Racconti

Amarcord 2012: 4° classificato. Il mio primo luccio

Di Giancarlo Borrelli pubblicato il 21/03/12

 Quando mio padre mi portava a pescare, la sera prima faticavo molto a prendere sonno. Quel sabato sera  però mi addormentai quasi subito anche se andai a letto presto senza vedere nemmeno Carosello. Forse il fatto di avere giocato una partitella di football con gli amici della Parrocchia, cominciata alle due del pomeriggio e terminata alle otto di sera,  aveva favorito il prendere sonno. Ero stanco, ma sapevo che domani non avrei più sentito la fatica. Quando andavo a pescare come d’incanto ero pieno di forze.

Non ricordo nemmeno di avere sognato di pesca come quasi sempre le altre volte. Di solito sognavo di essere in riva all’acqua con mio padre col pesce in canna e io che guardavo senza sapere come fare per aiutarlo o pure io col pesce e mio padre che mi guardava inerte. Era una mistificazione onirica perchè nella realtà era tutta una un’altra cosa.  La collaborazione era massima. Il pesce doveva venire nella nassa. Non mi sono mai spiegato tale paradosso.

Quando alle sei del mattino di quel giorno di domenica sentii come da un mondo lontano che qualcuno mi stava scuotendo percepii molto rapidamente la realtà e i pochi minuti mi feci trovare pronto in cucina dove mamma aveva già preparata la colazione.

Era pronto per noi il cestino con il desinare e il piccolo frigo portatile per le bevande. Eravamo in giugno. Le scuole erano appena finite, la stagione non era ancora molto particolarmente calda ma al centro della giornata col sole a picco il caldo si faceva già sentire. Papà aveva preparato la macchina la sera prima quindi partimmo subito, con la mamma che faceva le solite raccomandazioni di fare attenzione, di stare attenti a questo a quello. Insomma tutte quella esortazioni che le mamme rivolgono a figli e mariti quando questi fanno cose di cui loro non ne capiscono la ragione e nelle quali ravvisano sempre qualche immancabile pericolo.

Avevo allora dodici anni ed ero felice perché le scuole erano finalmente finite  ed ora potevo godermi le vacanze in santa pace, cominciando proprio con una tanto meritata giornata di pesca a coronamento anche della sudata promozione. Avevo rinnovato da poco la Licenza di pesca alla quale erano preceduti tanti tesserini da Pierin Pescatore. Non ero quindi un principiante. Conoscevo bene i primordi della pesca e anche qualcosa in più. Mi consideravo già presuntuosamente autonomo e indipendente.  Ma alla fine della giornata dovetti mio malgrado ricredermi.

Quella domenica stavamo andando a pescare black bass, volgarmente detti allora Branzini, a Gazzuolo nel canale Novarolo dove questo sbocca in Oglio. A quei tempi, parlo di più o meno trent’anni fa, non c’era ancora l’Autostrada del Brennero per cui da casa nostra, a Modena, occorreva un’ora e mezza circa.  Bisognava percorrere prevalentemente strade Provinciali e Comunali e qualche tratto limitato di Statali. Strada facendo non parlammo molto; forse a motivo della sveglia anticipata, ma anche per la tensione che mi attanagliava e che percepivo anche in mio padre.

Anch’egli  nonostante i tanti anni  da pescatore, si faceva ancora e sempre condizionare l’umore dalla sua grande e inguaribile passione. Arrivammo sul posto alle otto circa. Purtroppo dalla paratoia di scarico del canale non usciva acqua. A saracinesche chiuse il livello del canale era abbastanza basso; esso assumeva la stessa altezza dell’Oglio che era a duecento metri circa, e l’Oglio era abbastanza basso. Intuimmo che non c’erano le migliori condizioni. I branzini erano molto più attivi quando un filo d’acqua scorreva nel tratto di canale che va verso il fiume.

Ma tant’è; eravamo li e li dovevamo tentare di fare qualche cattura. Montammo le canne a galleggiante innescando le “cagnette”, così chiamavamo allora le lamprede. Credo che ora sia vietata come esca, almeno in qualche posto, ma allora per noi era l’esca principe per adescare i bass. Dopo, con gli anni lasciai questo modo di pescare, perchè tra l’altro acquisii coscienza che fosse un modo poco sportivo e nemmeno eticamente corretto. Passi completamente allo spinnig, pratica che uso  ora in modo pressoché esclusivo. Tra l’altro mi sembra di avere più catture con i nuovi artificiali specie siliconici che non le povere lamprede di allora. Il problema di oggi purtroppo non è più la tecnica di pesca dei bass  ma i siti dove ancora trovarli, perchè da noi non ci sono più. Fino a qualche tempo fa la  soluzione  era la Sardegna o il Veneto, poi un prelievo sconsiderato ha tanto impoverito quelle acque da fare  ritenere sconveniente il rapporto costi delle trasferte e catture. Meglio andare all’estero.

Ma torniamo a quel giorno.  Il tempo passava e si profilava una giornata quanto mai negativa. In tutta la mattinata catturammo qualche bass sottomisura da rilasciare e null’altro. Venne mezzogiorno col sole a picco sulle nostre teste. Ritenemmo fosse giunto il tempo del fast food. Mentre mio padre si portava verso la macchina distante trecento metri circa dalle nostre postazioni, per prendere il necessario per la colazione, vidi che si era aperta una fessura nella paratoia e che una lieve corrente si era formata nell’asse mediano del canale.

Mi colse un filo di speranza. Sarebbe cambiata la situazione? Appena rimasto solo lanciai verso il centro del canale,  sul filo della debole corrente che si era formata. Sapevo che in zona c’era una sopraelevazione del fondo nella quale tante volte avevamo attaccato e perso le montature. Cercai di lanciare appena a valle dell’ostacolo. Al secondo lancio vidi il galleggiante scomparire. Immaginai di avere preso il fondo. Infatti al mio prudente strike sentii la lenza bloccata. Forzai con colpetti lievi e ripetuti per tentare di districarmi senza spezzare il monofilo  ma ad un certo punto vidi la lenza spostarsi lateralmente con una certa autorità. Capii allora di avere un pesce in canna. Cominciai a lavorarlo con l’intenzione di avvicinarlo alla riva.

Mi resi conto che doveva essere un bel pesce perché pur non veloce nelle fughe aveva una certa determinazione. Sentivo più il suo peso che la sua dinamicità. Dopo qualche minuto ero sicuro di avere in canna il pesce dell’anno. Sul momento, realizzata la situazione, mi colse l’intenzione di urlare a mio padre di correre per aiutarmi, ma poi cambiai idea. Dovevo fare tutto da solo  per farlo scoppiare di invidia. Fui bravo e fortunato. Il pesce era grosso ma non tirava esageratamente, era solo pesante, ma per fortuna mio padre mi montava sempre lenze di buon diametro. Ora non ricordo quanto fosse la tenuta del naylon, ma sapevo che, con i dovuti modi,  potevo andare tranquillo. Non mi preoccupai della mancanza di un finale antimorso perché non conoscevo tale problematica.

Dopo alcuni minuti ebbi il pesce a portata di guadino. Come lo intravidi mi resi conto che non era un bass ma un luccio. Di lucci non ne avevo mai presi, quello se lo avessi inguadinato era il primo. Lo riconobbi perché avevo visto le sue immagini sulle riviste e nelle enciclopedie. Questo era anche bello grosso, quando finalmente entrò nel guadino, la sua coda usciva per circa venti centimetri. Fino ad allora avevo fatto tutto in assoluto silenzio. Mio padre alla macchina non si era accorto di nulla. Decisi di tacere fino a che non lo avessi slamato e riposto lo stesso nella nassa. Esultavo felice entro di me per l’impresa appena conclusa. Stesi il bestione sull’erba e con uno straccio sotto a un ginocchio cercai di tenerlo fermo. La cosa mi riuscì facilmente anche perché era inerte, non si muoveva assolutamente. Si vedeva la lenza uscire da un lato della bocca e mi sembrava anche di vedere la testa della paletta  dell’amo.

La bocca era però chiusa ermeticamente. Usando le due mani riuscii con fatica ad aprirgliela. Vidi subito i suoi denti ma non diedi gran peso alla cosa perché la bocca dopo che avevo forzato per aprirla era rimasta spalancata. Misi la mano destra in parte dentro alla bocca per afferrare l’amo che ora era ben in vista. Afferrai fra il pollice e l’indice l’amo provando a far scorrere questo verso il basso per svincolare l’ardiglione. Fu a questo punto che lui chiuse la bocca. Io sentii un dolore fortissimo sul dorso della mano, ma da sprovveduto come ero cercai di sfilargli la mano dalla fauci. Non feci altro che peggiorare la situazione. Il dolore era lancinante e la mano era uscita solo in parte dalla bocca del luccio.

Intuito che da solo non avrei risolto nulla e che forse avrei peggiorato la situazione, cominciai a chiamare mio padre a tutta voce. Mi raggiunse dopo alcuni minuti trafelato e pieno di angoscia intuendo che dovevo essermi fatto molto male. Quando arrivò vide la mia mano sanguinante in parte in bocca la luccio. Questo tra l’altro uscito dallo stato di catalessi iniziale si era messo a saltare come un ossesso e il mio dolore era ancora più forte. Mio padre prese lo straccio, le tagliò in due e poste le due parti sulle sue dita aprì la bocca ed io sfilai la mano.

Il bruciore era enorme e anche il sangue usciva copioso. Sottopelle sul dorso della mano ci sono dei vasi sanguini che erano stati interessati dai denti del pesce. E da essi usciva il sangue abbastanza copiosamente. Mio padre prese l’acqua minerale che era nel frigo che aveva appena preso dalla macchina e lavò per quanto possibile le ferite. Fini la bottiglia che la mano sanguinava ancora. Non volendo giustamente usare l’acqua del canale mi fasciò la mano con un fazzoletto pulito. Cominciò furiosamente a smontare le canne alla bene meglio mentre io premevo il fazzoletto per tentare di fermare il flusso del sangue che non voleva smettere di uscire.

Andammo a Gazzuolo che era a un chilometro, però la farmacia era chiusa essendo domenica, ma nella toilette di un bar completammo la sommaria medicazione. Il barista gentilissimo ci procurò della tintura di jodio e delle bende. Ci rifocillammo un po’ e ci mettemmo sulla strada di casa. La mano però continuava a sanguinare e le bende erano sempre più inzuppate. Sentivo anche un forte bruciore al dorso. Mio padre decise allora di andare a Mantova al Pronto Soccorso dell’ospedale Carlo Poma dove ricevetti una vera e propria medicazione e relativa iniezione antitetanica. Mio padre dal momento dei primi soccorsi non mi aveva mai ne redarguito ne sgridato.

In macchina parlammo pochissimo. Mi disse che se sentivo male melo ero cercato io per fare il furbo non chiamandolo quando avevo allamato il luccio e che quanto accaduto mi avrebbe sicuramente insegnato ad usare prudenza nel fare cose di cui non conoscevo le conseguenze. Io ero d’accordo con lui.  Mi disse anche che tutto era successo per il fatto di avere avuto la fortuna di salpare un luccio senza il cordino finale antimorso. Cosa insolita con percentuali irrisorie di riuscita.

Non voglio dire dello stato d’animo di mia madre quando mi vide con la mano fasciata e il braccio al collo. Fra le sue tante raccomandazioni alla partenza però non mi aveva detto di fare attenzione ai denti dei lucci. Oggi dopo trent’anni dall’accaduto  sul dorso della mia mano destra e in parte sulle dita, sono chiaramente visibili le cicatrici provocate dal quel mio primo luccio.  A proposito di lucci quello in questione era lungo circa sessanta centimetri e quattro chili di peso. Non essendo allora noto cosa fosse il catch and release  lo portammo a casa come costumava allora. Fu cucinato in guazzetto e contrariamente alla diceria che la carne del luccio non è buona questo fu una prelibatezza.


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