Racconti

A ritroso

Di Massimo Zelli pubblicato il 20/10/15

Tutto sta saper fare, saper concentrare l'attenzione su un unico punto; sapersi astrarre abbastanza da produrre l'allucinazione e da sostituire alla realtà reale la realtà fantasticata (J.K.Huysmans)

Ho 80 anni, da 30 porto un micro chip sottopelle sul polso sinistro che trasporta, assieme al mio stanco corpo, anche la mia identità: apre la porta di casa quando vi sono di fronte ad esempio, accende la macchina quando mi avvicino, fa in modo che quando vado al supermercato le cose che compro più spesso si spostino in prima fila verso di me. Questo succede per mezzo di un meccanismo di sospensione magnetica: oggi impilare ed esporre beni di consumo non si avvale più di scaffali, ma di ampi open space la cui disposizione spaziale è determinata da un software attuatore per dei mini campi gravitazionali indotti.

Sono le 4:00 di una domenica di dicembre del 2061, la macchina mi riconosce. Come un cane che scodinzola, accende le luci di posizione quasi a farmi le feste mentre m’avvicino a lei. Sembrerebbero vive, ma non hanno più un’anima le automobili. Semmai cinquant’anni fà l’abbiano avuta, credo che oggi, quel ronzio tutt’uguale che le caratterizza, quelle scocche rotonde ed orribilmente anonime, la guida robotizzata e del tutto impersonale, le rende soltanto un ulteriore promemoria alla nostra dipendenza dal superfluo. Non hanno decisamente un anima e lasciano che la nostra si esprima solo il minimo necessario. Il computer di bordo decide per lo stop nell’autogrill nel quale mi fermo tutte le domeniche dal 1999 circa.  Sembra ieri quando si poteva guardare il culo di qualche bella ragazza dietro al bancone, oppure, fare due chiacchiere con lei nella solitudine della fine dei turni notturni ... o mezzonotturni, come avrebbe detto Ginsberg.

Ricordo nitidamente che uno degli addetti alla pompa di gasolio era un pescatore, parlavamo spesso, mi guardava sempre con una certa invidia la domenica mattina. Una volta, uno degli ultimi anni che lo vidi, prima che sparisse come molti altri, mi disse che non prendeva più in mano una canna da anni, gli piaceva però ricordare com’era. Lo rendeva felice  vedermi, si nutriva del mio entusiasmo, quasi come se a pesca c’andasse anche lui con me. Seppi successivamente che se n’era disinnamorato, non era più come quando aveva cominciato e questa cosa mi creava un’uggia sottile e melanconica. Non ci prestavo gran che attenzione ma ora, ora che posso capirlo anch’io, di certo quella piccola sottile malinconia diviene tristezza senza mezzi termini.

Il freddo asettico, brulicante di vita artefatta nella stazione di servizio evoca nei colori i tempi dell’uomo. Mi sembra quasi di poter scendere dall’auto e sentire l’odore di gomma ed asfalto che l’umidità del mattino solleva quando il sole s’alza scaldando l’aria. Quado accendevo la sigaretta, solitamente dopo il caffè, aveva il sapore di olio sversato, di liquido per vetri, di benzina ... in  alcune mattine d’autunno, le maledette lucky avevano persino il sapore del letame che proveniva dai campi vicino. Non me ne fregava nulla. Quelli erano gli odori della mia mattina. Nulla sapeva di progresso, tutto sapeva di cose che ho sempre avuto, cose che ho sempre visto. Mi manca quella sigaretta ... oggi è persino vietato scendere dall’auto. Non si può interferire con la perfezione di quei meccanismi. Basta tuttavia guardare con distrazione che quel verde non è il vecchio “verde autostrada” ma solo l’incandescenza tiepida delle lampade a led che rimbalza su finiti edifici in acciaio lucido zeppi di congegni cibernetici. Pare un’immensa sala chirurgica e noi, un paziente che compie l’ultimo viaggio come accanimento terapeutico. Almeno è un posto pulito. La perfezione è una perfezione inutile, è molesta, è alienante ... le sigarette sono fuori legge da tempo così come lo è l’alcool. Non bevo un goccio da almeno 25 anni, parlo con gli amici solo via chat e videoconferenza. Che bello il 61’ del secondo millennio.

Piccoli servili marchingegni automatici controllano lo stato della vettura e mi servono un cornetto ed una bevanda al gusto di caffè. Si, “al gusto di” ...  il caffè è vietato.  Il cornetto no, quello non è cambiato. Faceva schifo prima quando era li riscaldato ed oramai secco dal mattino prima e fa schifo anche ora con quel suo aspetto perfetto ed un sapore a metà via tra una saponetta ed un pezzo di legno truciolare.Merito dei cibi sani: tutti a base di fibra vegetale e nutrienti sintetizzati in laboratorio.

La mia auto scorre lenta in una sorta di “drive trough”. Va beh che ad ottant’anni un bel culo non ha la stessa valenza che a 40, si guarda più come un bel quadro, se ne constata la perfezione del profilo più che pensare al possibile utilizzo nella sua rimbalzante e rotonda consistenza.

Però due chiacchiere, fosse anche con un ceffo sonnolento poggiato di spalla alla macchina del caffè, le avrei fatte. Non hanno mai ucciso nessuno due chiacchiere, nemmeno ad ottant’anni. Quelle macchnine invece... io per quegli occhi senza vita non ho mai avuto particolare simpatia e nemmeno fiducia.


L’auto accelerà di nuovo. Riprende la strada per il fiume e mi parcheggia sul picchetto che mi è stato assegnato. Costruisco la lenza con la solita flemma mentre lo schermo solare montato sul satellite passa in modalità giorno. La luce che filtra da esso è ambrata, pare un tramonto... Eh già. E’ un bel tramonto lungo quanto una giornata. Da quando le barriere di ozono non esistono più questa eccezionale trovata fa in modo che la vita sulla terra non si estingua. E’ una luce di merda ma è pur sempre meglio che non esistere, del resto ce lo siamo guadagnato ampiamente questo schifo. Ringrazio soltanto il cielo che per me sta per finire questo supplizio anche se il senso di colpa per chi arriverà dopo di me non credo che mi concederà un viaggio sereno dall’altro lato dell’anima. Le mie stanche mani stringono quella stanca canna che mi sono costretto a non abbandonare, mi impongo di non tremare perché la cima guidi precisa la lenza che nuota sotto la spinta della corrente.Quella si che non è cambiata.

La prima passata corre a vuoto verso l’orizzonte senza cenno alcuno. Del resto sono entrato in pesca come un cane. Il lancio era scomposto e goffo, cosa potevo pretendere, sono stato proprio un cane... Un cane vero, molti di quelli che leggono non lo hanno mai visto. Comunque, fare le cose come un cane, era un modo di dire dei miei tempi per indicare una cosa fatta male. I cani non erano ritenuti molto intelligenti. Noi invece ci ritenevamo tali. Col senno del poi eravamo forse molto capaci ma non intelligenti. Una specie intelligente non distrugge il suo habitat per ridursi a vivere in una prigione che ha costruito da solo. Eravamo capaci, ma eravamo intelligenti nella maniera sbagliata, al contrario. Ai miei tempi si diceva imbecilli.

Il secondo lancio è già meglio del primo, sembra quasi che mi siano passati i dolori che m’accompagnano da qualche anno. Era soltanto ieri, uno ieri di qualche decennio fa, quando con Sergio venimmo qui la prima volta. Se n’è andato da poco e questo mi fa sentire ancor più solo, mi spiace soltanto che abbia fatto in tempo a vedere molte cose che avrei risparmiato ad una tale sensibilità d’animo.

La fiammata dell’antenna che sprofonda è accompagnata dal sibilo della ferrata, quel braccio oramai malfermo sembra  tornare alla leggerezza di un tempo quando è ora di vibrare un colpo ben assestato sulle gengive di quelle bestiacce che nuotano.

Quel tirare sulla canna mi riporta in dietro di qualche tempo, le fughe sono lunghe e ritmate da testate poderose …. Me ne ricordo, si che me ne ricordo. Avevano le squame oro e mogano. Mi ricordo che quelle bestie dalla schiena nera tentavano l’ultima fuga dritti nelle erbe della sponda. Ma non è lui in questo caso: intravedo i bagliori nell’ultimo metro d’acqua prima di farlo aggallare. Il mio avversario ha qualcosa che non quadra. E’ più sull’argento che sull’oro, lo intravedo anche se non è ancora vinto. Ha forza per fare ancora 4-5 fughe. Solo quando mette la testa fuori dall’acqua m’accorgo che ha qualcosa di strano. Quegli occhi rossi emanano una luce sinistra, sono accesi come dei led ... Lo trascino oramai esanime verso la bocca del guadino e quando vi sta per entrare … m’accorgo che non è un pesce. E’ soltanto una sveglia. La coccolo tra le mani mentre suona isterica, controllo di non avere nessun chip sottopelle, tra qualche minuto Sergio chiamerà per sentire se sono per strada … è solo domenica, è solo un giorno per andare a pescare, è solo un dicembre come altri, ma è dicembre 2011 … C’è ancora tempo per cambiare le cose.


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