ledgering.
Barbi in primis
È fondamentalmente riduttivo, ma il ledgering lo si pratica soprattutto
per la pesca al barbo, almeno dalle mie parti. Soprattutto perché,
pescando nei forti correntoni dei grandi fiumi di pianura italiani, un’esca
ben presentata sul fondo incontra con facilità il barbo, che, plebejus
o europeo che sia, per la sua potenza e sportività rimane il mio
ciprinide preferito. Ma nessuno vieta di dedicarsi ad altri pesci. Il
cavedano, il gardon, la savetta, il carassio, la carpa… insomma
la totalità dei ciprinidi possono essere pescati a ledgering. Ma
sul Ticino, a ledgering il barbo la fa da padrone.
Il Ticino, dicevamo
Il Ticino, tra Vigevano e Pavia, sembra fatto proprio per questa pesca.
Sto ancora aspettando un cappotto pescando a ledgering sul ticino –
e non conto triotti, vaironi e simili. Non incocciare un buon pesce, con
rari ma possibili clienti inaspettati come trote e persici, è molto
difficile.
Ticino, lanche a parte (che però sono diventate spesso infrequentabili
per molti e differenti motivi) significa poter contare su forti correnti
e bei fondali. Non di rado pasturatori da novanta grammi potranno essere
appena sufficienti a reggere queste condizioni, soprattutto se si è
costretti a cercare il pesce lontano da riva con molto filo in acqua.
Tuttavia la mia esperienza sul Ticino mi ha insegnato che non servono
lanci da surf casting quando si è scelto bene il posto. Per esempio,
nel suo tratto che da Torre d’Isola arriva a Pavia il Fiume Azzurro
presenta diverse curve, spesso prismate all’esterno, laddove la
portata d’acqua è maggiore e la profondità aumenta.
Bisogna portarsi all’esterno di queste curve, sulle prismate o rive
in frana che siano. Lanciare a più di quindici, venti metri in
questi casi è assolutamente inutile. Se siete su una spiaggetta
o su un ghiareto, con l’acqua profonda sulla riva opposta, beh il
pesce ci sarà sicuramente, ma pescarlo è decisamente più
complicato.
Prendiamo un hot spot tra i miei preferiti, l’Imbarcadero sotto
la “Casa sul fiume”,
un luogo che d’estate è ahimè frequentato da troppe
barche e ancor più bagnanti, soprattutto nei week-end. Ma appena
arriva settembre diventa un paradiso del ledgering. Ci si arriva facilmente
in macchina, dalla strada che dall’uscita della tangenziale Pavia
Ovest - via Riviera porta a Torre d’Isola, si svolta a sinistra
dopo il distributore, si parcheggia e a cento metri c’è il
Ticino. Da lì si può scendere il corso del fiume, e arrivare
alla prismata, oppure andare a monte, fino alla fine degli ormeggi per
i famosi barcè del Ticino.
Il profondo e veloce fondale appena sottoriva richiede grammature dai
settantacinque ai novanta grammi per tenere fermo sul fondo il pasturatore,
canne adeguate a lanciare simili pesi, anche se per pochi metri, e soprattutto
mulinelli dalle buone dimensioni, insofferenti ai continui e gravosi recuperieri,
diciamo un 4000 o un 3500 almeno.
Continui recuperi dicevo; perché pescare a ledgering qui spesso
è come fare l’alborella con le velocette. Torme di barbi
europei, soprattutto di piccola media taglia, assalgono la vostra esca,
che sarà principalmente il bigattino (cagnotto, lo chiamiamo noi),
il caster o piccoli pezzi di formaggio, esche innescate su ami del 14
o del 12 – vivacemente sconsiglio ami più piccoli: in alcune
giornate, vista la voracità
delle abboccate di piccoli barbi da quindici, venti centimetri e dei barbi
canini e ghiozzi di fiume (sì, esistono ancora), rischiereste di
ferirli mortalmente per un amo profondamente inghiottito e quindi di difficile
estrazione. Naturalmente se ci sono i piccoli ci sono anche i grossi e
si fanno sentire. Mediamente ogni cinque sei barbetti spunta fuori quello
dal mezzo chilo ai sette, otto etti – ma ogni tanto arriva la belva,
e allora …
Il diametro del finale non ha molta importanza.
Normalmente preparo terminali di sessanta o settanta centimetri di lunghezza
su tre diversi diametri: 0.14, 0.16 e 0.18 usando il pasturatore scorrevole
sulla lenza madre. Diametri dello 0.12 o inferiori creano troppo contrasto
con lo shock leader – che è bene tenere sullo 0.22 o superiore
– e conduce a frequenti rotture del terminale nella ferrata o immediatamente
dopo. Non si tratta di diametri troppo spessi, fidatevi. Ho preso cavedani
con lo 0.18 mentre i “passatisti” non vedevano una coda con
finali dello 0.10: bellezze del ledgering.
E poi, quando si presenta l’esemplare veramente grosso, sapere che
è attaccato ad un capello, con un etto di piombo che fa da contrappeso
all’opposta estremità di un finale dello 0.10 a me fa venire
i sudori freddi.
Grossi europei
Quest’anno “quello grosso”
non l’ho ancora preso. Ma il mio amico Luca sì. Ve lo voglio
raccontare. Come ne sto parlando a voi ho raccontato al mio amico Luca,
pescatore “al colpo” e in mare, del ledgering, del Ticino
e della Casa sul fiume.
Per lui è una tecnica del tutto nuova. Gli spiego di pasturatori,
di canne, di quiver tip, e lui, con la sua canna da sgombri – potente
e con cimino sensibile – domenica scorsa va a barbi nel mio posto
preferito. Usa finali leggeri, 0.12, ami del 14, rompe un sacco di terminali,
ma a un certo punto ferra su Godzilla. Se lo lavora per un bel pezzo,
perché stavolta non vuole rompere il sottile monofilo con quella
bestia in quel correntone che ne accresce la potenza, e alla fine ce la
fa. Quando il gigante viene guadinato (peso stimato intorno ai due chili),
alcuni vecchietti fra il pubblico domenicale di quella zona di passeggiate
pavesi dichiara che un barbo così non l’aveva mai visto prendere
lì. Neanch’io.
Luca amico mio, accidenti a te, quello è il mio posto.
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